Una nuova vita per “Le rane” di Aristofane
di Manlio Brigaglia
La traduzione di Vinicio Tammaro della commedia riportata in scena anche da Ficarra e Picone
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Piovono rane. Ho letto da qualche parte che l’espressione serviva per dire di qualcosa di imprevisto e anzi sorprendente. C’è anche una spiegazione (dicono) scientifica: che in certi posti del mondo bufere di vento rapivano sotto il pelo dell’acqua migliaia di rane, le sollevavano in volo e poi le lasciavano cadere a centinaia di chilometri di distanza. Stupefatti gli abitanti, io credo ancora più stupefatte le rane. Quest’estate le rane hanno avuto la loro parte di protagonismo e anzi sono anche cadute sulla mia scrivania.
Sono arrivati, sincronici, un libro e un ritaglio. Il ritaglio dice che Picone e Ficarra, comici siciliani famosi, hanno recitato al Teatro greco di Siracusa “Le rane” di Aristofane, una cosa di più di duemila e quattrocento anni fa: a cavallo fra la fine di giugno e la prima decina di luglio, molte risate e grandi applausi.
Il libro è intitolato, vedi tu, “Le rane”, ed è la fresca traduzione (in italiano) di un professore di Filologia Greca dell’Università di Bologna, Vinicio Tammaro. Ed ecco il qualcosa di sorprendente: con quel cognome così poco sardo Vinicio è invece un sassarese doc – almeno sino ai vent’anni, quando è andato a studiare a Cagliari. Ma tutte le altre scuole le ha fatte qui, e all’ “Azuni” è stato tre anni mio alunno. Bravissimo: al primo “tema” d’italiano di prima liceo (sarà stato l’incontro con Dante) fece il compito più breve di tutta la classe, ma così pieno di attenzione a quello che contava e di così chiara scrittura che gli diedi dieci.
Dopo la terza Liceo ci siamo persi di vista, eppure abitavamo tutt’e due affacciati sul largo che fa via Tempio prima di sbucare in via Napoli. Il padre aveva di fronte al mio portone una botteguccia dove riparava scarpe. Vinicio era figlio unico, i genitori mi parevano avanti nell’età per un ragazzo come quello. Dire che gli volevano bene è troppo poco. Lo veneravano, e ne erano, giustamente, orgogliosi. Lo chiamammo anche, non ricordo se in quella prima o in seconda liceo, a correggere le bozze del “Democratico”, il periodico dei “Giovani Turchi”, tanto mi fidavo della sua precisione e della sua precocissima saggezza.
Dall’ampia introduzione a questo suo nuovo libro, intanto, ho imparato tre cose. La prima è che “Le rane” non sono solo le più rappresentate, da quel 406-405 avanti Cristo che fu la prima volta, delle undici commedie che ci sono rimaste di Aristofane, ma anche che già all’inizio del Cinquecento (dopo Cristo, stavolta) stavano nel pacchetto di classici con cui l’Europa post-umanista riscoprì la Grecia e la sua civiltà.
La seconda è che questa traduzione è un omaggio-sfida di Vinicio al suo vecchio maestro, Benedetto Marzullo, che nel 1968 tradusse in italiano tutto Aristofane: aveva insegnato anche a Cagliari, e credo che lì abbia conosciuto Vinicio, innamorandolo della cultura dei Greci antichi e portandolo poi con sé a Bologna per metterlo in carriera.
La terza è che questa traduzione, edita ora da Rusconi Libri in una collana di classici diretta da Anna Giordano Rampioni, dopo essere stata a lungo nella casa editrice Barbera, si pone un obiettivo particolarmente difficile: la traduzione in versi, in diversi tipi di versi a seconda del testo greco (che si legge a fronte di quello italiano), quindi una sorta di aristofanizzazione non solo della fantasiosa struttura metrica ma dello stesso linguaggio italiano, sfidato anch’esso, se così si può dire, a raggiungere una simbiosi con lo spirito del testo, e se ne sapessi di più direi anche con lo spirito di Aristofane.
Un’impresa da acrobati come quelli che saltavano su e giù sulla scena teatrale, ai tempi della Grecia d’un tempo.
La commedia è una sequenza inarrestabile di fuochi d’artificio verbali, che si fa fatica a immaginare come potessero seguirli gli spettatori ateniesi. La storia è una “catàbasi”, una discesa nell’Ade di uno stranito dio Dioniso, per riportare in terra, dopo una esilarante sfida con Euripide, giudice il dio Plutone, il padre del teatro tragico greco Eschilo, a placare il clima da diluvio universale in cui Atene si ritrovò all’indomani della infinita guerra del Peloponneso, dove perse uomini e navi e beni e, insieme, un’egemonia che pareva infinita.
Vero protagonista è un personaggio minore, Rosso, un servo cinico e malevolo che accompagna il suo padrone in un viaggio pieno di mirabolanti apparizioni. I comici siciliani Ficarra e Picone hanno raccontato che è un po’ come l’Italia di oggi. Ma qui è una commedia tutta da leggere, per chi ama le sfide, piuttosto che sentirla raccontare.
Sono arrivati, sincronici, un libro e un ritaglio. Il ritaglio dice che Picone e Ficarra, comici siciliani famosi, hanno recitato al Teatro greco di Siracusa “Le rane” di Aristofane, una cosa di più di duemila e quattrocento anni fa: a cavallo fra la fine di giugno e la prima decina di luglio, molte risate e grandi applausi.
Il libro è intitolato, vedi tu, “Le rane”, ed è la fresca traduzione (in italiano) di un professore di Filologia Greca dell’Università di Bologna, Vinicio Tammaro. Ed ecco il qualcosa di sorprendente: con quel cognome così poco sardo Vinicio è invece un sassarese doc – almeno sino ai vent’anni, quando è andato a studiare a Cagliari. Ma tutte le altre scuole le ha fatte qui, e all’ “Azuni” è stato tre anni mio alunno. Bravissimo: al primo “tema” d’italiano di prima liceo (sarà stato l’incontro con Dante) fece il compito più breve di tutta la classe, ma così pieno di attenzione a quello che contava e di così chiara scrittura che gli diedi dieci.
Dopo la terza Liceo ci siamo persi di vista, eppure abitavamo tutt’e due affacciati sul largo che fa via Tempio prima di sbucare in via Napoli. Il padre aveva di fronte al mio portone una botteguccia dove riparava scarpe. Vinicio era figlio unico, i genitori mi parevano avanti nell’età per un ragazzo come quello. Dire che gli volevano bene è troppo poco. Lo veneravano, e ne erano, giustamente, orgogliosi. Lo chiamammo anche, non ricordo se in quella prima o in seconda liceo, a correggere le bozze del “Democratico”, il periodico dei “Giovani Turchi”, tanto mi fidavo della sua precisione e della sua precocissima saggezza.
Dall’ampia introduzione a questo suo nuovo libro, intanto, ho imparato tre cose. La prima è che “Le rane” non sono solo le più rappresentate, da quel 406-405 avanti Cristo che fu la prima volta, delle undici commedie che ci sono rimaste di Aristofane, ma anche che già all’inizio del Cinquecento (dopo Cristo, stavolta) stavano nel pacchetto di classici con cui l’Europa post-umanista riscoprì la Grecia e la sua civiltà.
La seconda è che questa traduzione è un omaggio-sfida di Vinicio al suo vecchio maestro, Benedetto Marzullo, che nel 1968 tradusse in italiano tutto Aristofane: aveva insegnato anche a Cagliari, e credo che lì abbia conosciuto Vinicio, innamorandolo della cultura dei Greci antichi e portandolo poi con sé a Bologna per metterlo in carriera.
La terza è che questa traduzione, edita ora da Rusconi Libri in una collana di classici diretta da Anna Giordano Rampioni, dopo essere stata a lungo nella casa editrice Barbera, si pone un obiettivo particolarmente difficile: la traduzione in versi, in diversi tipi di versi a seconda del testo greco (che si legge a fronte di quello italiano), quindi una sorta di aristofanizzazione non solo della fantasiosa struttura metrica ma dello stesso linguaggio italiano, sfidato anch’esso, se così si può dire, a raggiungere una simbiosi con lo spirito del testo, e se ne sapessi di più direi anche con lo spirito di Aristofane.
Un’impresa da acrobati come quelli che saltavano su e giù sulla scena teatrale, ai tempi della Grecia d’un tempo.
La commedia è una sequenza inarrestabile di fuochi d’artificio verbali, che si fa fatica a immaginare come potessero seguirli gli spettatori ateniesi. La storia è una “catàbasi”, una discesa nell’Ade di uno stranito dio Dioniso, per riportare in terra, dopo una esilarante sfida con Euripide, giudice il dio Plutone, il padre del teatro tragico greco Eschilo, a placare il clima da diluvio universale in cui Atene si ritrovò all’indomani della infinita guerra del Peloponneso, dove perse uomini e navi e beni e, insieme, un’egemonia che pareva infinita.
Vero protagonista è un personaggio minore, Rosso, un servo cinico e malevolo che accompagna il suo padrone in un viaggio pieno di mirabolanti apparizioni. I comici siciliani Ficarra e Picone hanno raccontato che è un po’ come l’Italia di oggi. Ma qui è una commedia tutta da leggere, per chi ama le sfide, piuttosto che sentirla raccontare.
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