La Nuova Sardegna

«Giffoni, così con il cinema valorizziamo un territorio» 

di Fabio Canessa
«Giffoni, così con il cinema valorizziamo un territorio» 

Il direttore Claudio Gubitosi: «Ecco le scelte che ci hanno fatti diventare grandi» Un’avventura cominciata nel 1971 che è diventata un’esperienza globale

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«Di tutti i festival, quello di Giffoni è il più necessario». Così Truffaut descriveva la sua esperienza nel 1982 al festival che si svolge a Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno. Un momento importante la presenza del grande regista francese per il decollo definitivo di una manifestazione che rappresenta un'eccellenza a livello internazionale. Un progetto che è più di un festival. Un'esperienza globale come sottolinea bene anche il cambiamento del brand: da Giffoni Film Festival a Giffoni Experience. Tutto nasce da un'intuizione di Claudio Gubitosi che ancora oggi dirige questa macchina culturale alimentata da un sogno cominciato nel 1971. Nei giorni scorsi è stato ospite dell'Università di Sassari per una masterclass durante la quale ha ripercorso le tappe fondamentali della sua creatura. Che a luglio festeggerà la 47esima edizione, come sempre con tanti ospiti. Già annunciato il primo: il grande attore americano Bryan Cranston noto soprattutto per “Breaking Bad”, serie tv di culto. «Ci saranno altre stelle internazionali – sottolinea Claudio Gubitosi – insieme a talenti italiani. Nel programma poi oltre ai film che selezioniamo per i concorsi, tanti anche indipendenti per dare spazio a giovani autori, non mancheranno importanti anteprime mondiali. Le major trovano in Giffoni un luogo ideale per promuovere le loro produzioni».
Qual è il segreto del successo di un'esperienza che non ha uguali nel mondo?
«C'è dietro un lungo percorso, un'attività che inizia dal territorio. Io sono di Giffoni, sto a Giffoni e voglio che tutte le cose si facciano lì. Poi si può partire per ogni luogo, siamo cittadini del mondo, ma le radici sono importanti. Fare una manifestazione così a Giffoni non è una scelta fatta da fuori, ma un’idea del posto. Per questo è più forte. Cerco di trasmetterlo ai ragazzi quando vado in giro: se le ami, le senti tue, le costruisci, si possono fare delle cose dove sei nato che il mondo apprezza e qualche volta invidia».
Il suo sogno ha iniziato a coltivarlo presto, quando a soli 18 anni ha organizzato la prima edizione del festival: perché pensato per bambini e ragazzi?
«Prima che cinematografica, è un’idea di antropologia culturale. Rivoluzionare il concetto di un paese che all’epoca era di 8mila abitanti e dove l’unico momento di collegamento con l’esterno era il cinema. Volevamo dare alle nuove generazioni, ai bambini, agli adolescenti, qualcosa che non avevamo avuto. Prima si andava al cinema con le famiglie soltanto a Natale».
Quanto sono stati difficili i primi anni, trovare il modo di dare continuità e far decollare il progetto?
«Inquadrato con gli occhi di oggi, era un periodo con difficoltà anche pratiche: non c’era Internet, le mail. Però questo valeva per tutti, e sono stati anni ricchi di emozioni ed energia. Oggi anche se hai la storia, i mezzi, le relazioni è comunque molto impegnativo. Dura tutta l’anno, in diversi parti del mondo: più fai, più c'è l'esigenza di fare».
Ma quando ha capito che il festival si stava trasformando in qualcosa di veramente grande, qual è stato il momento della svolta?
«Un percorso così lungo, ormai di quasi 50 anni, è fatto di epoche. Un primo momento di svolta è sicuramente il 1982 con Truffaut: viene, resta tre giorni e poi dice che tra tutti i festival è il più necessario. Da lì ho capito che il volontariato, un festival organizzato con il sacrificio di un gruppo di amici, non bastava più. Lavoravo in una struttura pubblica e mi dimisi, per dedicarmi anima e corpo all'idea. Altro momento importante risale alla metà degli anni Novanta quando nasce il progetto della cittadella del cinema per rispondere all'esigenza di un miglioramento delle strutture del paese. Poi nel 2009 altra evoluzione, quando ho cancellato l'espressione Film Festival per sostituirla con una molto più forte e impegnativa: Experience. Per far capire meglio che Giffoni è un'esperienza di vita».
Il cuore di tutto è il cinema. Com'è cambiata la proposta cinematografica nel tempo?
«Il concetto di cinema per ragazzi è cambiato. In qualche modo non esiste più. Giffoni fa cinema, punto. Siamo attenti osservatori del mondo degli adolescenti e scegliamo anche film difficili, duri, che sanno parlare della realtà dei ragazzi agli adulti e dare ai ragazzi una struttura interiore migliore per affrontare le sfide della vita».
Tra i tantissimi ospiti internazionali, c'è qualche stella del cinema che ricorda con particolare affetto?
«Meryl Streep. Una donna meravigliosa che ha tutte qualità più belle: energia, serietà, professionalità, dolcezza, amore, umiltà, disponibilità. È rimasta affascinata da Giffoni. Anche quando arrivano da Los Angeles gli ospiti non hanno nessun problema nell'impatto con un piccolo comune, con le sue strade strette, i palazzi vecchi. Anzi il paese è la nostra forza, la gente vuole cose vere».
Ma il territorio quanto è cambiato negli anni grazie al festival?
«Tanto, non solo Giffoni ma tutta l'area dei Picentini. Sono aumentati gli abitanti e si sono sviluppate molte strutture ricettive che lavorano non solo nei giorni del festival che porta nella zona circa 250mila persone. Diamo lavoro a tanti giovani e quest'anno inaugureremo il Multimedia Valley con il quale puntiamo a dare occupazione a trecento nuove figure professionali».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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