La voce “carasàu” entra nel dizionario italiano
di Paolo Coretti
Nell’edizione 2018 lo storico vocabolario Zingarelli ha inserito un altro termine sardo. Insieme a “post-verità” e “dronista”
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SASSARI. In principio fu “launèddas”, poi seguirono “mallorèddus”, “barracelli”, “cannonàu” e altri. Ma ora il vocabolario italiano si arricchisce ufficialmente con un’altra parola di origine sarda: “carasàu”, il pane a forma di disco sottile e croccante che si conserva a lungo. Un termine che nell’idioma isolano corrisponde all’aggettivo “tostato”, cioè ripassato nel forno dopo la cottura, ma che oltre il Tirreno è diventato un sostantivo, in luogo, appunto, di pane carasàu. A darne l’annuncio è la casa editrice Zanichelli, che da cento anni esatti pubblica il celeberrimo Zingarelli, sul quale hanno studiato gli studenti di tutta Italia. Ed è proprio ai ragazzi che siedono sui banchi del liceo classico Dettori di Cagliari (sui quali faticò anche uno dei più grandi pensatori del Novecento, Antonio Gramsci) che è rivolto l’incontro in programma domani con varie personalità del mondo della linguistica. «Un viaggio intorno alla parole – spiegano dalla casa editrice – per spiegare il passato, il presente e il futuro del nostro idioma, tra inglesismi, neologismi e vocaboli perduti.
Protagonista di questa curiosa giornata formativa sarà appunto il vocabolario, lo strumento che registra come un notaio i cambiamenti della lingua italiana, ma anche lo specchio della società e che rappresenta storia dell'Italia attraverso le parole. Tanto per dire, l’ultima edizione dello Zingarelli contiene 145mila voci e oltre 380mila significati. Tra i nuovi ingressi la “post-verità”, ossia il fenomeno per cui nella discussione pubblica si affermano e si diffondono false verità, amplificate dalla rete. Oppure dronista, il manovratore di droni. Voci, insomma, che testimoniano i cambiamenti culturali e le innovazioni tecnologiche del nostro tempo.
Ma quante e quali parole conosce un cittadino medio? La Zanichelli snocciola un po’ di numeri. «Circa duemila parole – spiega il linguista Massimo Arcangeli – sono di uso frequentissimo, secondo i calcoli del linguista Tullio De Mauro, e costituiscono il “lessico fondamentale” della nostra lingua. Se vi sommiamo 2.500 parole “di alto uso”, che anche chi è poco istruito riesce bene o male a capire, potremmo sostenere che la stragrande maggioranza dei parlanti italiani è in grado di comprendere circa 4.500 parole, molte di meno quelle effettivamente usate, che coprono poco più del 95 per cento di tutto quel che normalmente diciamo. Per le persone di media cultura la quota delle parole comprese aumenta di diverse migliaia di unità: alle circa 2.000 parole di terza fascia, dette “di alta disponibilità”, anch'esse più o meno di uso quotidiano, che possono arrivare a coprire un ulteriore 2 per cento circa dei nostri normali discorsi, se ne aggiungono moltissime altre, tra formali o raffinate, precise o specialistiche, gergali o regionali e così via. La dotazione di un parlante molto colto può rasentare le 50mila parole. Fra queste anche molti vocaboli non più in uso».
Per alcune parole che entrano ce ne sono altre in via di estinzione, o comunque a forte rischio di sparire. Lo Zingarelli, infatti, indica 5.500 parole dell’italiano fondamentale, ma ne segnala anche 3.125 da salvare, come fragranza, garrulo, solerte, «voci – dicono dalla casa editrice – che stanno cadendo in disuso perché si preferiscono dei sinonimi più comuni quali profumo, chiacchierone, diligente».
Durante l’incontro di domani gli studenti impareranno che i neologismi non fanno male alla lingua ma sono un segno di vitalità dell’italiano. E comprenderanno come nascono e quali sono i criteri con cui entrano nel vocabolario: perché “flaggare” è entrato nello Zingarelli e invece “ciaone” non è stato ancora inserito?
Protagonista di questa curiosa giornata formativa sarà appunto il vocabolario, lo strumento che registra come un notaio i cambiamenti della lingua italiana, ma anche lo specchio della società e che rappresenta storia dell'Italia attraverso le parole. Tanto per dire, l’ultima edizione dello Zingarelli contiene 145mila voci e oltre 380mila significati. Tra i nuovi ingressi la “post-verità”, ossia il fenomeno per cui nella discussione pubblica si affermano e si diffondono false verità, amplificate dalla rete. Oppure dronista, il manovratore di droni. Voci, insomma, che testimoniano i cambiamenti culturali e le innovazioni tecnologiche del nostro tempo.
Ma quante e quali parole conosce un cittadino medio? La Zanichelli snocciola un po’ di numeri. «Circa duemila parole – spiega il linguista Massimo Arcangeli – sono di uso frequentissimo, secondo i calcoli del linguista Tullio De Mauro, e costituiscono il “lessico fondamentale” della nostra lingua. Se vi sommiamo 2.500 parole “di alto uso”, che anche chi è poco istruito riesce bene o male a capire, potremmo sostenere che la stragrande maggioranza dei parlanti italiani è in grado di comprendere circa 4.500 parole, molte di meno quelle effettivamente usate, che coprono poco più del 95 per cento di tutto quel che normalmente diciamo. Per le persone di media cultura la quota delle parole comprese aumenta di diverse migliaia di unità: alle circa 2.000 parole di terza fascia, dette “di alta disponibilità”, anch'esse più o meno di uso quotidiano, che possono arrivare a coprire un ulteriore 2 per cento circa dei nostri normali discorsi, se ne aggiungono moltissime altre, tra formali o raffinate, precise o specialistiche, gergali o regionali e così via. La dotazione di un parlante molto colto può rasentare le 50mila parole. Fra queste anche molti vocaboli non più in uso».
Per alcune parole che entrano ce ne sono altre in via di estinzione, o comunque a forte rischio di sparire. Lo Zingarelli, infatti, indica 5.500 parole dell’italiano fondamentale, ma ne segnala anche 3.125 da salvare, come fragranza, garrulo, solerte, «voci – dicono dalla casa editrice – che stanno cadendo in disuso perché si preferiscono dei sinonimi più comuni quali profumo, chiacchierone, diligente».
Durante l’incontro di domani gli studenti impareranno che i neologismi non fanno male alla lingua ma sono un segno di vitalità dell’italiano. E comprenderanno come nascono e quali sono i criteri con cui entrano nel vocabolario: perché “flaggare” è entrato nello Zingarelli e invece “ciaone” non è stato ancora inserito?
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