Sangue e umorismo nel cortile di una scuola
di Alessandro Marongiu
Oggi in edicola “Ibrida perpetua” di Antonio Turnu
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Giovanni s’aspetta una giornata come tante altre, alla scuola elementare Montessori di Oristano in cui lavora da tempo, e invece un primo indizio che qualcosa non torna glielo dà la presenza, insolita, di una macchina nel cortile dell’istituto. Una volta entrato, cercando per i corridoi il suo collega bidello Francesco, si trova davanti a una scena terribile: «Li vide stesi per terra: Francesco disperato si lavava la faccia col sangue di lei, pareva un ragazzino sorpreso dalla mamma a mangiare la marmellata di fragole sotto il tavolo di cucina»; lei, la segretaria, è quasi completamente nuda e ha il cranio spaccato, e come in una macabra messinscena porta una rosa rossa appena sbocciata in bocca.
Per il commissario Margiani e l’ispettore Gattu – «La volpe e il gatto li avevano ribattezzati in commissariato. Strana la vita. I personaggi di Collodi di rimbalzo nel tempo, si erano ritrovati con sembianze umane in un mondo costruito sempre più ad immagine e somiglianza di molteplici Pinocchi. E ironia della sorte, erano diventati i paladini della legge. Gli angeli custodi della gente» – è tempo di entrare in azione. Agli occhi di tutti Francesco appare da subito come il colpevole, e il movente sarebbe presto detto: ossessionato dalla vittima, che chiamava con insistenza da stalker e a cui regalava ogni giorno una rosa, ne era respinto (forse) in favore di un maestro della stessa scuola. Pian piano però che la coppia d’investigatori procede nella ricerca dell’assassino, interrogando il preside della Montessori e i colleghi della defunta e verificando tracce e alibi di ognuno, diventa chiaro che la strada da percorrere per la verità è ancora lunga. Due i punti su cui focalizzare l’attenzione: la rosa che ornava il volto dell’uccisa, di un tipo chiamato ibrido perpetuo, e un’impronta di scarpa maschile numero trentasette rinvenuta nella sua vettura. Inoltre, approfittando della presenza delle forze dell’ordine, una giovane insegnante rivela a Margiani che una delle sue alunne arriva spesso in classe con dei lividi evidenti e che si comporta in maniera strana: fallito il coinvolgimento di un paio di assistenti sociali non troppo collaborativi, il commissario, con l’aiuto della maestra, cercherà di venire a capo anche di questa brutta vicenda. Uscito nel 2007 per Aipsa Edizioni, “Ibrida perpetua” di Antonio Turnu, da oggi in edicola con La Nuova Sardegna per l’ultimo appuntamento della collana “Maestri sardi del giallo”, è il primo romanzo ad avere per protagonisti il commissario Margiani e l’ispettore Gattu (gli hanno fatto seguito nel 2012 “Sartiglia thriller” e nel 2016 “Cardiopalmo”).
L’autore del libro condisce la trama gialla con una scrittura al confine tra umorismo e comicità, in cui spiccano i continui botta e risposta tra i due poliziotti che, oltre che al gatto e alla volpe, finiscono così per assomigliare anche a cane e gatto. Altra peculiarità del libro sono le divagazioni rispetto al racconto principale, ugualmente quasi sempre condite da esibita ironia, cui Turnu ricorre per dire la sua su qualche aspetto del vivere comune contemporaneo che si presta a (o merita di) essere dissacrato, o per descrivere l’ambiente di provincia. Oristano, del resto, a ben vedere è qualcosa di più di un semplice sfondo per la narrazione: è una madre che accoglie umori diversi («Patria ’sì bella e perduta, sdraiata sulla costa occidentale, tiene le cosce di cellulite aperte, perché l’acqua del mare entri e si misceli con quella del fiume Tirso che, sinuoso capitone, le si infila nell’utero per fecondarla»; e ancora: «ingravidata da nuragici e fenici, con minacce d’aborto per romani e bizantini, e veri e propri aborti per gli aragonesi. Acqua e terra in un tessuto umano di trama e ordito che va dal Neolitico ai piemontesi») e a partire da essi forgia i propri figli, «procreati dalla terra d’ovulo di Bennaxi. Fertili d’ingegno, con gli spermatozoi dolcesalmastri e da qui, il loro carattere tipicamente gustativo che viene frammisto all’argilla – città di ceramica. Un carattere dunque molto plastico e impermeabile, sedimentario e incoerente». Non fa eccezione rispetto a nessun altro luogo, l’«antica capitale degli stagni occidentali della Sardegna», e nei suoi quartieri, per le sue vie, il bene e il male si ritagliano un identico spazio, così come nel resto del mondo.
Con il male che pare prevalere, annidandosi lì dove meno ci si aspetterebbe. Il solo ambito in cui l’ironia di Turnu resta sulla soglia è quello che riguarda il passato del commissario Margiani. La morte della moglie ha prodotto in lui un dolore che non l’ha mai abbandonato, e la conoscenza e un appuntamento con la bella Monica non fanno che riacutizzarlo. «Dovrei vivere il resto dei miei giorni da solo… senza più una donna, perché sono stato sposato con te, e dopo di te nessun’altra?», si chiede in preda al tormento l’uomo, che già in precedenza aveva dovuto affrontare una perdita non meno lacerante. Piace infine sottolineare la dedica posta in apertura di romanzo al corpo docente italiano, e a quello «(femminile in primis), impegnato con serietà e competenza nell’educazione e formazione dei giovani per il loro futuro, in un periodo di profonda crisi sociale».
Per il commissario Margiani e l’ispettore Gattu – «La volpe e il gatto li avevano ribattezzati in commissariato. Strana la vita. I personaggi di Collodi di rimbalzo nel tempo, si erano ritrovati con sembianze umane in un mondo costruito sempre più ad immagine e somiglianza di molteplici Pinocchi. E ironia della sorte, erano diventati i paladini della legge. Gli angeli custodi della gente» – è tempo di entrare in azione. Agli occhi di tutti Francesco appare da subito come il colpevole, e il movente sarebbe presto detto: ossessionato dalla vittima, che chiamava con insistenza da stalker e a cui regalava ogni giorno una rosa, ne era respinto (forse) in favore di un maestro della stessa scuola. Pian piano però che la coppia d’investigatori procede nella ricerca dell’assassino, interrogando il preside della Montessori e i colleghi della defunta e verificando tracce e alibi di ognuno, diventa chiaro che la strada da percorrere per la verità è ancora lunga. Due i punti su cui focalizzare l’attenzione: la rosa che ornava il volto dell’uccisa, di un tipo chiamato ibrido perpetuo, e un’impronta di scarpa maschile numero trentasette rinvenuta nella sua vettura. Inoltre, approfittando della presenza delle forze dell’ordine, una giovane insegnante rivela a Margiani che una delle sue alunne arriva spesso in classe con dei lividi evidenti e che si comporta in maniera strana: fallito il coinvolgimento di un paio di assistenti sociali non troppo collaborativi, il commissario, con l’aiuto della maestra, cercherà di venire a capo anche di questa brutta vicenda. Uscito nel 2007 per Aipsa Edizioni, “Ibrida perpetua” di Antonio Turnu, da oggi in edicola con La Nuova Sardegna per l’ultimo appuntamento della collana “Maestri sardi del giallo”, è il primo romanzo ad avere per protagonisti il commissario Margiani e l’ispettore Gattu (gli hanno fatto seguito nel 2012 “Sartiglia thriller” e nel 2016 “Cardiopalmo”).
L’autore del libro condisce la trama gialla con una scrittura al confine tra umorismo e comicità, in cui spiccano i continui botta e risposta tra i due poliziotti che, oltre che al gatto e alla volpe, finiscono così per assomigliare anche a cane e gatto. Altra peculiarità del libro sono le divagazioni rispetto al racconto principale, ugualmente quasi sempre condite da esibita ironia, cui Turnu ricorre per dire la sua su qualche aspetto del vivere comune contemporaneo che si presta a (o merita di) essere dissacrato, o per descrivere l’ambiente di provincia. Oristano, del resto, a ben vedere è qualcosa di più di un semplice sfondo per la narrazione: è una madre che accoglie umori diversi («Patria ’sì bella e perduta, sdraiata sulla costa occidentale, tiene le cosce di cellulite aperte, perché l’acqua del mare entri e si misceli con quella del fiume Tirso che, sinuoso capitone, le si infila nell’utero per fecondarla»; e ancora: «ingravidata da nuragici e fenici, con minacce d’aborto per romani e bizantini, e veri e propri aborti per gli aragonesi. Acqua e terra in un tessuto umano di trama e ordito che va dal Neolitico ai piemontesi») e a partire da essi forgia i propri figli, «procreati dalla terra d’ovulo di Bennaxi. Fertili d’ingegno, con gli spermatozoi dolcesalmastri e da qui, il loro carattere tipicamente gustativo che viene frammisto all’argilla – città di ceramica. Un carattere dunque molto plastico e impermeabile, sedimentario e incoerente». Non fa eccezione rispetto a nessun altro luogo, l’«antica capitale degli stagni occidentali della Sardegna», e nei suoi quartieri, per le sue vie, il bene e il male si ritagliano un identico spazio, così come nel resto del mondo.
Con il male che pare prevalere, annidandosi lì dove meno ci si aspetterebbe. Il solo ambito in cui l’ironia di Turnu resta sulla soglia è quello che riguarda il passato del commissario Margiani. La morte della moglie ha prodotto in lui un dolore che non l’ha mai abbandonato, e la conoscenza e un appuntamento con la bella Monica non fanno che riacutizzarlo. «Dovrei vivere il resto dei miei giorni da solo… senza più una donna, perché sono stato sposato con te, e dopo di te nessun’altra?», si chiede in preda al tormento l’uomo, che già in precedenza aveva dovuto affrontare una perdita non meno lacerante. Piace infine sottolineare la dedica posta in apertura di romanzo al corpo docente italiano, e a quello «(femminile in primis), impegnato con serietà e competenza nell’educazione e formazione dei giovani per il loro futuro, in un periodo di profonda crisi sociale».
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