il concorso
La “fabbrica di figli” raccontata da Riso
Critici divisi su “Una famiglia”, secondo film italiano in gara
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VENEZIA. Il fatto che l’idea venga dalla cronaca e sia dunque ispirata a un fatto reale, può essere una buona partenza, ma non sempre basta. “Una famiglia” di Sebastiano Riso, secondo film in concorso per l’Italia in questa 74/a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, si attarda forse troppo su questa sola idea, ovvero la pratica di generare figli per venderli a coppie sterili, con infiniti interni dove i due protagonisti Maria (Micaela Ramazzotti) e Vincenzo (Patrick Bruel) sono impegnati in questa industria del generare tra mille piccoli drammi. Certo in campo ci sono le ragioni dei due, anche troppo ossidati nei rispettivi ruoli. Lui, 50 anni, sradicato dalla provincia di Parigi, è determinato e crudele nella sua opera di piccolo delinquente sfigato e lei invece, molto più giovane, fragile, insicura, è divisa tra l’amore per lui e la voglia di ribellarsi. Maria è insomma stanca di questo “lavoro”, ha paura di non poter aver un figlio tutto per lei. Vuole una sua famiglia. Fa di tutto così per non restare incinta, per evitare un ennesimo distacco dal suo bambino, mentre Vincenzo ha il giusto cinismo di chi fa questo lavoro, non guarda alle ragioni degli altri.
Tra le difficoltà di questo ménage “imprenditoriale” anche quella, di volta in volta, di mettersi in vetrina in un ristorante dove gli acquirenti hanno la possibilità di valutare, senza essere visti, le qualità estetiche dei venditori, dei genitori del bambino che hanno pre-acquistato. Una messa alla berlina anche più dolorosa se, rompendo l’embargo, una coppia gay si presenta a Vincenzo e Maria e durante la cena non manca di fare apprezzamenti sulla bellezza della donna. Quanto resisterà l'amore di una Maria, sempre in crisi e piena di lacrime, per Vincenzo? Intanto lui è già in cerca di una sostituta, le occasioni non mancano, almeno nella Roma di periferia raccontata dal catanese Sebastiano Riso. Il regista, classe 1983, in realtà si è formato a Roma dove ha diretto alcuni cortometraggi a partire dal 2005. L’esordio poi con il lungometraggio “Più buio di mezzanotte”, presentato alla Semaine de la Critique a Cannes nel 2014. Si trattava allora di una storia più personale, quella di Davide (Davide Capone), 13 anni, con una faccia da madonna rinascimentale, che ha un problema da affrontare nella barocca e vulcanica Catania: è omosessuale. Il padre Massimo (Vincenzo Amato) non se ne dà pace, mentre la madre Rita (Micaela Ramazzotti) lo ama comunque. “Più buio di mezzanotte” era un film ispirato all'infanzia difficile negli anni Ottanta di Davide Cordova detto Fuxia, omosessuale catanese tra i fondatori del locale gay romano Mucca Assassina.
Tra le difficoltà di questo ménage “imprenditoriale” anche quella, di volta in volta, di mettersi in vetrina in un ristorante dove gli acquirenti hanno la possibilità di valutare, senza essere visti, le qualità estetiche dei venditori, dei genitori del bambino che hanno pre-acquistato. Una messa alla berlina anche più dolorosa se, rompendo l’embargo, una coppia gay si presenta a Vincenzo e Maria e durante la cena non manca di fare apprezzamenti sulla bellezza della donna. Quanto resisterà l'amore di una Maria, sempre in crisi e piena di lacrime, per Vincenzo? Intanto lui è già in cerca di una sostituta, le occasioni non mancano, almeno nella Roma di periferia raccontata dal catanese Sebastiano Riso. Il regista, classe 1983, in realtà si è formato a Roma dove ha diretto alcuni cortometraggi a partire dal 2005. L’esordio poi con il lungometraggio “Più buio di mezzanotte”, presentato alla Semaine de la Critique a Cannes nel 2014. Si trattava allora di una storia più personale, quella di Davide (Davide Capone), 13 anni, con una faccia da madonna rinascimentale, che ha un problema da affrontare nella barocca e vulcanica Catania: è omosessuale. Il padre Massimo (Vincenzo Amato) non se ne dà pace, mentre la madre Rita (Micaela Ramazzotti) lo ama comunque. “Più buio di mezzanotte” era un film ispirato all'infanzia difficile negli anni Ottanta di Davide Cordova detto Fuxia, omosessuale catanese tra i fondatori del locale gay romano Mucca Assassina.
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