Il “Futuro prossimo” di Mereu conclude IsReal
di Marco Vitali
Nuoro, domani all’Auditorium Lilliu la proiezione del film sperimentale sulla vita precaria dei migranti
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NUORO. Cosa ci riserva il futuro prossimo? Quali sono le incognite lavorative, le domande esistenziali, le aspettative di vita di coloro che viaggiano alla ricerca di un nuovo destino e di nuove mete, verso un mondo feroce che ancora non capisce fino in fondo le dinamiche della nuova rivoluzione in atto? Salvatore Mereu, regista tra i più noti e stimati dell’isola, ha provato a rispondere a queste domande con la sua nuova produzione, “Futuro prossimo”, che verrà proiettato domani alle 19 (ingresso gratuito) all’Auditorium Lilliu di Nuoro nella giornata di chiusura di “IsReal – Festival di Cinema del reale”, alla seconda edizione.
Un lavoro sperimentale, realizzato nell’ambito di un progetto di collaborazione tra il regista e l’Università di Cagliari, con studenti impegnati nelle varie mansioni della pratica cinematografica, il cortometraggio è interpretato da attori non professionisti che hanno vissuto realmente, seppur non alla lettera, le esperienze filmate, nell’idea “zavattiniana” che guardare al mondo sia sempre la via maestra per dar voce a un sentimento e raggiungere una presa di coscienza. Uno sguardo intenso e partecipe sulle giovani vite che stagnano nei centri di accoglienza e fuoriescono in città, in attesa che qualcuno scriva per loro un avvenire. Un tema ricorrente a IsReal, che oggi alle 18 presenta “Sulla stessa barca” di Stefania Muresu, documentario sui centri per i migranti che respira con i propri personaggi in un limbo dove il terrore della fuga ancora c’è e l’illusione di un futuro migliore non ha fatto i conti con la burocrazia dell’Europa in cui sognano una nuova vita.
“Futuro prossimo” è ambientato nella Cagliari multietnica e poliedrica di questi ultimi anni. Durante il giorno Rachel e Mojo vagano per la città, alla ricerca di un lavoro che non si trova. Di notte trovano riparo nel casotto di uno stabilimento balneare del litorale. Una mattina Basilio, che ne è il custode, durante il suo giro di ricognizione scopre che qualcuno ha passato la notte in una delle cabine.
«Con il professor Antioco Floris dell’Università di Cagliari – spiega Salvatore Mereu – abbiamo messo a punto una formula che condensa in un mese l’esperienza didattica che in una scuola come il Centro Sperimentale di Roma viene distribuita nell’arco di un anno. Siamo partiti da un soggetto – in questo caso proposto da Rossana Patricelli, che in precedenza ha partecipato al laboratorio di sceneggiatura adiacente al nostro – dopo di che la sceneggiatura è stata condotta verso una versione il più vicino possibile alla messa in scena. In seguito abbiamo cominciato a conoscere gli ambienti, gli attori. Stavolta è stato particolarmente importante conoscerli, perché si è trattato di persone che hanno vissuto davvero l’esperienza. C’è molta differenza rispetto al testo di partenza, in particolare il finale è di segno completamente opposto».
A quel punto cosa è successo? «È entrata in campo – dice Mereu – una troupe molto ridotta, composta in gran parte da ragazzi del corso a esclusione del direttore della fotografia, che volevamo fosse un professionista, nella consapevolezza che si trattava di una responsabilità che non poteva essere data a un ragazzo troppo giovane, mentre tutte le altre figure sono ricoperte da studenti. Con loro siamo andati in un centro di accoglienza per immigrati e abbiamo fatto molti incontri, poi abbiamo convocato all’Università alcune madri con le rispettive figlie e sulla base delle loro testimonianze abbiamo cominciato a rivedere la sceneggiatura».
Ne è venuto fuori un dato di fatto che è una rivelazione. «Se in origine – dice Mereu – la coppia principale doveva essere formata da una madre e da una figlia naturali, in quella che abbiamo portato sullo schermo le due sono diventate una famiglia di fatto pur non essendo consanguinee: ci piaceva considerare l’incognita che pesa sui loro viaggi. Ci sono bambini che perdono il genitore e si trovano “adottati” da chi era in viaggio con loro. In quel momento si forma una sorta di nuova famiglia».
Un lavoro sperimentale, realizzato nell’ambito di un progetto di collaborazione tra il regista e l’Università di Cagliari, con studenti impegnati nelle varie mansioni della pratica cinematografica, il cortometraggio è interpretato da attori non professionisti che hanno vissuto realmente, seppur non alla lettera, le esperienze filmate, nell’idea “zavattiniana” che guardare al mondo sia sempre la via maestra per dar voce a un sentimento e raggiungere una presa di coscienza. Uno sguardo intenso e partecipe sulle giovani vite che stagnano nei centri di accoglienza e fuoriescono in città, in attesa che qualcuno scriva per loro un avvenire. Un tema ricorrente a IsReal, che oggi alle 18 presenta “Sulla stessa barca” di Stefania Muresu, documentario sui centri per i migranti che respira con i propri personaggi in un limbo dove il terrore della fuga ancora c’è e l’illusione di un futuro migliore non ha fatto i conti con la burocrazia dell’Europa in cui sognano una nuova vita.
“Futuro prossimo” è ambientato nella Cagliari multietnica e poliedrica di questi ultimi anni. Durante il giorno Rachel e Mojo vagano per la città, alla ricerca di un lavoro che non si trova. Di notte trovano riparo nel casotto di uno stabilimento balneare del litorale. Una mattina Basilio, che ne è il custode, durante il suo giro di ricognizione scopre che qualcuno ha passato la notte in una delle cabine.
«Con il professor Antioco Floris dell’Università di Cagliari – spiega Salvatore Mereu – abbiamo messo a punto una formula che condensa in un mese l’esperienza didattica che in una scuola come il Centro Sperimentale di Roma viene distribuita nell’arco di un anno. Siamo partiti da un soggetto – in questo caso proposto da Rossana Patricelli, che in precedenza ha partecipato al laboratorio di sceneggiatura adiacente al nostro – dopo di che la sceneggiatura è stata condotta verso una versione il più vicino possibile alla messa in scena. In seguito abbiamo cominciato a conoscere gli ambienti, gli attori. Stavolta è stato particolarmente importante conoscerli, perché si è trattato di persone che hanno vissuto davvero l’esperienza. C’è molta differenza rispetto al testo di partenza, in particolare il finale è di segno completamente opposto».
A quel punto cosa è successo? «È entrata in campo – dice Mereu – una troupe molto ridotta, composta in gran parte da ragazzi del corso a esclusione del direttore della fotografia, che volevamo fosse un professionista, nella consapevolezza che si trattava di una responsabilità che non poteva essere data a un ragazzo troppo giovane, mentre tutte le altre figure sono ricoperte da studenti. Con loro siamo andati in un centro di accoglienza per immigrati e abbiamo fatto molti incontri, poi abbiamo convocato all’Università alcune madri con le rispettive figlie e sulla base delle loro testimonianze abbiamo cominciato a rivedere la sceneggiatura».
Ne è venuto fuori un dato di fatto che è una rivelazione. «Se in origine – dice Mereu – la coppia principale doveva essere formata da una madre e da una figlia naturali, in quella che abbiamo portato sullo schermo le due sono diventate una famiglia di fatto pur non essendo consanguinee: ci piaceva considerare l’incognita che pesa sui loro viaggi. Ci sono bambini che perdono il genitore e si trovano “adottati” da chi era in viaggio con loro. In quel momento si forma una sorta di nuova famiglia».
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