Ecco come essere grassi è diventata quasi una colpa
di Eugenia Tognotti
I criteri di acccettazione del corpo variano con le culture e con i contesti sociali
5 MINUTI DI LETTURA
La metamorfosi del grasso attraverso i secoli: da bello/sano a brutto /malato. Si potrebbe raccontare anche così la storia dell’obesità, dall’alba della storia fino al ventesimo secolo quando la sua associazione con una maggiore mortalità comincia ad essere riconosciuta. Dopo aver attraversato , a partire dagli anni venti, la fase della stigmatizzazione per ragioni estetiche, in un periodo in cui cambia la moda e la società del tempo libero comincia a mostrare più facilmente il corpo, nelle eleganti spiagge della Normandia e della Costa Azzurra. La condanna dell'obesità aveva già subito, allora, una lunga evoluzione dei canoni estetici e culturali, così come delle norme sanitarie e alimentari. Del tema s’è discusso nei giorni scorsi a Sassari nel corso di un convegno convegno su “Obesità e diabete” organizzato dalla Clinica Medica, con il contributo di cardiologi, endocrinologi, gastroenterologi, farmacologi, internisti, antropologi culturali e storici della medicina.
PENURIA E SCARSITÀ.
La percezione che «grasso era bello» e che la corpulenza e l’aumento della carne erano condizioni desiderabili era stata legata, per secoli, alla condizione di penuria e scarsità che condannavano alla sottoalimentazione, alla malnutrizione, alla vera e propria fame masse sterminate di uomini, donne e bambini, evocati dalla forza rappresentativa delle descrizioni e delle immagini: il deperimento e la magrezza da privazione alimentare , la consunzione per malattia, l’emaciazione provocata dalla vecchiaia.
LA MENSA DEI RICCHI.
Folle di affamati «languenti, smagriti, afflitti e smorti» – si trascinavano alla ricerca di cibo durante le ricorrenti crisi dovute a carestie, cattivi raccolti ( 1814-1818), inverni rigidi, disastri naturali. Il tetto minimo delle 1000 calorie al giorno, calcolato dagli storici dell’alimentazione , era un miraggio per i più. Alla penuria faceva riscontro la dieta mostruosamente ipercalorica – 7000-8000 calorie – dei ricchi . Dall’età romana alle corti rinascimentali , i banchetti consistono in decine e decine di pietanze in cui, dopo la scoperta dell’America, entrano pepe cannella, zucche gialle ( impiegate per i ripieno dei tortelli), ananas, vaniglia, patate.
GRANDI PRANZI.
Qualche idea della quantità delle portate e del loro micidiale carico calorico dei grandi conviti nel XVI-XVII può fornirla le minuziosa descrizione giunta fino a noi del banchetto di nozze di Maria dei Medici e di Francesco IV di Francia: ventisei piatti freddi (pavoni rivestiti, fortezze piene d’uccelleti vivi, piccioni torraioli alla catalana, ecc. ...), diciotto secondi serviti caldi (pasticcio a triangoli di carne battuta, porchette ripiene, crostata di vitella, formaggio (raviggiolo, marzolino), dolci e frutta (cialdoline, azzeruole, pere cotogne in gelo, pesche in vino, pere, uve). Nessuna sorpresa che tanti ricchi e potenti del tempo fossero afflitti dai tormenti della gotta con una sequela di dolori articolari, danni renali, problemi al cuore e allo stomaco. La malattia prostrava papi, principi, ricchi mercanti che scontavano micidiali diete ipercaloriche. Ne soffriva la potente famiglia fiorentina dei Medici, da Cosimo a Lorenzo il Magnifico , il cui padre, Piero, era soprannominato “il gottoso”. Altro malato celebre era Federico da Montefeltro, duca d’Urbino (1422-1482). Oltre ad una preziosa testimonianza storica – una lettera scritta al suo medico – disponiamo di una diagnosi retrospettiva, grazie alle analisi del paleopotologo Gino Fornaciari dell’Università di Pisa che ha esaminato i resti ossei, trovando nel piede sinistro (nel lato mediale dell’epifisi distale) delle lesioni, le cui caratteristiche erano quelle del processo infiammatorio cronico tipico della gotta (artrite urica).
DISORDINE METABOLICO.
Nelle lettere il duca d’Urbino scriveva che, per colpa della sua malattia, era costretto a muoversi adagiato su una grande scranna con due stanghe, portata da dodici staffieri. Mostruosamente grasso, negli ultimi anni della sua vita, l’uomo più potente dell’Europa del XVI secolo, Enrico VIII (morto nel 1547) soffriva di tutti i mali provocati dall’obesità e forse dal diabete e da un generale disordine metabolico, stando alle fonti storiografiche che descrivono, tra le altre malattie, i gonfiori e le dolorose ulcerazioni ai piedi e alle gambe che gli impedivano di camminare e lo tormentavano con emorragie e infezioni ricorrenti.
LA BILANCIA.
Nel XVII secolo i medici cominciano ad interessarsi del grasso: le gradazioni rimangono oscure e vaghe in mancanza di misurazioni quantitative. Compaiono nuove definizioni ( pletora) e le distinzioni tra idropisia e adiposità. Si comincia a mettere in campo tentativi di specificare l’origine del grasso , i suoi stati e le sue particolarità. Ricollegandosi alla scoperta delle “vene lattee” (vasi chiliferi), il medico modenese Cecilio Folli, professore di Anatomia a Venezia, si impegna a dimostrare che “la pingoedine” derivava dal cosiddetto “umor latteo”, formatosi a sua volta nel pancreas.
LA SVOLTA.
Nel XVIII secolo, nell’età dell’Illuminismo, arriva la svolta: compare la parola obesità , si diffonde, durante la rivoluzione francese, la critica sociale del grasso nei confronti della nobiltà e del clero, cambia la percezione del corpo grasso. Grasso non è più bello per i seguaci della rivoluzione. Nel XIX secolo si comincia a quantificare una condizione che all’inizio era indefinita e intuitiva. La sua definizione diventa più precisa e oggettiva grazie alla bilancia. Numeri e misure consentono un calcolo più preciso. Le categorie sono stabilite. Le differenze di dimensioni hanno conseguenze sociali spesso definite attraverso tolleranze o rifiuti dei corpi.
PROGRESSI MEDICI.
Accanto a questa dimensione sociale, è lo studio approfondito sui meccanismi fisiologici, il lavoro scientifico sui processi chimici e sulle patologie a portare ad un corpo di conoscenza sul grasso sempre più lontano dalle nozioni spontanee dei tempi più antichi. Siamo ormai nel XX secolo, quasi all’oggi. Negli anni Venti compaiono tabelle di peso sempre più sofisticate. Le gradazioni dell’obesità si sviluppano. Associato, dalla ricerca scientifica a diverse patologie, il grasso è diventato cattivo, ma, forse, non così brutto come lo si dipinge.
PENURIA E SCARSITÀ.
La percezione che «grasso era bello» e che la corpulenza e l’aumento della carne erano condizioni desiderabili era stata legata, per secoli, alla condizione di penuria e scarsità che condannavano alla sottoalimentazione, alla malnutrizione, alla vera e propria fame masse sterminate di uomini, donne e bambini, evocati dalla forza rappresentativa delle descrizioni e delle immagini: il deperimento e la magrezza da privazione alimentare , la consunzione per malattia, l’emaciazione provocata dalla vecchiaia.
LA MENSA DEI RICCHI.
Folle di affamati «languenti, smagriti, afflitti e smorti» – si trascinavano alla ricerca di cibo durante le ricorrenti crisi dovute a carestie, cattivi raccolti ( 1814-1818), inverni rigidi, disastri naturali. Il tetto minimo delle 1000 calorie al giorno, calcolato dagli storici dell’alimentazione , era un miraggio per i più. Alla penuria faceva riscontro la dieta mostruosamente ipercalorica – 7000-8000 calorie – dei ricchi . Dall’età romana alle corti rinascimentali , i banchetti consistono in decine e decine di pietanze in cui, dopo la scoperta dell’America, entrano pepe cannella, zucche gialle ( impiegate per i ripieno dei tortelli), ananas, vaniglia, patate.
GRANDI PRANZI.
Qualche idea della quantità delle portate e del loro micidiale carico calorico dei grandi conviti nel XVI-XVII può fornirla le minuziosa descrizione giunta fino a noi del banchetto di nozze di Maria dei Medici e di Francesco IV di Francia: ventisei piatti freddi (pavoni rivestiti, fortezze piene d’uccelleti vivi, piccioni torraioli alla catalana, ecc. ...), diciotto secondi serviti caldi (pasticcio a triangoli di carne battuta, porchette ripiene, crostata di vitella, formaggio (raviggiolo, marzolino), dolci e frutta (cialdoline, azzeruole, pere cotogne in gelo, pesche in vino, pere, uve). Nessuna sorpresa che tanti ricchi e potenti del tempo fossero afflitti dai tormenti della gotta con una sequela di dolori articolari, danni renali, problemi al cuore e allo stomaco. La malattia prostrava papi, principi, ricchi mercanti che scontavano micidiali diete ipercaloriche. Ne soffriva la potente famiglia fiorentina dei Medici, da Cosimo a Lorenzo il Magnifico , il cui padre, Piero, era soprannominato “il gottoso”. Altro malato celebre era Federico da Montefeltro, duca d’Urbino (1422-1482). Oltre ad una preziosa testimonianza storica – una lettera scritta al suo medico – disponiamo di una diagnosi retrospettiva, grazie alle analisi del paleopotologo Gino Fornaciari dell’Università di Pisa che ha esaminato i resti ossei, trovando nel piede sinistro (nel lato mediale dell’epifisi distale) delle lesioni, le cui caratteristiche erano quelle del processo infiammatorio cronico tipico della gotta (artrite urica).
DISORDINE METABOLICO.
Nelle lettere il duca d’Urbino scriveva che, per colpa della sua malattia, era costretto a muoversi adagiato su una grande scranna con due stanghe, portata da dodici staffieri. Mostruosamente grasso, negli ultimi anni della sua vita, l’uomo più potente dell’Europa del XVI secolo, Enrico VIII (morto nel 1547) soffriva di tutti i mali provocati dall’obesità e forse dal diabete e da un generale disordine metabolico, stando alle fonti storiografiche che descrivono, tra le altre malattie, i gonfiori e le dolorose ulcerazioni ai piedi e alle gambe che gli impedivano di camminare e lo tormentavano con emorragie e infezioni ricorrenti.
LA BILANCIA.
Nel XVII secolo i medici cominciano ad interessarsi del grasso: le gradazioni rimangono oscure e vaghe in mancanza di misurazioni quantitative. Compaiono nuove definizioni ( pletora) e le distinzioni tra idropisia e adiposità. Si comincia a mettere in campo tentativi di specificare l’origine del grasso , i suoi stati e le sue particolarità. Ricollegandosi alla scoperta delle “vene lattee” (vasi chiliferi), il medico modenese Cecilio Folli, professore di Anatomia a Venezia, si impegna a dimostrare che “la pingoedine” derivava dal cosiddetto “umor latteo”, formatosi a sua volta nel pancreas.
LA SVOLTA.
Nel XVIII secolo, nell’età dell’Illuminismo, arriva la svolta: compare la parola obesità , si diffonde, durante la rivoluzione francese, la critica sociale del grasso nei confronti della nobiltà e del clero, cambia la percezione del corpo grasso. Grasso non è più bello per i seguaci della rivoluzione. Nel XIX secolo si comincia a quantificare una condizione che all’inizio era indefinita e intuitiva. La sua definizione diventa più precisa e oggettiva grazie alla bilancia. Numeri e misure consentono un calcolo più preciso. Le categorie sono stabilite. Le differenze di dimensioni hanno conseguenze sociali spesso definite attraverso tolleranze o rifiuti dei corpi.
PROGRESSI MEDICI.
Accanto a questa dimensione sociale, è lo studio approfondito sui meccanismi fisiologici, il lavoro scientifico sui processi chimici e sulle patologie a portare ad un corpo di conoscenza sul grasso sempre più lontano dalle nozioni spontanee dei tempi più antichi. Siamo ormai nel XX secolo, quasi all’oggi. Negli anni Venti compaiono tabelle di peso sempre più sofisticate. Le gradazioni dell’obesità si sviluppano. Associato, dalla ricerca scientifica a diverse patologie, il grasso è diventato cattivo, ma, forse, non così brutto come lo si dipinge.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
