La leggenda del Drake e dei suoi gladiatori
di Francesco Gallo
“Ferrari: un mito immortale” di Daryl Goodrich racconta i piloti del Cavallino tra gli anni ’50 e ’60
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ROMA. Con l'inedita rumorosa colonna sonora dei 12 cilindri delle Formula 1 anni '50 è passato alla Festa di Roma, “Ferrari: un mito immortale”, docu-film. a firma del regista Daryl Goodrich.
Un film che racconta, nel decennio anni '50 e '60, non solo l'epica di questo marchio, ma soprattutto quella dei suoi piloti. Uomini allora adorati come fossero dei gladiatori per la loro vita vissuta costantemente con la morte al fianco. In questo decennio, per fare solo un esempio, ne morirono ben 39 (quattro all'anno). Veri supereroi che correvano su auto piene di cavalli quanto ingovernabili e senza quasi nessuna sicurezza. Parliamo di piloti come Fangio, Luigi Musso, o anche come Peter Collins e Mike Hawthorne, a cui il documentario dedica il più ampio spazio. Al centro del documentario ovviamente anche Enzo Ferrari, figura di spicco nel mondo delle corse automobilistiche, che si vede attraverso immagini di repertorio e l'intervista rilasciata ad Enzo Biagi nel 2007. Ma spiega il regista più che sulla figura di Enzo Ferrari:« volevo raccontare la storia dei piloti dal punto di vista umano. Persone che restavano sconvolte dalla morte dei loro colleghi anche al pensiero che la domenica successiva poteva capitare a loro, per un loro errore o per quello di un altro». «Enzo Ferrari - spiega oggi a Roma Daryl Goodrich - era un uomo che aveva una profonda passione e con una tragica storia personale. Gli era morto prima il padre, poi il fratello e, alla fine con la morte del figlio Dino si è come ritrovato circondato dalla morte e le auto sono diventate tutta la sua famiglia. A inizio documentario - spiega il regista - avevo l'immagine anche io di un manipolatore, di un dittatore, ma poi mi sono dovuto ricredere. In fondo non obbligava nessuno a salire sulle sue auto. Certo era un incredibile individualista, ma era anche un talento incredibile, era un uomo».
Un film che racconta, nel decennio anni '50 e '60, non solo l'epica di questo marchio, ma soprattutto quella dei suoi piloti. Uomini allora adorati come fossero dei gladiatori per la loro vita vissuta costantemente con la morte al fianco. In questo decennio, per fare solo un esempio, ne morirono ben 39 (quattro all'anno). Veri supereroi che correvano su auto piene di cavalli quanto ingovernabili e senza quasi nessuna sicurezza. Parliamo di piloti come Fangio, Luigi Musso, o anche come Peter Collins e Mike Hawthorne, a cui il documentario dedica il più ampio spazio. Al centro del documentario ovviamente anche Enzo Ferrari, figura di spicco nel mondo delle corse automobilistiche, che si vede attraverso immagini di repertorio e l'intervista rilasciata ad Enzo Biagi nel 2007. Ma spiega il regista più che sulla figura di Enzo Ferrari:« volevo raccontare la storia dei piloti dal punto di vista umano. Persone che restavano sconvolte dalla morte dei loro colleghi anche al pensiero che la domenica successiva poteva capitare a loro, per un loro errore o per quello di un altro». «Enzo Ferrari - spiega oggi a Roma Daryl Goodrich - era un uomo che aveva una profonda passione e con una tragica storia personale. Gli era morto prima il padre, poi il fratello e, alla fine con la morte del figlio Dino si è come ritrovato circondato dalla morte e le auto sono diventate tutta la sua famiglia. A inizio documentario - spiega il regista - avevo l'immagine anche io di un manipolatore, di un dittatore, ma poi mi sono dovuto ricredere. In fondo non obbligava nessuno a salire sulle sue auto. Certo era un incredibile individualista, ma era anche un talento incredibile, era un uomo».
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