Le ceramiche di una sarda nata nel Maine
A Gavoi le opere dell’artista trapiantata a Olbia. Nel catalogo i testi scritti da Fois, Sassi e Masala
Dai grattacieli newyorkesi al panorama mozzafiato dell’isola di Tavolara, contemplata dal laboratorio di ceramica di San Pantaleo e dalla casa di Capo Ceraso. È il viaggio di Anne Milliken Franchetti, eclettica artista americana quasi centenaria arrivata in Sardegna negli anni Sessanta e mai più andata via. A lei e alla sue creazioni Gavoi, in collaborazione con il Museo Man di Nuoro e La Casa delle Letterature di Roma, dedica, nell’ex Caserma, una mostra inaugurata una settimana fa come preludio alla quattordicesima edizione del festival “L’isola delle storie” (29 giugno – 2 luglio). Poi a settembre “Anne Franchetti. L’invenzione della Petra Sarda” volerà a Roma, città galeotta per la Milliken, che, discendente da una dinastia di industriali tessili del Maine, vi conobbe, ventenne, durante un viaggio nel 1939, il barone Mario Franchetti, suo futuro marito. E dove visse a lungo, prima di trasferirsi definitivamente a Capo Ceraso, nel golfo di Olbia, dove abita ancora oggi.
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La mostra, a cura di Ileana Florescu e Maria Ida Gaeta, espone una selezione di ceramiche in grès – piatti, brocche ed altri pregevoli manufatti per la casa – e di fotografie ed è corredata dal catalogo, in italiano con testo a fronte in inglese, “Anne Franchetti, una sarda del Maine”, pubblicato dalla casa editrice nuorese Imago Multimedia, con testi scritti da Marcello Fois, Edoardo Sassi e Franco Masala, che ripercorrono le vicende della baronessa venuta dagli States. Il laboratorio di ceramiche artistiche “Petra Sarda” nasce a San Pantaleo nel 1984, ma già nel 1960 Anne Milliken e il barone Franchetti avevano acquistato il terreno sul promontorio di Capo Ceraso, ed è qui che d’estate piantano le tende. In senso letterale, perché solo nel 1970 affideranno all’architetto Roberto Menghi l’incarico di costruire una casa, scrive Franco Masala, «attenta al paesaggio, in totale contrasto con quelle architetture “smeraldine” che affliggono molta dell’edilizia per le vacanze in Sardegna dopo il boom degli anni Sessanta». Niente a che vedere con lo stile mondano e patinato portato in Costa Smeralda dall’Aga Kahn (che, tra l’altro, su quella scia nel 1963 aveva già favorito il sorgere di un’altra industria di ceramiche, la Cerasarda). Come sottolinea Marcello Fois, la Milliken non può essere liquidata sbrigativamente come una turista o, peggio, l’ennesima “colonizzatrice”: lei «non si adatta al pensiero che il territorio nel quale è capitata debba diventare una porzione privilegiata per vacanzieri d’élite. Nella sua mente quello deve diventare uno spazio di elaborazione. Un luogo di bellezza che produca bellezza». E, scrive sempre Fois, «intuisce che c’è una sapienza di forme e colori, una creatività diffusa, uno sguardo sapienziale e millenario intorno a lei. Il suo apporto può essere solo di favorire quel processo».
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Per farlo, sceglie la strada della ceramica e si circonda di collaboratori locali, ai quali dona da subito, si legge nel catalogo, il 95% della proprietà di Petra Sarda. Lei, oltre a finanziare l’attività, si riserva il ruolo di progettista dei prototipi e, per assolvere al meglio il compito, prima di varare “Petra Sarda” va a formarsi in Cornovaglia, dove conosce il maestro della ceramica inglese Bernard Leach, e a Faenza. La rivoluzione della Milliken consiste nell’utilizzo dei caolini locali, fino ad allora in gran parte destinati all’esportazione, fusi a temperature altissime e miscelati con ceneri della flora autoctona per realizzare vasi, tazze, bottiglie dalle linee sobrie ed eleganti in grès porcellanato, ancora oggi la cifra stilistica dell’azienda. C’è dietro un grande studio, ma anche un pizzico di “magia naturale” nell’affidarsi agli elementi del paesaggio sardo, come testimoniano gli appunti e le ricette della baronessa ceramista. Per esempio questo: «Dobbiamo cuocere gli smalti Tenmoku (106), Kaki (53) e altri con molto ferro SEMPRE con venti da ovest, nord-ovest, nord, cioè Ponente, Maestrale, Tramontana, MAI con altri venti se vogliamo i colori migliori. Gli smalti “Celadon” vanno meglio con: Scirocco, Destro, Libeccio e Grecale»
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