«I miei eroi marginali resistono nel tempo»
di Grazia Brundu
Mauro Nucci racconta la sua Roma lontana dagli stereotipi
5 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. La prima volta «va bene così». La seconda invece brucia, soprattutto se il tuo libro è «molto sofferto, molto complicato» e per nascere si è preso cinque anni della tua vita. È il caso di Matteo Nucci: due volte nella cinquina del Premio Strega, due volte non vincitore. La più recente, poche settimane fa, con “È giusto obbedire alla notte”: un romanzo potente, con protagonista un cinquantenne alla ricerca di se stesso tra gli ultimi irriducibili pescatori di anguille del Tevere. Il libro è pubblicato dalla fiorentina Ponte alle Grazie, che anche in questa edizione dello Strega, come altre piccole case editrici, ha dovuto soccombere davanti ai colossi Einaudi e Mondadori. Che poi, è noto, dal 1994 sono la stessa entità.
Comunque, per fortuna, non sono i premi a marcare la bellezza di un libro (le vendite, invece, un po’ sì) e quello di Nucci – che ieri è stato ospite a Sassari del festival “Sulla terra leggeri” – di strada ne sta facendo lo stesso. Matteo Nucci, in altre interviste ha già raccontato che la prima idea del romanzo nasce durante il pranzo su una chiatta lungo il Tevere nel 2009. Da allora, però, sono passati otto anni e quattro libri. Come mai la gestazione è stata così lunga? «Diciamo che il nucleo della storia è venuto fuori nel 2010 avanzato, ma ho cominciato a scrivere solo l’anno seguente, dopo molti sopralluoghi e considerazioni. La gestazione è stata lunga perché il libro è lungo, anzi era molto più lungo delle quasi quattrocento pagine attuali, l’ho dovuto tagliare moltissimo ed è stato un processo molto sofferto e complicato. Ho finito di scriverlo nel 2015, ma prima della pubblicazione è passato ancora tempo per una serie di problemi editoriali».
Uno dei primi personaggi che si incontrano in “È giusto obbedire alla notte”, Cesare, deve il nome a un anziano anguillaro in carne e ossa, che da quando era ragazzino pesca le “ciriole” sul Tevere. Esiste davvero anche l’Anaconda?
«In effetti il nome è un omaggio a Cesare Bergamini, che però è molto più ironico e simpatico del Cesare che racconto io. E l’Anaconda esiste, sì, è la chiatta dove ormeggiano le barchette gli anguillari che fanno capo a lui».
I luoghi descritti nel romanzo sono personaggi a tutti gli effetti e si vede che dietro c’è uno studio molto approfondito. Il suo lavoro di reporter di viaggi per il “Venerdì” di Repubblica le è stato utile nel cercare un punto di vista non convenzionale?
«Il libro si snoda intorno al Tevere, verso Magliana, e effettivamente ho fatto tutta una ricerca sul campo con gli stessi metodi che uso per i reportage, cioè andare nei posti, osservare, ascoltare, chiacchierare, scoprire le storie. Ho imparato a farlo da Attilio Giordano, a cui è dedicato il libro e che purtroppo è scomparso poco tempo fa. Lui è stato il mio maestro al “Venerdì”: era un giornalista vero che non si accontentava di sopralluoghi mordi e fuggi nei posti, come si fa sempre più spesso in questo lavoro, solo per confermare con un’intervista un pregiudizio già formato in partenza».
Cosa ha scoperto nei suoi sopralluoghi preparatori al romanzo?
«Per esempio un antichissimo tempio romano che sta in una cantina di una taverna: non ne sapevo nulla, l’ho scoperto andandoci a mangiare. Poi sono stato nei campi nomadi, mi sono molto divertito a scoprire la bellezza, la ricchezza della cultura rom, che purtroppo viene condannata a priori all’interno di ghetti dove i nomadi sono costretti, sostanzialmente, a diventare delle bestie. Ho scoperto anche un piccolo borgo fondato da abruzzesi che fuggivano il terremoto, nei primi del Novecento, e qui i vecchi ancora si vestono con gli abiti tradizionali».
I personaggi del romanzo, così come i luoghi, sono marginali, vivono lontani dagli stereotipi di una Roma da cartolina. Hanno qualcosa a che vedere con i borgatari descritti, per esempio, da Pasolini e portatori dei valori più autentici del popolo? «Pasolini lo amo ma non ho mai pensato a lui mentre scrivevo il libro. Però è interessante il fatto che certe sue riflessioni ormai ci si sono infilate dentro, anche se non ce ne accorgiamo fanno parte di noi. Quello che a me interessava mostrare era che queste persone, i cosiddetti “marginali”, hanno una capacità di vivere il tempo che ci è dato molto superiore a quella che abbiamo noi con le nostre vite in cerca di denaro e di stronzate».
Lei è da sempre appassionato della classicità greca e il titolo di “È giusto obbedire alla notte” ricalca un verso dell’Iliade. Il protagonista, il Dottore, potrebbe essere, invece, una personificazione di Ulisse?
«In realtà fa il dottore solo per necessità, ma è un archeologo della Roma virgiliana, fondata dai Greci. E in parte è un eroe greco, come tale soffre e non si vergogna di soffrire. E come Odisseo che attraverso Itaca cerca il senso della propria vita, anche il Dottore cerca di ritrovarsi dopo aver sofferto il dolore più atroce».
Che non naturalmente non sveliamo qui. Può dirci qualcosa, però della struttura in tre parti del romanzo?
«È una sorte di tesi-antitesi-sintesi. La prima parte serve principalmente per definire il mondo che si porta appresso il protagonista, lo stile è costruito in parte realistico in parte onirico, perché il Dottore fa un viaggio anche dentro di sé. La seconda parte ha una scrittura sincopata, il mondo delle fiabe si alterna a quello del dolore, mentre la terza parte è quella che si apre finalmente al presente e al futuro».
Comunque, per fortuna, non sono i premi a marcare la bellezza di un libro (le vendite, invece, un po’ sì) e quello di Nucci – che ieri è stato ospite a Sassari del festival “Sulla terra leggeri” – di strada ne sta facendo lo stesso. Matteo Nucci, in altre interviste ha già raccontato che la prima idea del romanzo nasce durante il pranzo su una chiatta lungo il Tevere nel 2009. Da allora, però, sono passati otto anni e quattro libri. Come mai la gestazione è stata così lunga? «Diciamo che il nucleo della storia è venuto fuori nel 2010 avanzato, ma ho cominciato a scrivere solo l’anno seguente, dopo molti sopralluoghi e considerazioni. La gestazione è stata lunga perché il libro è lungo, anzi era molto più lungo delle quasi quattrocento pagine attuali, l’ho dovuto tagliare moltissimo ed è stato un processo molto sofferto e complicato. Ho finito di scriverlo nel 2015, ma prima della pubblicazione è passato ancora tempo per una serie di problemi editoriali».
Uno dei primi personaggi che si incontrano in “È giusto obbedire alla notte”, Cesare, deve il nome a un anziano anguillaro in carne e ossa, che da quando era ragazzino pesca le “ciriole” sul Tevere. Esiste davvero anche l’Anaconda?
«In effetti il nome è un omaggio a Cesare Bergamini, che però è molto più ironico e simpatico del Cesare che racconto io. E l’Anaconda esiste, sì, è la chiatta dove ormeggiano le barchette gli anguillari che fanno capo a lui».
I luoghi descritti nel romanzo sono personaggi a tutti gli effetti e si vede che dietro c’è uno studio molto approfondito. Il suo lavoro di reporter di viaggi per il “Venerdì” di Repubblica le è stato utile nel cercare un punto di vista non convenzionale?
«Il libro si snoda intorno al Tevere, verso Magliana, e effettivamente ho fatto tutta una ricerca sul campo con gli stessi metodi che uso per i reportage, cioè andare nei posti, osservare, ascoltare, chiacchierare, scoprire le storie. Ho imparato a farlo da Attilio Giordano, a cui è dedicato il libro e che purtroppo è scomparso poco tempo fa. Lui è stato il mio maestro al “Venerdì”: era un giornalista vero che non si accontentava di sopralluoghi mordi e fuggi nei posti, come si fa sempre più spesso in questo lavoro, solo per confermare con un’intervista un pregiudizio già formato in partenza».
Cosa ha scoperto nei suoi sopralluoghi preparatori al romanzo?
«Per esempio un antichissimo tempio romano che sta in una cantina di una taverna: non ne sapevo nulla, l’ho scoperto andandoci a mangiare. Poi sono stato nei campi nomadi, mi sono molto divertito a scoprire la bellezza, la ricchezza della cultura rom, che purtroppo viene condannata a priori all’interno di ghetti dove i nomadi sono costretti, sostanzialmente, a diventare delle bestie. Ho scoperto anche un piccolo borgo fondato da abruzzesi che fuggivano il terremoto, nei primi del Novecento, e qui i vecchi ancora si vestono con gli abiti tradizionali».
I personaggi del romanzo, così come i luoghi, sono marginali, vivono lontani dagli stereotipi di una Roma da cartolina. Hanno qualcosa a che vedere con i borgatari descritti, per esempio, da Pasolini e portatori dei valori più autentici del popolo? «Pasolini lo amo ma non ho mai pensato a lui mentre scrivevo il libro. Però è interessante il fatto che certe sue riflessioni ormai ci si sono infilate dentro, anche se non ce ne accorgiamo fanno parte di noi. Quello che a me interessava mostrare era che queste persone, i cosiddetti “marginali”, hanno una capacità di vivere il tempo che ci è dato molto superiore a quella che abbiamo noi con le nostre vite in cerca di denaro e di stronzate».
Lei è da sempre appassionato della classicità greca e il titolo di “È giusto obbedire alla notte” ricalca un verso dell’Iliade. Il protagonista, il Dottore, potrebbe essere, invece, una personificazione di Ulisse?
«In realtà fa il dottore solo per necessità, ma è un archeologo della Roma virgiliana, fondata dai Greci. E in parte è un eroe greco, come tale soffre e non si vergogna di soffrire. E come Odisseo che attraverso Itaca cerca il senso della propria vita, anche il Dottore cerca di ritrovarsi dopo aver sofferto il dolore più atroce».
Che non naturalmente non sveliamo qui. Può dirci qualcosa, però della struttura in tre parti del romanzo?
«È una sorte di tesi-antitesi-sintesi. La prima parte serve principalmente per definire il mondo che si porta appresso il protagonista, lo stile è costruito in parte realistico in parte onirico, perché il Dottore fa un viaggio anche dentro di sé. La seconda parte ha una scrittura sincopata, il mondo delle fiabe si alterna a quello del dolore, mentre la terza parte è quella che si apre finalmente al presente e al futuro».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google