La Nuova Sardegna

Alessandro Sanna e i mille volti del Bardo

di Fabio Canessa

L’illustratore oggi ad Alghero per presentare, disegnando dal vivo, il suo nuovo libro “Essere o non essere Shakespeare”

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ALGHERO. «Le uniche parole che ho scritto sono all’inizio. Nella prima pagina c’è Shakespeare che va da un pittore e gli chiede: perché non mi fai un bel ritratto? Questo pittore, che non si sa bene di che epoca sia, potrebbe essere un personaggio che viene fuori da un quadro di Seraut, quindi di fine Ottocento e non suo contemporaneo, risponde: l’importante è che non stia fermo. Il contrario di quello che si dice a una persona che si vuole ritrarre». Nel suo nuovo libro Alessandro Sanna affronta la figura del Bardo. “Essere o non essere Shakespeare. Esercizi di ginnastica visiva” (Corraini Edizioni) conferma il grande talento di uno dei più apprezzati illustratori italiani, più volte premio Andersen. Nato nel 1975 a Nogara, vive e lavora in provincia di Mantova. Ma è facile intuire dal cognome che ha origini sarde, sassaresi in particolare. Oggi sarà ad Alghero, grazie alla collaborazione tra il festival Dall’altra parte del mare e Lo Quarter del Llibre, per uno spettacolo che prende le mosse proprio dal libro. Dalle 22, in largo Lo Quarter, Sanna disegnerà accompagnato dal violino di Sonia Peana, dall’arpa di Lucia Careddu e dalle letture di Alessandro Pala Griesche. «Per quanto riguarda le letture - spiega l’illustratore - si tratta delle citazioni che si trovano nel libro. Una ventina di situazioni tratte da opere di Shakespeare, in particolare dove lui ragiona sul ritratto. Un lavoro fatto grazie alla ricerca di un’esperta di letteratura inglese».

E per la musica?

«Conosco Sonia Peana da tempo, abbiamo già collaborato per altre cose. Le ho quindi chiesto di venire ad accompagnarmi. Lo farà insieme a una sua amica arpista, con musiche di repertorio antico».

Ma disegnare con la musica aiuta? Come lavora nel suo studio?

«In queste occasioni la musica è necessaria. Scandisce il tempo che è diverso da quello che posso prendermi nel mio studio. E poi aiuta a dare ritmo al mio pensiero e alla mia mano. Riesco a disegnare con più energia. A casa dipende. Ascolto spesso musica, ma lavoro anche senza, lasciandomi andare nel silenzio».

Ma in performance di questo tipo, quando disegna davanti a un pubblico, riesce in qualche modo a isolarsi per mantenere meglio la concentrazione?

«Sono abituato. All’inizio magari c’è qualche tentennamento, ma poi quando disegno pur essendo cosciente di essere davanti a un pubblico perdo quella responsabilità e mi sento libero come fossi da solo. La cosa che più mi preoccupa in queste occasioni è la possibilità di riscontrare problemi dal punto di vista tecnologico nella proiezione. Io lavoro con strumenti classici. Acquerello, carte normali».

Tornando al libro, quanto è stato difficile affrontare un volto così noto che rappresenta quasi un marchio?

«Tutti conosciamo quelle due, tre stampe che ci sono pervenute nel tempo e che sono tutte postume. Nessuno ha fatto un ritratto suo quando era in vita. Poi vengono fuori sempre notizie, è una figura quasi misteriosa. Io comunque non mi sono documentato tanto perché volevo essere completamente libero. Ho fatto la cosa più naturale, disegnare un volto. Che era il suo, ma potevo essere anche di un altro personaggio».

Perché dunque Shakespeare?

«Il progetto nasce su proposta della biblioteca di Mantova ed era legato al ricordo per i 400 anni dalla morte. Io però ho preferito svincolarmi dal fare un omaggio vero e proprio e alla fine il libro è diventato un ragionamento su cosa voglia dire fare un ritratto e sull’identità. Un progetto in qualche modo fragile, sembra quasi un laboratorio. Tentare di fare, di mettere sul tavolo delle idee».

Come ha lavorato nel concreto?

«Alla fine ho raccolto in quasi duecento pagine le variazioni sul tema, a livello di tecniche e composizioni, del volto di Shakespeare. Ritratti possibili, immaginati, interpretati da me in una sorta di inseguimento ossessivo alla ricerca di un volto che potesse in qualche modo rappresentare il personaggio. Ho fatto vari esperimenti. Dalla matita in bianco e nero alla china, dal puntinato all’incisione su lastra. E poi ho anche trasformato volti degli amici nella faccia di Shakespeare. E non solo, anche il mio cane Billy».

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