Stefano Bollani e il bello dell’improvvisazione
di Andrea Musio
Il musicista e compositore milanese racconta i suoi “one man show” in programma il 4 agosto a Sassari e il 5 ad Arbatax
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Le imprevedibili strade di Stefano Bollani. Ogni suo concerto è una incognita, sempre diverso, verso dolci discese nella melodia e nei tortuosi percorsi dell’improvvisazione. Una direzione che può cambiare in qualsiasi momento per qualunque ragione, e quando si pensa di essere arrivati a un traguardo, basta poco perché diventi una tappa verso lidi inaspettati. L'eclettico pianista milanese sarà in Sardegna per due date. Il 4 agosto a Sassari, con il suo “Napoli trip” insieme al sassofonista partenopeo Daniele Sepe, il clarinettista Nico Gori e il batterista Bernardo Guerra, ospite del Festival Abbabula, allestito da “Le Ragazze Terribili” sul Monte D'Accoddi. Il giorno successivo sarà invece, in “Piano Solo”, sul palco di Rocce Rosse Blues nel Piazzale degli Scogli Rossi di Arbatax. «Durante le mie esibizioni – spiega Bollani – il mio scopo è non annoiarmi, mai. Se mi annoiassi io figurati il pubblico come si sentirebbe». Questo è solo uno dei motivi per cui ogni performance ha sempre una forte connotazione di improvvisazione. «Non c'è una vera e propria scaletta e non si va a finire. Il live è un percorso che si costruisce tutti insieme. Io, il pianoforte, l’acustica, il pubblico. Io faccio le mie proposte ma vado in diverse direzioni quando sento l'esigenza, musicalmente di spostarmi altrove. Tutto dipende dall'energia del momento e, ogni sera, cerco di fare un unico blocco di questa energia. Una sorta di equilibrio in cui gioca un ruolo molto importante la location. So che in Sardegna mi esibirò in due teatri naturali, vediamo cosa succederà. Questo è abbastanza evidente nei bis perché chiedo al pubblico cosa avrebbe voluto sentire».
Quello che viene fuori è un medley in cui ci si può aspettare di tutto. «Sì, cerco di mettere tutti i brani insieme anche se sono molto diversi fra loro. Questa tecnica – prosegue – non l’ho inventata io. Mi sono ispirato a Gustav Borge, un pianista classico danese che, alla fine della sua carriera, faceva degli spettacoli come “one man show”. Chiedeva al pubblico di scrivere dei titoli su dei foglietti e poi tentava di legarli insieme. A lui, come a me, è stato chiesto di suonare la Ballata No.2 di Chopin ma a me chiedono anche sigle di cartoni animati. Trovo molto più divertente mettere insieme Heidi e Chopin». Due settimane fa, in Portogallo, ha duettato con un altro pianista, il grande Chano Dominguez. Mi diverte tantissimo duettare con un altro pianoforte, ci vado a nozze. Mi era già capitato con Antonello Salis con Chucho Valdes. Con Chick Corea abbiamo addirittura fatto due tour. Il pianista è un musicista che ha molte più probabilità di ragionare nel mio stesso modo, proprio perché suoniamo lo stesso strumento. Il ragionamento è simile ma poi il risultato è completamente diverso. Entrambi affrontiamo lo strumento in maniera diversa nella musica ma soprattutto nell'improvvisazione. È quasi come incontrare un altro me stesso».
In uno dei suoi libri dedica ampio spazio all’errore nel jazz. Uno sbaglio che può invece aprire nuove porte. «Considero gli errori come segnali. C'è una parte di me che sta proponendo qualcosa di diverso. Cerco di prestare attenzione e provo ad andare in quella direzione. Improvvisando da solo è più evidente. Si pensa di realizzare un percorso e ci si incaponisce su una idea ritmica o su una linea armonica. Talvolta questo idealismo alla mano non piace molto. Bisogna essere sempre pronti a captare e capire se, in questo caso, un errore, sta indicando un'altra via rispetto a l'idea di perfezione». Conclusioni che ha portato anche in televisione, lo scorso anno, nel programma “L'importante è avere un piano”. “Quando la Rai mi ha proposto di fare il primo programma su Rai 3 “Sostiene Bollani”, lo staff aveva in mente un programma didattico. Io non ho mai avuto l'intento di educare ma fare uno show. Faccio entrare il pubblico nella mia stanza dei giochi. Racconto e faccio sentire poi, il pubblico decide cosa fare di quello che ha visto e sentito».
Quello che viene fuori è un medley in cui ci si può aspettare di tutto. «Sì, cerco di mettere tutti i brani insieme anche se sono molto diversi fra loro. Questa tecnica – prosegue – non l’ho inventata io. Mi sono ispirato a Gustav Borge, un pianista classico danese che, alla fine della sua carriera, faceva degli spettacoli come “one man show”. Chiedeva al pubblico di scrivere dei titoli su dei foglietti e poi tentava di legarli insieme. A lui, come a me, è stato chiesto di suonare la Ballata No.2 di Chopin ma a me chiedono anche sigle di cartoni animati. Trovo molto più divertente mettere insieme Heidi e Chopin». Due settimane fa, in Portogallo, ha duettato con un altro pianista, il grande Chano Dominguez. Mi diverte tantissimo duettare con un altro pianoforte, ci vado a nozze. Mi era già capitato con Antonello Salis con Chucho Valdes. Con Chick Corea abbiamo addirittura fatto due tour. Il pianista è un musicista che ha molte più probabilità di ragionare nel mio stesso modo, proprio perché suoniamo lo stesso strumento. Il ragionamento è simile ma poi il risultato è completamente diverso. Entrambi affrontiamo lo strumento in maniera diversa nella musica ma soprattutto nell'improvvisazione. È quasi come incontrare un altro me stesso».
In uno dei suoi libri dedica ampio spazio all’errore nel jazz. Uno sbaglio che può invece aprire nuove porte. «Considero gli errori come segnali. C'è una parte di me che sta proponendo qualcosa di diverso. Cerco di prestare attenzione e provo ad andare in quella direzione. Improvvisando da solo è più evidente. Si pensa di realizzare un percorso e ci si incaponisce su una idea ritmica o su una linea armonica. Talvolta questo idealismo alla mano non piace molto. Bisogna essere sempre pronti a captare e capire se, in questo caso, un errore, sta indicando un'altra via rispetto a l'idea di perfezione». Conclusioni che ha portato anche in televisione, lo scorso anno, nel programma “L'importante è avere un piano”. “Quando la Rai mi ha proposto di fare il primo programma su Rai 3 “Sostiene Bollani”, lo staff aveva in mente un programma didattico. Io non ho mai avuto l'intento di educare ma fare uno show. Faccio entrare il pubblico nella mia stanza dei giochi. Racconto e faccio sentire poi, il pubblico decide cosa fare di quello che ha visto e sentito».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google