La Nuova Sardegna

Da Cagliari all’Amazzonia un thriller a sfondo storico

Da Cagliari all’Amazzonia un thriller a sfondo storico

Nel romanzo di Abate e Melis Costa una catena di omicidi insanguina il capoluogo I destini incrociati di un funzionario inviato da Madrid e di una ragazza meticcia

6 MINUTI DI LETTURA





Dal romanzo “Il Corregidor”, di Francesco Abate e Carlo A. Melis Costa (Piemme, 432 pagine, 19 euro), in libreria da oggi, anticipiamo le pagine iniziali del primo capitolo.

* * *Febbraio 1650

Wadi Al-Dhahab

Rio de Oro

Nei pressi del Fuerte

de Verte,

Sahara Occidentale

Jorge Baxu non sentiva più niente. Non le ferite sulle gambe. Non i colpi che gli erano inferti. Avvertiva che il suo corpo veniva liberato della corazza di cuoio, poi rivoltato e trascinato per le braccia. Ma curiosamente non sentiva dolore.

Rimaneva la sensazione di un piccolo rivolo caldo che scendeva dalla fronte sulle guance e poi formava una melma sulle labbra. Eccetto questo, non provava nulla.

Anche la parte del volto vicina alla bocca era del tutto insensibile, come se non gli appartenesse. Ormai subiva senza alcuna reazione.

Braccia forti lo avevano afferrato sotto le ascelle e lo trascinavano sul terreno. Ora avvertiva i suoi stivali vibrare sulle asperità e urtare piccole pietre. Capì, infine, di essere stato gettato su un pavimento di terra battuta.

Percepì l’urto. La polvere gli entrò nelle narici, s’insinuò nelle labbra spaccate e si impastò con il sangue. Un odore strano lo colpì.

Lo sollevarono nuovamente, lo posero a sedere su qualcosa e un gemito, questa volta, gli uscì debole, dalle labbra. Poi svenne, si destò nuovamente e alla fine restò in uno stato tra sogno e veglia offuscata. Vaneggio e incubi.

Pensò all’ammiragliato delle Canarie che lo aveva spedito in quell’inferno. Un’ultima missione più che un primo incarico. Solo un veterano poteva reprimere una ribellione sahrawi alimentata da quei bastardi rognosi degli inglesi. Non lui.

Ma a vent’anni l’ambizione divora l’anima e l’orgoglio arma la mano. E questa doveva essere la sua prova davanti ai superiori e a se stesso.

Era sbarcato nella notte da alcune piccole imbarcazioni con cinquanta uomini nell’approdo di Ad Dakhta.

Pensò di essere volpe ma finì subito al laccio.

Alle prime luci dell’alba l’intero corpo di spedizione fu attaccato sull’arida pietraia, dapprima con armi pesanti e infine massacrato con una carica. Quelli che non erano stati uccisi nell’attacco erano stati, purtroppo per loro, catturati.

Si destò. Una mano lo aveva afferrato per i capelli impastati di fango e sangue e ora lo costringeva ad alzare lo sguardo.

Prima di affrontare la realtà Baxu si concesse un ultimo pensiero: sicuramente erano stati individuati fin dallo sbarco e seguiti da osservatori per tutta la notte e sino all’alba. Sì, sicuramente era andata così. E certamente qualcuno li aveva traditi.

Uno schiaffo lo fece tornare al presente. Alzò il viso e, seppur confusamente, vide davanti a sé una figura magrissima, dalla pelle color ferro, seduta su un trono di legno altrettanto caliginoso, costruito con il preciso intento di far risaltare la veste bianca di chi lo occupava. L’uomo aveva un turbante turchese, i denti gialli e lunghissimi, quasi senza gengive, gli occhi socchiusi, rivolti all’alto, con la cornea rossa. La traccia del tracoma. E lì Baxu ricordò: il grande Maccabè. Così gli era stato descritto dall’ammiraglio.

Il sultano nero gli parlò in una lingua che non conosceva. Non sembrava umana. Ma lo era. Una litania stizzita che non lasciava presagire compassione né perdono.

Poi, improvvisamente, Baxu sentì una frase che gli parve di capire. Fermò lo sguardo e vide che c’era a fianco del principe un giovane arabo che traduceva.

«Il grande Maccabè ti saluta, comandante ragazzino, e ti dice che sei l’unico sopravvissuto dei tuoi uomini.»

Questo, Baxu, lo intuiva. Se avesse potuto, avrebbe sorriso amaramente delle precauzioni prese tutta la notte. Ricordava, in particolare, una giovane recluta di sedici anni di Macao, Francisco Caochi, che aveva preparato un sistema di occultamento delle luci a olio sistemandole su vetro soffiato.

Il suo secondo lo aveva preso in giro durante tutta la traversata. Gutmann, di Saragozza – anzi, di Cesarea Augusta, come amava dire – era stato anche lui a Macao. Magok, posto incantato, e non di un incantesimo buono. Il tempio di Mage Miao, dedicato alla dea Matzu, da un secolo sovrastava un borgo noto come Ciudad do nom de Dios, Macau. I nemici dell’unificazione, e partigiani dei Braganza, talvolta aggiungevano in portoghese: «Nao hau otra mas leal». Ed effettivamente il governatore spagnolo aveva dovuto alzare, fino al 1640, molte forche.

Caochi era stato fra i primi a morire. Una palla lo aveva centrato all’occhio destro, appena aveva toccato terra. Gutmann fra gli ultimi. Dopo aver lottato come un lupo, era morto da pecora. Sgozzato con un taglio rapido e netto da orecchio a orecchio.

«Il grande Maccabè ti dice che siete caduti come il grano quando incontra la falce.»

Baxu fu scosso da un conato di vomito, ma non espulse nulla. Solo un po’ d’aria. E l’apatia ai dolori del corpo diventò costernazione e fitta, bruciore insopportabile all’anima. Quel giorno aveva visto i suoi uomini uccisi in un’imboscata con le armi regalate ai rivoltosi dagli inglesi e poi i sopravvissuti torturati e uccisi con i metodi dei popoli del Grande Nulla, il deserto.

«Il grande Maccabè dice: “Il mio santo personale, l’invincibile Uoldù, ha capito che tu sei innocente. Tu non volevi venire qua”.»

Il sultano aprì la bocca in un sorriso di denti lunghi e gialli annuendo come se capisse la trasposizione del suo interprete arabo. Poi indicò un vecchio cencioso, un occhio offuscato da una cataratta, l’altro arcigno come quello di un rapace. Il santo Uoldù osservava in silenzio seduto in un angolo della grande tenda che tutti ospitava. Maccabè riprese a parlare e fu subito tradotto: «Uoldù è sì santo, ma è un uomo ignorante. Io però lo rispetto perché sempre mi ha avvisato dei pericoli. Ora tu, giovane comandante, sei un cane. Tu sei il mio cane. Tu cane da morto volevi tornare dal padrone. Ma padrone non ti voleva. Tu quindi sei morto e poi tornato come soldato ispaniolo. Il grande Maccabè non ti odia, ti lascia libero».

Il sultano nero rise ansimando, poi riprese a parlare la sua lingua e l’arabo dietro: «Il grande Maccabè dice: “Io ti lascio libero. Se tu mio cane, Uoldù grande santo. Se non mio cane, io ho tolto a te la dignità. Maccabè ha finito di parlare con te. Tu cane tu salvo. Tu non cane, tu sconfitto”».

Il sultano fece cenno di portare via Jorge Baxu, un rapido movimento di polso e mano, come se tentasse di scacciar via una mosca.

Fu un secondo. Gli occhi di Baxu e dell’arabo si incontrarono. E Jorge provò una pena incredibile quando si rese conto di chi realmente aveva davanti. Uno schiavo.

Il traduttore era incatenato al trono di Maccabè con delle viti infisse nel polso.

Lo guardò e chiese, in arabo, con la poca forza che aveva: «Come ti chiami?».

«Kal’b» rispose quello, sorpreso.

«Tornerò di nuovo» disse Baxu con la bocca impastata di bile e sangue.

Quattro braccia lo trascinarono per una distanza infinita, lo portarono in un luogo scuro e freddo, dove la luce del giorno era solo un riverbero lontano, e lì lo lasciarono.

© 2017 EDIZIONI PIEMME SPA, MILANO

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative