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Il nuovo Lazzaro resuscitato da Roberto Pazzi

Eravamo rimasti, quanto a Lazzaro, a quel triennio straordinario incluso tra il 1926 e il 1929, quando lo incontriamo prima in una sacra rappresentazione di Borgese, ove si duole di dover vivere da...

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Eravamo rimasti, quanto a Lazzaro, a quel triennio straordinario incluso tra il 1926 e il 1929, quando lo incontriamo prima in una sacra rappresentazione di Borgese, ove si duole di dover vivere da risorto (ché una vita già poteva bastare), e poi nella trilogia dei Miti di Pirandello, ove assume i panni di un padre autoritario e dogmatico, che sacrifica tutto alla sua cupa fede, il quale, morto e riportato in vita da una miracolosa iniezione, ritorna con l’atroce consapevolezza che nell’aldilà non c’e proprio nulla.

Un Lazzaro di un Novecento uggioso e nichilista: e celebrato da due scrittori grandissimi. Sicché ci voleva coraggio, se non addirittura insolenza, a resuscitarlo ancora in tempi, i nostri, in cui persino quel novecentesco nichilismo è divenuto triste caricatura. L’ha fatto uno dei nostri scrittori più significativi, Roberto Pazzi, che ha pubblicato con Bompiani, appunto, il romanzo Lazzaro. L’ha fatto entrando attraverso le porte del sogno: quello della farfalla che vola sulla testa bendata del redivivo.

Non c’è molto altro da aggiungere: se non leggere questo intenso romanzo. In cui il lettore troverà anche, tra molto altro, un’implicita riflessione, nel segno dell’invisibile, sui rapporti tra il sacro e l’ermafroditismo.

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