La Nuova Sardegna

Da Bitti agli Usa, via al progetto “Morra game” 

di Pasquale Farina
Da Bitti agli Usa, via al progetto “Morra game” 

La Lawrence university e l’ateneo di Cagliari hanno presentato uno studio sull’antico gioco d’azzardo diffuso in Sardegna

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BITTI. È stato presentato alla Lawrence technological university in Michigan “The morra game - Progetto morra”, una ricerca sull’antico gioco d'azzardo partita dalla Sardegna nell’agosto 2016, quando, durante un esperimento/torneo svoltosi a Bitti, fu raccolto un corposo dossier sulla materia.

Il progetto. «The morra game – racconta Franco Delogu, docente di Psicologia alla Lawrence University – è uno studio che sto portando avanti con l’Università del Michigan e il dipartimento di Pedagogia, Psicologia e Filosofia dell’ateneo di Cagliari tramite la psicologa Carla Meloni. Con ricercatori delle diverse discipline analizziamo gli aspetti del gioco per aprire una nuova finestra all’esplorazione della cognizione umana, tra cui le abilità della memoria a breve termine. Siamo molto interessati anche agli aspetti antropologici, storici e linguistici legati al gioco, e per questo il gruppo include matematici, informatici, antropologi e persino un giovane regista, Alessandro Cattaneo, che sta raccogliendo straordinario materiale audiovisivo in giro per l'isola».

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Le origini del gioco. La morra era conosciuta già nell'antico Egitto. In una tomba di un alto dignitario di corte vissuto intorno al 750 avanti Cristo si vede il defunto stendere il braccio con un numero, contrapposto a un altro giocatore. Dopo essersi diffusa nel mondo greco, riscosse ancor più successo durante la dominazione di Roma. Dall’epoca dei Cesari ci sono pervenute diverse manifestazioni scritte. Ne parla anche Cicerone, che scrive «dignus est quicum in tenebris mices», ossia «è persona degna quella con cui puoi giocare alla morra al buio». Dai latini era indicata come «micatio», dal verbo «micare», che per esteso era «micare digites», ossia protendere le dita nel gioco ed espansione.

L’ampiezza dei confini dell’impero e l’invio dei legionari, dai quali era molto praticata, ne ha permesso una larga diffusione. Oggi è presente in diverse zone che si affacciano sul Mediterraneo, come la Corsica, nella regione spagnola di Teruel, nell’area istriana della Slovenia, in Calabria, Basilicata e ovviamente in Sardegna. «Si gioca generalmente nella lingua o dialetto del posto – spiega Delogu – a Teruel in catalano, a Ilonse e Pierlas in lingua d’Oc, e da noi in sardo. Da questo punto di vista sembra essere un'importante voce per tenere vivo il senso di appartenenza, di autonomia culturale, senza derive folkloristiche».

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Lo studio. Nel torneo di Bitti si sono confrontate sedici copie di esperti murratori provenienti da diversi centri della Sardegna, e con la tecnologia della Spena Computer sono state videoregistrate le partite, intervistati i giocatori, raccolti i dati miografici sul movimento delle braccia e della mani. «È da allora - continua Franco Delogu – che alla Lawrence Tech e a Cagliari, con i ricercatori Vassili Casula, Andrea Atzeni, Silvana Mula e Veronica Muggianu sotto la supervisione delle professoresse Meloni e Fanari, stiamo lavorando all’analisi dei dati e adesso iniziano a emergere i primi risultati. Si comincia a capire, ed è la parte più divertente, che i murratores più bravi riescono a controllare la tentazione di giocare più spesso determinati numeri rispetto ad altri, mentre i meno bravi non giocano tutti i cinque numeri con la stessa frequenza. I più esperti sembrano inoltre possedere una comprensione intuitiva delle diverse probabilità di vincere con i diversi numeri che si giocano».

Le ragioni della ricerca. Per il professor Delogu sono diverse. «La morra – precisa – offre un’ affascinante nuova prospettiva per studiare la doppia natura dei processi cognitivi. È veloce ma richiede attenzione, ha aspetti di automaticità ma si basa sul controllo volontario del comportamento. È un “ibrido” ed è un ottimo ambiente in cui mettere alla prova la dual-processing theory, teoria che separa i processi automatici da quelli volontari. Ci sono poi gli aspetti di psicologia sociale e antropologica, come la grande fisicità e irruenza vocale con la quale viene giocata, che contrasta con la natura squisitamente logico-matematica del gioco. Per non parlare poi della postura dei giocatori, che in Sardegna è sempre stereotipata: rigidità del tronco, gambe allargate e leggermente flesse, e ancora l’estrema rapidità del gesto del braccio e della mano, aspetti questi già studiati da Ignazio Capitella nella sua analisi della “cinesica” del corpo nelle comunità barbaricine.

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Ma il fascino maggiore di questo progetto sta nello studio dei processi logici e matematici dei giocatori, che devono mostrare i numeri nella maniera più casuale possibile e allo stesso tempo cercare di prevedere quelli dell'avversario. Combinazioni che non sono date da un freddo mezzo, come i dadi o le carte rimescolate, ma da un confronto con un altro essere umano. L’abilità e la bellezza della morra sta proprio nel capire rapidamente i limiti dell'avversario e nascondere le proprie intrinseche debolezze».

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