La Nuova Sardegna

Le nostre democrazie nell’età della menzogna

di Giacomo Mameli
Le nostre democrazie nell’età della menzogna

«Viviamo immersi in una finzione di massa che passa di smartphone in smartphone» 

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La politica, la comunicazione, la società oggi. Cosa sta succedendo? Remo Bodei, tra i massimi filosofi italiani, cagliaritano di nascita, docente tra le università di Pisa e della California, conferenziere in tutto il mondo, dice che «nei meccanismi di protezione dei cittadini qualcosa si è rotto. Si assiste a una caduta delle difese immunitarie e ha lasciato spazio di manovra alle potenze della seduzione. Le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, narrazioni che oscurano la realtà, la mascherano, la sostituiscono”.

L’opinione pubblica è ancora – come scriveva John Stuart Mill – il cane da guardia del potere?

«Guardando ai fatti – negli Usa, in Russia, ora a Malta – alle elezioni manipolate, alla corruzione dilagante, ai giornalisti uccisi quando denunciano misfatti, l’opinione pubblica è pur essa diventata una fictio, una costruzione capillarmente e scientificamente organizzata di una realtà parallela. Ci sono gruppi di potere che inventano e diffondono notizie false. Era già successo con le prove bislacche per scatenare la Guerra del Golfo. Si creano così matrici di idee ed emozioni preconfezionate. Il loro ritocco o aggiornamento continuo produce un mutevole clima di opinione. Oggi i sondaggi politici – con duemila intervistati al massimo – sembra valgano più del voto di venti milioni di elettori. La politica non è più in grado di operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori».

Parlando a Cagliari lei ha detto che i reali decisori ormai sono le élite economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità verso i cittadini.

«Vogliamo riflettere su che cosa è stato per l’intero Occidente la crisi dei subprime americani? O che cosa succederà in Italia con gli scandali delle banche? Anche per questi fatti ci si chiede se la libertà nell’esprimere un voto esista ancora».

Remo Bodei come risponde?

«Non ho certezze ma crescenti dubbi. Mi sembra però di vivere nella realtà di una sorta di post-democrazia che assume il volto del populismo, della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva. Siamo al conformismo, alla degradazione della verità a semplice opinione con l’inaridimento della facoltà di giudicare, spesso paralizzata da paure diffuse ad arte. Crescono il tasso di insicurezza e il suo complementare bisogno di rassicurazione e protezione. Gli individui appaiono meno razionali, si crea uno stato d’animo di allerta mista a rassegnazione».

È un fenomeno nuovo, caratterizza gli anni Duemila.

«No. Il populismo di oggi risale addirittura ai demagoghi ateniesi. In età moderna ne hanno scritto Shopenhauer e poi Gustave Le Bon, è la cultura che ha preceduto e accompagnato la Grande Guerra. Poi abbiamo avuto i grandi totalitarismi del Novecento con le loro macchine di propaganda. Vogliamo ricordare Goebbels, l’uomo della propaganda nazista? Oggi la menzogna è diventata di massa, passa di smartphone in smartphone, da un telefonino all’altro. Già i Salmi parlavano dell’omnis homo mendax. Taluno dice che la menzogna si è perfino democratizzata diventando certo meno micidiale, ma più insidiosa».

A che cosa può portare questo smarrimento sempre più diffuso del senso di verità?

«Norberto Bobbio in un articolo dal titolo Verità e libertà ammoniva che chi non ha fiducia nella verità sarà sempre tentato di rimettere ogni decisione alla forza. Platone diceva che la libertà deve essere amata non solo dai filosofi ma da tutti i cittadini. In questo la logica della filosofia è diversa da quella della politica: questa consente la menzogna, la simulazione e la dissimulazione».

Esisteva una volta la vox populi. E oggi?

«È la fictio scientificamente costruita in itinere, mediaticamente organizzata, accortamente manipolata e infine spacciata per volontà popolare. Un Grande Fratello si sostituisce al cittadino sempre più eterodiretto».

Nel suo libro “Le forme del bello” c’è questo titolo: “I mostri del Novecento, il brutto e il tragico”. È un occhio che scruta la cronaca.

«Nel Novecento si conclude una parabola di rivoluzione graduale del brutto che era cominciata nella seconda metà del Settecento contro il bello di tipo pitagorico avvertito come qualcosa che non dà emozioni, priva di animo. Il brutto si presenta come un elemento vivificatore che attraverso i suoi equilibri drammatici rappresenta progressivamente il nuovo bello. Ci si può servire di un aneddoto su Picasso. Nel 1942 un ufficiale tedesco visita il pittore nel suo studio. Per mostrare il suo disprezzo per l’arte degenerata, indicando “Guernica” chiese: l’ha fatto lei questo orrore? Picasso rispose: no, l’avete fatto voi, riferendosi al bombardamento della divisione tedesca Condor al ponte di Renteira durante la guerra civile spagnola proprio nella città di Guernica. Il senso è che l’arte deve riflettere le tragedie del mondo. Non può, osservando ciò che è successo ad Auschwitz, parlare solo di usignoli e di fiori».

Oggi la macchina del consenso rinuncia alla violenza, ma copre interessi che sfuggono al cittadino.

«I segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno bisogno di contestazioni. Negli anni ’70 le acciaierie di Gary ed East Chicago avevano scatenato centinaia di casi di cancro nei dintorni delle fabbriche. Allora la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti finché l’evidenza non venne a galla. Mi chiedo allora: quanto silenzio complice, quante menzogne può tollerare una democrazia senza pervertirsi?

Postdemocrazia e tante manifestazioni di autonomie: Catalogna ma anche Lombardia e Veneto. Vacillano gli Stati nazionali dell’Occidente.

«Questi Stati si sono enormemente indeboliti perché la finanza domina sulla politica. Molte prerogative degli Stati (in particolare il controllo diretto sulle risorse economiche, ad esempio quello sulle grandi multinazionali del web) sono state loro sottratte. Così si riaccendono, un po’ dappertutto, i localismi che sono l’opposto complementare della globalizzazione (ossia il convesso rispetto al concavo). Da un lato, c’è il bisogno di una maggiore identità, di sentire un “noi” che rischia di perdersi in un contesto planetario. Dall’altra, le comunità più ricche non vogliono spartire il benessere con le regioni più povere. Lo Stato nazionale moderno vede questo valore minacciato dalla rinascita di egoismi che si giustificano – in parte – perché gli Stati non si sono sufficientemente riformati. Pensano di vivere in un periodo di sorpassato centralismo. Lo Stato è stretto in una morsa: tra il predominio della finanza, dall’alto, e le rivendicazioni autonomistiche o addiritura separatistiche, dal basso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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