La Nuova Sardegna

Quel bacio galeotto sotto il burqa

di Giandomenico Mele
Quel bacio galeotto sotto il burqa

La regista franco-iraniana Sou Abadi ha chiuso il Festival di Tavolara

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OLBIA. Il titolo originale doveva essere “A qualcuno piace velato”, poi è arrivato il burqa. «Il burqa è visto come simbolo di separazione, volevo diventasse un involucro per un incontro». Sou Abadi ha presentato domenica sera a Tavolara il film “Due sotto il burqa-Cherchez la femme!”, evento di chiusura della rassegna cinematografica versione 2017.

La regista franco-iraniana racconta la genesi di un progetto certamente coraggioso, che parla di integrazione e fondamentalismo religioso. «La cosa più bella all’uscita nelle sale è stata che gli spettatori, nonostante un soggetto impegnativo, hanno riso tanto davanti a un contenuto doloroso, forse per il modo di raccontarlo coinvolgente e comico insieme – spiega Sou Abadi – . L’immagine simbolo del film è il bacio sotto il burqa, un momento che nella stesura del primo soggetto impegnava cinque pagine, ma che ci è venuto naturale alla fine». In “Due sotto il burqa” ci sono due innamorati, Armand e Leila, che sono contrastati dal fratello di lei, Mahmoud: tornato a Parigi da un viaggio nello Yemen che lo ha avvicinato al fondamentalismo, crede che lo stile di vita moderno della sorella offenda il Profeta. L’unica soluzione è confinarla in casa e impedirle ogni contatto con il ragazzo. Ma Armand non ci sta ed escogita un piano: indossare un burqa e spacciarsi per donna. «Da dove viene la storia? Mia madre era comunista e mio padre di destra, litigavano sempre per ragioni politiche – racconta la Abadi –. Poi abbiamo vissuto i primi anni della rivoluzione Khomeinista e abbiamo deciso di lasciare l’Iran. Conosco poi le periferie della Francia, ho lavorato all’accoglienza dei sans papiers».

Il burqa come simbolo di chiusura, sulla quale il film apre uno squarcio di umorismo che regala alla storia la connotazione utopica che vuole prendere in giro molti cliché. «Per me il burqa rappresenta una sorta di riflesso pavloviano, il primo anno della rivoluzione in Iran si veniva arrestati se non si indossava il velo. Questo mi provocava disagio – racconta la regista –. Oggi dietro il velo non c’è per forza l’estremismo religioso. In democrazia ognuno si veste come vuole, ma non ci si deve fermare alla rivendicazione di una libera scelta. Decidere di coprire il volto non è come scegliere il rossetto. In nome di Dio si impone una logica sessista sul proprio corpo». Anche per questo c’è il cinema, nel quale si può usare l’ironia su argomenti difficili. Gli integralisti non hanno molto senso dell’umorismo – conclude la Abadi – . Ma chi ha un rapporto maturo con la religione e con la laicità ha trovato questo film piacevole».

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