La Nuova Sardegna

Elsa Martinelli, la diva che stregò Hollywood 

di Giorgio Gosetti

È morta a 82 anni. Scoperta da Kirk Douglas, ha lavorato coi grandi del cinema da Welles a Monicelli, da Vadim a Lattuada

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ROMA. Si potrebbe raccontare la vita di Elsa Martinelli, morta ieri a Roma a 82 anni, come una lunga favola tanto simile a quella di Cenerentola, compresa la scarpina fatata. Nel suo caso fu Gary Cooper ad accoglierla bevendo champagne in una scarpa della giovane diva come atto d'omaggio. Oppure pensando al modo «magico» in cui entrò nel jet-set, grazie al sarto Roberto Cappucci che la notò in una boutique di Via Frattina a Roma e subito la volle come mannequin per le sue sfilate; o ancora pensando al matrimonio aristocratico che la vide protagonista nel 1957 quando andò in sposa al conte Franco Mancinelli Scotti di San Vito, padre della sua unica figlia, Cristiana. Ma tutto questo non rende davvero omaggio alla ragazza di Grosseto, settima di otto figli, che aveva un padre ferroviere e una madre casalinga, eppure seppe costruirsi con naturalezza un’aura di eleganza e di sobria eccezionalità, tanto diversa dalle belle italiane della sua generazione, quella delle «maggiorate».

Invece Elsa Martinelli, nata il 30 gennaio 1935, incarnò un fascino opposto e davvero poco italiano: magra, slanciata (era alta 1.76), capace di atteggiamenti da maschiaccio e portamento da gran dama, assomigliava più all’idea di divismo di Audrey Hepburn che alle Miss Italia degli anni ’50. Cassiera al bar o infilatrice di perline per aiutare l'economia di famiglia, finì quasi per caso sulle riviste di moda, entrò per scommessa nel mondo del cinema (le prime apparizioni nel 1953 con «Se vincessi cento milioni» di Carlo Campogalliani e «L’uomo e il diavolo» di Autant-Lara da Stendhal nel 1954), approdò sulle pagine della rivista Life e venne notata da Kirk Douglas, suo pigmalione per «Il cacciatore di indiani» di André de Toth del 1955. Piacque a registi e produttori, trovò in John Wayne un ammiratore tanto discreto quanto convinto (furono poi insieme in «Hatari» di Howard Hawks) e in Frank Sinatra un amante tanto passeggero quanto entusiasta. Ma la ragazza (nel 1956 aveva appena 21 anni) usò il biglietto di ritorno in Italia per seguire Mario Monicelli che le proponeva un ruolo da protagonista in «Donatella». Scelta felice giacché il film, presentato al festival di Berlino, le valse il premio come migliore attrice. A quell'exploit seguirono «La risaia» di Matarazzo, titoli amati dal pubblico e soprattutto l'ambizioso, pasoliniano «La notte brava» di Mauro Bolognini (1959) e il più delicato «Un amore a Roma» di Dino Risi.

Ormai proiettata però nel cono di luce della notorietà internazionale, Elsa si concede incursioni nel grande cinema d’autore internazionale in quegli anni ’60 che furono il suo momento di massimo splendore: con Roger Vadim («Il sangue e la rosa», 1960), Orson Welles («Il processo»,1962), Henry Hathaway («Il grande safari», 1963), Elio Petri («La decima vittima», a fianco di Marcello Mastroianni nel film meno italiano del regista), fino a «L'amica» di Alberto Lattuada, 1969). Poi negli anni ’70 il suo bellissimo personaggio per «Il garofano rosso» di Luigi Faccini. Ma il suo mondo è ormai un altro; frequenta il jet-set internazionale, incide un disco come cantante, è giornalista brillante e acuta, sposa in seconde nozze il fotografo e designer Willy Rizzo nel 1968, presenta addirittura il festival di Sanremo nel 1971. Come attrice si concederà un ritorno, nel 2004 con la terza stagione della mini-serie «Orgoglio».

Nel firmamento delle grandi dive italiane Elsa Martinelli ha saputo ritagliarsi un posto che non ha eguali e oggi chi l'ha amata piange una donna che seppe sempre anticipare i tempi e guardare al passato con affetto, senza inutili nostalgie.

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