La Nuova Sardegna

Ausman e la “grande illusione” In un film la Primavera araba

di Grazia Brundu
Ausman e la “grande illusione” In un film la Primavera araba

Parla Antonio Martino, regista del documentario sulla Libia “The black sheep” Protagonista un giovane di etnia berbera poi costretto a fuggire in Finlandia

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Nel 2011 la Primavera araba era su tutti i giornali e le televisioni occidentali. Protagonisti della rivoluzione che infiammò il Nord Africa, portando, tra l’altro, alla caduta delle dittature di Ben Ali in Tunisia, di Mubarak in Egitto e di Gheddafi in Libia, furono soprattutto migliaia di giovani che chiedevano governi democratici, libertà personale e migliori condizioni di vita. Come vivono adesso, quei ragazzi, la delusione per una rivolta che alla fine non è riuscita a cambiare le cose? Se lo chiede, in rapporto alla Libia, il documentario “The black sheep” (Bo Film, 2016) che il suo autore, il regista Antonio Martino – Premio Ilaria Alpi 2007 con “Gare du Nord”, sui bambini abbandonati di Bucarest – presenta oggi a Cagliari (alle 20, Cineteca Sarda) e domani a Sassari (alle 19, Aula Rossa di Scienze Politiche) per la rassegna “Transizioni” organizzata da “4Caniperstrada” e “L’Ambulante”. La pecora nera del titolo è Ausman, un giovane libico che, dopo aver combattuto Gheddafi, adesso vive la disillusione di una situazione politica instabile, aggravata dal fondamentalismo religioso e dall’Isis. [

Martino, com’è nata l’idea di raccontare cosa resta in Libia della Primavera araba?

«In realtà, all’inizio, un po’ per caso. Nel 2013, un anno prima delle riprese, ero andato in Libia per fare un workshop di giornalismo con venti ragazzi e venti ragazze. È stato lì che ho iniziato a notare le contraddizioni enormi che devono affrontare i giovani libici dopo quarant’anni di dittatura. Per loro è molto difficile iniziare da capo, anche chi ha viaggiato e fa parte di una classe sociale culturalmente elevata è comunque influenzato dagli schemi religiosi e tribali. Io ho cercato di raccontare il loro mondo, le loro idee, il modo in cui vivono».

Per farlo ha adottato il punto di vista di Ausman, il protagonista del documentario. Perché proprio lui?

«Prima di tutto perché è l’unico che ha accettato di parlare e di stare davanti alla telecamera. Gli altri ragazzi avevano paura. È comprensibile, se si pensa che durante la dittatura di Gheddafi era proibito avere una cinepresa e farsi riprendere equivaleva a farsi spiare. Inoltre, per i più fondamentalisti la riproduzione dell’immagine umana è un tabù».

Come mai Ausman ha accettato di collaborare al documentario?

«Perché ha capito l’importanza del film e ha deciso che valeva la pena rischiare di mettersi in pericolo. Lui ha sempre studiato, ha viaggiato, è stato in America. È entrato in contatto con società diverse da quella libica e ha avuto la possibilità di aprire la sua mente. Poi, però, quando è scoppiata la rivoluzione in Libia è tornato nel suo Paese, pensando che le cose potessero finalmente cambiare. Anche dopo la rivoluzione ha continuato a pensare che uno dei problemi principali del suo Paese fosse proprio aspettare che le cose si risolvessero da sole».

La ribellione di Ausman passa anche attraverso la musica metal, che lui ascolta e suona nonostante i divieti della religione musulmana.

«Certo, per lui la musica metal è portatrice di messaggi che hanno a che fare con la ribellione, con la necessità di non farsi schiacciare dal potere. A Tripoli c’è tutto un ambiente musicale che vive nascosto. Io ho filmato Ausman e i suoi amici mentre suonavano o facevano le prove, ma poi in tanti hanno avuto paura e mi ha chiesto di togliere le immagini».

Nella storia di Ausman emerge il desiderio di vivere una vita laica, non influenzata dalla religione. Anche per questo è tanto importante il suo rivendicare le proprie origini Amazigh, o Berbere, non musulmane. Com’è la condizione di questo gruppo etnico, dopo la fine della dittatura di Gheddafi?

«In realtà in Libia sono tutti berberi, basta pensare ai nomi delle persone, dei luoghi, delle cose. Però come comunità è piccola, talmente piccola che basterebbe uno sbaglio politico per annientarli tutti. Quando è iniziata la rivoluzione contro Gheddafi, gli arabi hanno convinto gli Amazigh a entrare in guerra in cambio del riconoscimento del loro status. Poi, però, si sono rimangiati tutte le promesse».

E gli Amazigh come hanno reagito?

«In genere hanno cercato di non opporsi in maniera diretta agli arabi. Ausman, invece, ha sempre provato a dire ai suoi compagni, anche a quelli che avevano posizioni di rilievo tra gli Amazigh: perché non approfittiamo di questo momento per cambiare le cose? Se abbiamo fatto la guerra ma non dichiariamo quali sono le nostre vere esigenze, sbagliamo, continueremo a farci sottomettere».

I suoi appelli però sono caduti nel vuoto, tanto che alla fine Ausman ha deciso di lasciare la Libia e chiedere asilo in Finlandia. E in quel Paese scandinavo ha rilasciato un’intervista per una emittente televisiva di ateisti. Come l’hanno presa i suoi parenti e i suoi amici rimasti in Libia?

«Ausman è andato via quando in Libia è scoppiata la seconda guerra civile. Ha rilasciato l’intervista dopo che in Europa c’era stato un attentato di tipo islamico e ha spiegato perché gli Amazigh non sono arabi, perché possono rifiutare la cultura islamica e perché hanno fatto mille passi indietro da quando sono arrivati gli Arabi. La cosa peggiore è che le reazioni più dure contro di lui sono arrivate non dagli Arabi e dall’Isis, ma dalle persone della sua stessa etnia».

Adesso come vive Ausman?

«Sta bene, vive in Finlandia, dove lavora per il governo. Tra di noi è nata un’amicizia e ogni tanto ci vediamo per presentare insieme il documentario».

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