Performance e teatro, la prima volta di Marras
di Paolo Curreli
Una mostra inaugurata a Brescia nella galleria Minini: nelle cantine dismesse dieci attori recitano diretti dallo stilista
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SASSARI. Ieri a Brescia Antonio Marras ha attraversato una delle molte frontiere della sua vita. Alla Galleria Massimo Minini, a Brescia (luogo prestigioso dell’arte contemporanea) ha inaugurato la mostra Antonio Marras. seipersei, mentre alle 21.30, alle Ex Cantine Folonari, ha presentato la sua prima performance “Mio cuore io sto soffrendo, cosa posso fare per te?”. Uomo dei confini e delle contaminazioni Marras non ha mai avuto paura di cimentarsi con il nuovo, ne tanto meno, si è fermato davanti alle cornici prestabilite per presentare la sua visione; tra arte, moda e adesso una performance molto vicina al teatro in cui ha espresso (finalmente) anche la sua propensione alla regia. La grande mostra alla Triennale di Milano ne ha confermato il talento e non è sfuggita a Massimo Minini, alla cui quarantennale attività di gallerista e intellettuale la stessa Triennale aveva dedicato una mostra nel 2013.
«Non avrei mai pensato di fare una mostra di Antonio Marras – racconta Massimo Minini – . E d’altronde perché avrei dovuto pensare a lui come uno possibile? Noto, anzi notissimo, come creatore di moda, una moda molto particolare, legata anche all’arte, anzi sicuramente, per l’influenza del lavoro di Maria Lai di cui Marras è grande ammiratore e promotore, forse allievo, forse collega. Un mondo particolare, quello dove Marras nasce e si muove. Il mondo di un’isola che ha una forte identità, una cultura, una lingua, una storia, addirittura una preistoria». «Dopo un primo momento di incomprensione, colpevolmente non conoscevo Minini, e penso di aver fatto una brutta figura rispondedogli “ora sono occupato mi lasci il suo biglietto”, cosa che lui ha fatto senza batter ciglio – racconta divertito Marras –. Ma è stato bellissimo affidargli i miei lavori per l’allestimento nella sua galleria, la prima volta che accade. Mi sono sentito interpretato da uno sguardo estraneo».
Dalla mostra, che propone opere selezionate da Minini, Antonio Marras realizzerà un libro d’artista. Un’opera che raccoglie una serie di foto delle mani di Marras scattate dallo stesso Minini, che così sembra aver colto quel tratto distintivo dell’artista: la sua pellegrinazione da un’idea all’altra, da un sogno, un ricordo o uno stimolo, e senza che nessuna categoria del fare fermi la sua continua creatività.
“Mio cuore io sto soffrendo, cosa posso fare per te?”, un verso di una canzonetta di Rita Pavone da il titolo alla performance, titolo che racconta molto della poetica di Marras. Fatta di cose alte e cultura popolare, narrazione della memoria di oggetti dimenticati. Come “Fedora” un brano recitato da una “Città invisibile” di Calvino, Shakespeare o una strofa di una canzone dimenticata, che riemerge dalla mente e diventa come per Barthes, improvvisamente importante se si è innamorati. Memoria infantile malinconica e spaventata nella declamazione dell’appello o delle tabelline alle elementari. «Ho chiamato venti performer, bravissimi attori, giovani promesse del teatro – spiega Marras –. Li ho resi complici di questa follia, premettendo che probabilmente avrebbe rovinato le loro carriere – ride – e con mia grande sorpresa hanno aderito tutti con entusiasmo».
Nella antica cantina dismessa: dieci scene, dieci tranche de vie, dieci azioni che registrano episodi, sogni, turbe e ossessioni. “Uomini e donne e dieci cuori vestiti di niente o con gli abiti appoggiati come se si trattassero di corpi estranei o elementi inutili, di convenienza, di parvenza ma sopratutto troppo pesanti da sopportare perché carichi di tutti i mali del mondo”. Scrive Marras nella presentazione della performance, al centro il dolore che procuriamo all’altro e quello che ci viene inflitto. Illustrato da parole e oggetti del ricordo: “Scuola, famiglia, albero di natale, Bambi e trattore. Amore, età, specchio e cuore”.
Dalla performance, interamente filmata ieri, verrà prodotto un corto che andrà in allegato al libro d’artista.
«Non avrei mai pensato di fare una mostra di Antonio Marras – racconta Massimo Minini – . E d’altronde perché avrei dovuto pensare a lui come uno possibile? Noto, anzi notissimo, come creatore di moda, una moda molto particolare, legata anche all’arte, anzi sicuramente, per l’influenza del lavoro di Maria Lai di cui Marras è grande ammiratore e promotore, forse allievo, forse collega. Un mondo particolare, quello dove Marras nasce e si muove. Il mondo di un’isola che ha una forte identità, una cultura, una lingua, una storia, addirittura una preistoria». «Dopo un primo momento di incomprensione, colpevolmente non conoscevo Minini, e penso di aver fatto una brutta figura rispondedogli “ora sono occupato mi lasci il suo biglietto”, cosa che lui ha fatto senza batter ciglio – racconta divertito Marras –. Ma è stato bellissimo affidargli i miei lavori per l’allestimento nella sua galleria, la prima volta che accade. Mi sono sentito interpretato da uno sguardo estraneo».
Dalla mostra, che propone opere selezionate da Minini, Antonio Marras realizzerà un libro d’artista. Un’opera che raccoglie una serie di foto delle mani di Marras scattate dallo stesso Minini, che così sembra aver colto quel tratto distintivo dell’artista: la sua pellegrinazione da un’idea all’altra, da un sogno, un ricordo o uno stimolo, e senza che nessuna categoria del fare fermi la sua continua creatività.
“Mio cuore io sto soffrendo, cosa posso fare per te?”, un verso di una canzonetta di Rita Pavone da il titolo alla performance, titolo che racconta molto della poetica di Marras. Fatta di cose alte e cultura popolare, narrazione della memoria di oggetti dimenticati. Come “Fedora” un brano recitato da una “Città invisibile” di Calvino, Shakespeare o una strofa di una canzone dimenticata, che riemerge dalla mente e diventa come per Barthes, improvvisamente importante se si è innamorati. Memoria infantile malinconica e spaventata nella declamazione dell’appello o delle tabelline alle elementari. «Ho chiamato venti performer, bravissimi attori, giovani promesse del teatro – spiega Marras –. Li ho resi complici di questa follia, premettendo che probabilmente avrebbe rovinato le loro carriere – ride – e con mia grande sorpresa hanno aderito tutti con entusiasmo».
Nella antica cantina dismessa: dieci scene, dieci tranche de vie, dieci azioni che registrano episodi, sogni, turbe e ossessioni. “Uomini e donne e dieci cuori vestiti di niente o con gli abiti appoggiati come se si trattassero di corpi estranei o elementi inutili, di convenienza, di parvenza ma sopratutto troppo pesanti da sopportare perché carichi di tutti i mali del mondo”. Scrive Marras nella presentazione della performance, al centro il dolore che procuriamo all’altro e quello che ci viene inflitto. Illustrato da parole e oggetti del ricordo: “Scuola, famiglia, albero di natale, Bambi e trattore. Amore, età, specchio e cuore”.
Dalla performance, interamente filmata ieri, verrà prodotto un corto che andrà in allegato al libro d’artista.
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