«I miei conti con il terrorismo vissuto dai banchi di scuola»
di Andrea Massidda
La regista Annarita Zambrano presenta a Cagliari il suo film “Après la guerre” Una produzione franco-italiana che affronta le vicende della Dottrina Mitterrand
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CAGLIARI. Gli “anni di piombo” li ha vissuti dal seggiolone sino ai banchi delle scuole medie, respirandone comunque quell’aria tremenda che puzzava di polvere da sparo: ogni giorno la tivù propinava morti ammazzati, stragi e racconti di una carneficina difficile da comprendere. E lei, come i suoi coetanei, incamerava tutto tra sconcerto e persino assuefazione. Poi da adolescente, quando ha provato a toccare il tema del terrorismo, c’era sempre qualcuno più grande che le diceva: «Tu non puoi capire come si stava in quel periodo, non puoi capire». Così, da adulta, a furia di sentirsi ripetere quelle parole, ha deciso di approfondire l’argomento da sola. Facendo un film. Annarita Zambrano, nata a Roma nel 1972, regista con due patrie (da oltre vent’anni vive a Parigi), venerdì sera – ospite della rassegna Cagliari film festival, organizzata dall’associazione Tina Modotti – ha presentato in anteprima il suo primo lungometraggio dal titolo bilingue “Après la guerre – Dopo la guerra”, che uscirà nelle sale francesi e italiane il prossimo marzo, ma che ha già riscosso tanti applausi e consensi di critica a Cannes 2017, dove è stato proiettato nella sezione “Un certain regard”. La pellicola (una coproduzione franco-italiana) racconta la storia di Marco, ex terrorista rosso condannato in contumacia all’ergastolo, perché da tanti anni rifugiato a Parigi per usufruire dell’asilo politico contemplato dalla Dottrina Mitterrand. Nel 2002, tuttavia, il colpo di scena che dà l’avvio al film: la Francia concede l’estradizione. Inizia la fuga.
Una storia attualissima, dunque (si pensi al caso di Cesare Battisti, sulle pagine di tutti i giornali proprio in questi giorni), che nella sceneggiatura si trasforma in una tragedia nel senso classico del termine, anche perché viene coinvolta l’intera famiglia, sia la parte rimasta in Italia sia quella francese. A cominciare dalla figlia Viola, sedicenne nata all’ombra della Torre Eiffel. «Il titolo “Dopo la guerra” parla chiaro – dice la regista –, il mio è un film su quello che resta o che non resta di quel periodo. Quando mi chiedono perché mi sono invischiata in questa storia e cosa posso saperne io di un’epoca che non ho vissuto in prima persona, replico sempre: proprio per questo l’ho fatto. Non per dare riposte, ma per fare domande». Nel cast, attori molto bravi e diretti benissimo: da Giuseppe Battiston (Marco) alla giovane Charlotte Cétaire (Viola), da Barbora Bobulova a Maryline Canto, con una partecipazione straordinaria di Jean-Marc Barr, volto familiare dei film del regista Lars von Trier.
«Questo lungometraggio appartiene moralmente e politicamente a quelli che sono ormai i miei due Paesi : continua Zambrano – Tra il 1969 e il 1988, il terrorismo in Italia si è reso responsabile di oltre 400 morti e 15mila attacchi. Tutto questo era normale, gli attentati facevano parte della nostra vita, anche se non avevamo davvero età per capire. Abbiamo sentito l’eco di questo duro periodo fino al 1990 e oltre. A questi anni è seguito un periodo di totale rifiuto dell’impegno politico: il trionfo dell’edonismo, della corruzione e, presto, di Berlusconi. Tutti gli ideali, anche quelli che erano giusti, si sono bruciati fino alla cenere degli attacchi terroristici. Con questo primo film ho dovuto aiutarmi a sistemare i miei conti con l’Italia e affrontare anche il tema della giustizia attraverso una vicenda che contribuisce a una domanda sulla colpa: su come essa si sposti da un Paese all’altro, da una generazione all’altra, da un padre ai suoi bambini. Oggi ho capito che “Aprés la guerre” non è un film sulla giustizia ma su l’impossibilità di comprenderla e sugli errori che gli uomini fanno quando sono accecati da ciò che è giusto o sbagliato».
Ma qual è il punto di vista di Annarita Zambrano sulla Dottrina Mitterrand? «L’idea di Mitterrand era in pratica quella di facilitare il percorso di coloro che stavano cercando di uscire dalla lotta armata per muoversi verso una soluzione politica. In effetti, penso che ci sia stato uno choc tra due diverse culture giuridiche: la Francia ha dato una lettura politica e non criminale di quello che stava accadendo in Italia. Il confine tra “guerra civile” e “terrorismo” può a volte essere sottile».
Una storia attualissima, dunque (si pensi al caso di Cesare Battisti, sulle pagine di tutti i giornali proprio in questi giorni), che nella sceneggiatura si trasforma in una tragedia nel senso classico del termine, anche perché viene coinvolta l’intera famiglia, sia la parte rimasta in Italia sia quella francese. A cominciare dalla figlia Viola, sedicenne nata all’ombra della Torre Eiffel. «Il titolo “Dopo la guerra” parla chiaro – dice la regista –, il mio è un film su quello che resta o che non resta di quel periodo. Quando mi chiedono perché mi sono invischiata in questa storia e cosa posso saperne io di un’epoca che non ho vissuto in prima persona, replico sempre: proprio per questo l’ho fatto. Non per dare riposte, ma per fare domande». Nel cast, attori molto bravi e diretti benissimo: da Giuseppe Battiston (Marco) alla giovane Charlotte Cétaire (Viola), da Barbora Bobulova a Maryline Canto, con una partecipazione straordinaria di Jean-Marc Barr, volto familiare dei film del regista Lars von Trier.
«Questo lungometraggio appartiene moralmente e politicamente a quelli che sono ormai i miei due Paesi : continua Zambrano – Tra il 1969 e il 1988, il terrorismo in Italia si è reso responsabile di oltre 400 morti e 15mila attacchi. Tutto questo era normale, gli attentati facevano parte della nostra vita, anche se non avevamo davvero età per capire. Abbiamo sentito l’eco di questo duro periodo fino al 1990 e oltre. A questi anni è seguito un periodo di totale rifiuto dell’impegno politico: il trionfo dell’edonismo, della corruzione e, presto, di Berlusconi. Tutti gli ideali, anche quelli che erano giusti, si sono bruciati fino alla cenere degli attacchi terroristici. Con questo primo film ho dovuto aiutarmi a sistemare i miei conti con l’Italia e affrontare anche il tema della giustizia attraverso una vicenda che contribuisce a una domanda sulla colpa: su come essa si sposti da un Paese all’altro, da una generazione all’altra, da un padre ai suoi bambini. Oggi ho capito che “Aprés la guerre” non è un film sulla giustizia ma su l’impossibilità di comprenderla e sugli errori che gli uomini fanno quando sono accecati da ciò che è giusto o sbagliato».
Ma qual è il punto di vista di Annarita Zambrano sulla Dottrina Mitterrand? «L’idea di Mitterrand era in pratica quella di facilitare il percorso di coloro che stavano cercando di uscire dalla lotta armata per muoversi verso una soluzione politica. In effetti, penso che ci sia stato uno choc tra due diverse culture giuridiche: la Francia ha dato una lettura politica e non criminale di quello che stava accadendo in Italia. Il confine tra “guerra civile” e “terrorismo” può a volte essere sottile».
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