«Scrivo per immagini come fossi al cinema»
di Fabio Canessa
Paul Lynch e le sue storie irlandesi col Donegal sullo sfondo
3 MINUTI DI LETTURA
INVIATO A GAVOI. Capelli lunghi, barba leggera ben tenuta, sguardo penetrante. Per l’aspetto un po’ da rockstar viene da immaginarselo che imbraccia una chitarra elettrica. Lo strumento di Paul Lynch è però un altro: la tastiera. E non quella di un musicista. La sua musica è fatta dal ritmo delle parole che scrive per raccontare storie. Come quella di Coll Coyle, protagonista del romanzo “Cielo rosso al mattino” appena pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd.
La presentazione è fissata per l’ultimo incontro di giornata, quando a Gavoi è già notte. Appena arrivato in Barbagia, nel tardo pomeriggio, l’autore irlandese è però disponibile per un’intervista. Per parlare un po’ di questo suo libro nato dopo la «visione di un documentario sul Duffy’s Cut, un episodio misconosciuto della storia irlandese». Nel 1832, 57 uomini partirono dall’Ulster per andare in America a lavorare alla costruzione di un pezzo di ferrovia. Poco tempo dopo morirono tutti, si disse di colera. Ma altre prove indicano che molti tra questi, non malati, furono invece uccisi dai vigilantes per paura del contagio. Lynch ricorda di essere stato rapito da questa storia sconosciuta diventata poi lo spunto per il romanzo: «In fondo non sono io che decido le storie da scrivere – sottolinea – ma sono sempre loro che mi vengono incontro». Come quei lavoratori anche il protagonista di “Cielo rosso al mattino” emigra negli Stati Uniti e proprio in quel 1832. Anche se lascia l’Irlanda per altri motivi. Lo sguardo rivolto al passato, ma per parlare anche del presente, dei nuovi fenomeni migratori. «Perché con i nuovi tempi di crisi dell’economia, tanti giovani, molti della mia generazione, sono stati costretti a emigrare».
Il passato per Paul Lynch vuol dire un’infanzia vissuta nella contea di Donegal, territorio che è grande protagonista del romanzo in tutta la prima parte. «Ci siamo trasferiti lì quando ero piccolo e sono cresciuto in quell’ambiente estremamente rurale. Ma venendo da un altro posto mi sono sempre sentito un outsider, fuori luogo in mezzo a questa natura. Ho odiato quel posto e sono stato ben felice di andarmene poi a Dublino. Anni dopo, però, quando ero diventato uno scrittore il Donegal ha cominciato a rivivere dentro di me. La brughiera, quell’ambiente ha come iniziato a parlarmi in maniera trasfigurata rispetto alla realtà, in maniera quasi mitologica. E ho capito poteva essere lo sfondo ideale per la storia che volevo raccontare». Quel territorio rivive nel libro in maniera così vera, vibrante, si potrebbe dire concreta. La scrittura di Lynch è infatti particolarmente visiva, filmica usando un termine un po’ abusato. Dietro forse c’è la sua esperienza come critico cinematografico.
«Sicuramente c’è una relazione, ma non so se la mia scrittura è visiva perché mi piace il cinema o se mi piace il cinema proprio perché io mi esprimo, ragiono in questi termini, perché la mia immaginazione è così visiva. Quando scrivo effettivamente costruisco la scene un po’ come un regista, mi piace pensare di girare la scena, percorrerla con lo sguardo». I riferimenti sono altissimi. Se in letteratura Cormac McCarthy («mi piace il suo stile di descrizione dei comportamenti dei personaggi, l’idea di obbligare il lettore a riflettere sul personaggio attraverso i gesti e non tanto con quello che dice») per quanto riguarda il cinema il primo nome è quello di Bresson: «Guardavo in continuazione i suoi film e ricordo di aver pensato: un giorno voglio scrivere nel modo in cui Bresson gira». Il lungometraggio preferito? Ci pensa un attimo e poi ecco il titolo: “Diario di un curato di campagna”. Perché spiega l’autore irlandese «è uno dei grandi film sulla battaglia dell’essere artisti. Attraverso la figura di un prete esprime bene cosa vuol dire essere artisti, sentire di avere una chiamata e seguirla a tutti a costi. Non sono religioso, ma la scrittura è un po’ come una vocazione». La chiamata Paul Lynch l’ha avuto proprio in Italia. «Mi trovavo a Lipari, quando ho capito come un’illuminazione che dovevo fare quello che sentivo da sempre: lo scrittore».
La presentazione è fissata per l’ultimo incontro di giornata, quando a Gavoi è già notte. Appena arrivato in Barbagia, nel tardo pomeriggio, l’autore irlandese è però disponibile per un’intervista. Per parlare un po’ di questo suo libro nato dopo la «visione di un documentario sul Duffy’s Cut, un episodio misconosciuto della storia irlandese». Nel 1832, 57 uomini partirono dall’Ulster per andare in America a lavorare alla costruzione di un pezzo di ferrovia. Poco tempo dopo morirono tutti, si disse di colera. Ma altre prove indicano che molti tra questi, non malati, furono invece uccisi dai vigilantes per paura del contagio. Lynch ricorda di essere stato rapito da questa storia sconosciuta diventata poi lo spunto per il romanzo: «In fondo non sono io che decido le storie da scrivere – sottolinea – ma sono sempre loro che mi vengono incontro». Come quei lavoratori anche il protagonista di “Cielo rosso al mattino” emigra negli Stati Uniti e proprio in quel 1832. Anche se lascia l’Irlanda per altri motivi. Lo sguardo rivolto al passato, ma per parlare anche del presente, dei nuovi fenomeni migratori. «Perché con i nuovi tempi di crisi dell’economia, tanti giovani, molti della mia generazione, sono stati costretti a emigrare».
Il passato per Paul Lynch vuol dire un’infanzia vissuta nella contea di Donegal, territorio che è grande protagonista del romanzo in tutta la prima parte. «Ci siamo trasferiti lì quando ero piccolo e sono cresciuto in quell’ambiente estremamente rurale. Ma venendo da un altro posto mi sono sempre sentito un outsider, fuori luogo in mezzo a questa natura. Ho odiato quel posto e sono stato ben felice di andarmene poi a Dublino. Anni dopo, però, quando ero diventato uno scrittore il Donegal ha cominciato a rivivere dentro di me. La brughiera, quell’ambiente ha come iniziato a parlarmi in maniera trasfigurata rispetto alla realtà, in maniera quasi mitologica. E ho capito poteva essere lo sfondo ideale per la storia che volevo raccontare». Quel territorio rivive nel libro in maniera così vera, vibrante, si potrebbe dire concreta. La scrittura di Lynch è infatti particolarmente visiva, filmica usando un termine un po’ abusato. Dietro forse c’è la sua esperienza come critico cinematografico.
«Sicuramente c’è una relazione, ma non so se la mia scrittura è visiva perché mi piace il cinema o se mi piace il cinema proprio perché io mi esprimo, ragiono in questi termini, perché la mia immaginazione è così visiva. Quando scrivo effettivamente costruisco la scene un po’ come un regista, mi piace pensare di girare la scena, percorrerla con lo sguardo». I riferimenti sono altissimi. Se in letteratura Cormac McCarthy («mi piace il suo stile di descrizione dei comportamenti dei personaggi, l’idea di obbligare il lettore a riflettere sul personaggio attraverso i gesti e non tanto con quello che dice») per quanto riguarda il cinema il primo nome è quello di Bresson: «Guardavo in continuazione i suoi film e ricordo di aver pensato: un giorno voglio scrivere nel modo in cui Bresson gira». Il lungometraggio preferito? Ci pensa un attimo e poi ecco il titolo: “Diario di un curato di campagna”. Perché spiega l’autore irlandese «è uno dei grandi film sulla battaglia dell’essere artisti. Attraverso la figura di un prete esprime bene cosa vuol dire essere artisti, sentire di avere una chiamata e seguirla a tutti a costi. Non sono religioso, ma la scrittura è un po’ come una vocazione». La chiamata Paul Lynch l’ha avuto proprio in Italia. «Mi trovavo a Lipari, quando ho capito come un’illuminazione che dovevo fare quello che sentivo da sempre: lo scrittore».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
