«Avremmo bisogno di tanti don Milani»
di Giacomo Mameli
Marino Sinibaldi giovedì a Sassari per il festival letterario
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SASSARI. Gli bastano sei parole meditate. E Marino Sinibaldi (romano, 63 anni, dall'agosto 2009 direttore di Radio 3, idea pura di giornalismo e non solo di quello culturale, creatore di Fahrenheit) spiega il senso dei suoi interventi a “Sulla terra leggeri” con Flavio, Paola Soriga e Massimo Cirri tra Sassari e Alghero. Ragionando su don Lorenzo Milani (Firenze 1923, morto cinquant'anni fa) e sul ruolo della radio, parla dei “buoni maestri”, filo conduttore del festival. Ed ecco dire che il prete di Barbiana e la radio «sono gli incroci delle mie passioni».
Cominciamo dalla radio.
«La radio contiene in sé la rivoluzione di quanto a noi sembra oggi normale: libertà totale, fruizione senza vincoli e legami di connessioni o di residenza fissa. Resta un mezzo senta tempo, intramontabile. All’anticipazione storica della libertà dovuta alla tecnologia - dal broadcasting al Web - si è sommata, la caratteristica del mezzo rispetto all’utenza e conserva un alto livello di pluralismo».
C'è qualche specificità della radio made in Italy?
«Non esistono radio rabbiose come negli States, è rimasto centrale l’uso della parola, di quella parola che con don Milani rende liberi. In televisione lo share - vero o presunto - richiede il sovrapporsi delle parole, il che genera confusione. In radio il caos non funziona. Si parla uno alla volta, si segue il filo, c’è metodo narrativo, una logica che invita al ragionamento non alla battuta ad ogni costo. Quella che inizialmente per la radio sembrava una parziale debolezza oggi è diventata un elemento che l’ha salvata e che la salva. I cinquant’anni della televisione non sempre sono valutati correttamente e completamente. Oggi in tv sentiamo battute che anche su Internet troverebbero spazi marginali. La radio no: non spara nel mucchio, non insegue effetti speciali. Sulla qualità della comunicazione, del fare giornalismo forse sottovalutiamo quanto abbia inciso, e non in meglio, il profluvio da talk show. Va ripensato anche il modo di essere giornalisti perché, senza essere apocalittici, potremmo essere travolti da fake news e post verità. Si può servire la verità - come voleva don Milani - con un uso corretto della parola, premessa per la buona comunicazione».
Di quanti don Milani avrebbe bisogno oggi l'Italia, il mondo?
«Cento, mille don Milani. Che voleva insegnare a tutti, indistintamente. L’insegnamento è uguale fra Occidente e mondo arabo? A Oxford e Yale come nel cuore dell’Africa o dell’Asia? E in Italia c’è parità di standard educativi? Il maestro Franco Lorenzoni ha detto che oggi a scuola esiste un’uguaglianza solo formale perché, quasi in ogni istituto, senza distinzioni tra Nord e Sud, ci sono sezioni pregiate e altre mediocri. Anche se ci fermiamo al nostro Paese le selezioni si continuano a fare in entrata, c'è la sezione di eccellenza e quella che neanche è sufficiente. Si scelgono anche i docenti. Gianni Rodari diceva che occorreva consentire a tutti, tutti gli usi della parola. Ha detto tutti gli usi, non alcuni usi. Ciò non avviene».
E si acuiscono le differenze, i cultural divide.
«In passato la scuola era l’unico luogo dove si apprendeva, succedeva a Barbiana così come capitava a Lula o a Pietralata con gli alunni di Albino Bernardini prima in Sardegna nel cuore della Baronìa poi alle porte di Roma. Oggi non è più così. Anche a Barbiana, come a Lula e Pietralata, ci sono i tablet e gli iPhone. Ogni piccolo paese è strapieno di connessioni. La comunicazione, la conoscenza non si apprendono più nel chiuso di una pieve di montagna. Ma i livelli restano diversi perché diverse sono le condizioni di partenza. Don Milani scriveva che la parola è la chiave fatata che apre ogni porta”. E aggiungeva: “Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua”. Ma siamo certi che a tutti gli studenti, a tutti i ragazzi insegniamo allo stesso modo il valore, il significato delle parole? Ecco perché sarebbero ancora necessari tanti don Milani e tanti Albino Bernardini. Per far capire, a tutti, il valore della parola nella sua potenza creativa, la sua capacità di trasformare, di costruire quella parola che fa essere uomo e che dà speranza. La parola, non l’urlo».
Con Edoardo Albinati parlerete di grandi autori. Quali sono, in una cinquina, i preferiti in assoluto da Marino Sinibaldi?
«Risposta facile, sedimentata e da tempo meditata: Miguel de Cervantes, Robert Louis Stevenson, Lev Tolstoj, Elsa Morante e Kurt Vonnegut».
Cominciamo dalla radio.
«La radio contiene in sé la rivoluzione di quanto a noi sembra oggi normale: libertà totale, fruizione senza vincoli e legami di connessioni o di residenza fissa. Resta un mezzo senta tempo, intramontabile. All’anticipazione storica della libertà dovuta alla tecnologia - dal broadcasting al Web - si è sommata, la caratteristica del mezzo rispetto all’utenza e conserva un alto livello di pluralismo».
C'è qualche specificità della radio made in Italy?
«Non esistono radio rabbiose come negli States, è rimasto centrale l’uso della parola, di quella parola che con don Milani rende liberi. In televisione lo share - vero o presunto - richiede il sovrapporsi delle parole, il che genera confusione. In radio il caos non funziona. Si parla uno alla volta, si segue il filo, c’è metodo narrativo, una logica che invita al ragionamento non alla battuta ad ogni costo. Quella che inizialmente per la radio sembrava una parziale debolezza oggi è diventata un elemento che l’ha salvata e che la salva. I cinquant’anni della televisione non sempre sono valutati correttamente e completamente. Oggi in tv sentiamo battute che anche su Internet troverebbero spazi marginali. La radio no: non spara nel mucchio, non insegue effetti speciali. Sulla qualità della comunicazione, del fare giornalismo forse sottovalutiamo quanto abbia inciso, e non in meglio, il profluvio da talk show. Va ripensato anche il modo di essere giornalisti perché, senza essere apocalittici, potremmo essere travolti da fake news e post verità. Si può servire la verità - come voleva don Milani - con un uso corretto della parola, premessa per la buona comunicazione».
Di quanti don Milani avrebbe bisogno oggi l'Italia, il mondo?
«Cento, mille don Milani. Che voleva insegnare a tutti, indistintamente. L’insegnamento è uguale fra Occidente e mondo arabo? A Oxford e Yale come nel cuore dell’Africa o dell’Asia? E in Italia c’è parità di standard educativi? Il maestro Franco Lorenzoni ha detto che oggi a scuola esiste un’uguaglianza solo formale perché, quasi in ogni istituto, senza distinzioni tra Nord e Sud, ci sono sezioni pregiate e altre mediocri. Anche se ci fermiamo al nostro Paese le selezioni si continuano a fare in entrata, c'è la sezione di eccellenza e quella che neanche è sufficiente. Si scelgono anche i docenti. Gianni Rodari diceva che occorreva consentire a tutti, tutti gli usi della parola. Ha detto tutti gli usi, non alcuni usi. Ciò non avviene».
E si acuiscono le differenze, i cultural divide.
«In passato la scuola era l’unico luogo dove si apprendeva, succedeva a Barbiana così come capitava a Lula o a Pietralata con gli alunni di Albino Bernardini prima in Sardegna nel cuore della Baronìa poi alle porte di Roma. Oggi non è più così. Anche a Barbiana, come a Lula e Pietralata, ci sono i tablet e gli iPhone. Ogni piccolo paese è strapieno di connessioni. La comunicazione, la conoscenza non si apprendono più nel chiuso di una pieve di montagna. Ma i livelli restano diversi perché diverse sono le condizioni di partenza. Don Milani scriveva che la parola è la chiave fatata che apre ogni porta”. E aggiungeva: “Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua”. Ma siamo certi che a tutti gli studenti, a tutti i ragazzi insegniamo allo stesso modo il valore, il significato delle parole? Ecco perché sarebbero ancora necessari tanti don Milani e tanti Albino Bernardini. Per far capire, a tutti, il valore della parola nella sua potenza creativa, la sua capacità di trasformare, di costruire quella parola che fa essere uomo e che dà speranza. La parola, non l’urlo».
Con Edoardo Albinati parlerete di grandi autori. Quali sono, in una cinquina, i preferiti in assoluto da Marino Sinibaldi?
«Risposta facile, sedimentata e da tempo meditata: Miguel de Cervantes, Robert Louis Stevenson, Lev Tolstoj, Elsa Morante e Kurt Vonnegut».
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