La scelta della solitudine nata nel competitivo universo del Giappone

Una stanza, poco illuminata e perennemente in disordine. In un angolo lattine vuote e scatole di cibo confezionato, dall’altro una pila di manga. Da qualche parte una scrivania con un computer, per...

Una stanza, poco illuminata e perennemente in disordine. In un angolo lattine vuote e scatole di cibo confezionato, dall’altro una pila di manga. Da qualche parte una scrivania con un computer, per un collegamento a internet tenuto come unico, o quasi, collegamento con l’esterno.



Ecco il mondo degli hikikomori, così come viene rappresentato tra le pagine dei fumetti, nelle serie animate o al cinema. Quanti ne fanno parte in tutto il Paese del Sol Levante è difficile dirlo con esattezza, le stime sono spesso contraddittorie. Ben oltre un milione, comunque, secondo uno dei più grandi esperti di questo fenomeno: lo psichiatra Tamaki Saito al quale si deve il termine hikikomori (stare in disparte, ritirarsi), coniato alla metà degli anni Ottanta dopo aver rilevato sistematicamente una serie di comportamenti simili tra adolescenti che tendevano a isolarsi e a stare chiusi nelle loro stanze. Un passaggio ulteriore a quello di otaku, appassionati/ossessionati di anime e manga (vale anche per i videogiochi), termine più conosciuto e spesso confuso con quello di hikikomori. Dove l’ossessione diventa metodo, segregazione volontaria dalla quale diventa difficile uscire.

E per alcuni sociologi acquista anche le caratteristiche di una forma di ribellione alla cultura della produzione e della competizione così dominante in Giappone. Si può forse legare a questo il fatto che per molti il periodo di reclusione comincia dopo il liceo e l’entrata all’università (che ha tra l’altro un sistema selettivo, con esami di ammissione).

La stessa età del protagonista di “Welcome to the Nhk” che, gli appassionati lo ricorderanno, tra tutti i manga e anime è quello che meglio si concentra sul fenomeno degli hikikomori. Al quale ha dedicato uno spazio anche il fumettista sardo Igort nel suo nuovo libro sul Paese del Sol Levante, uscito da poche settimane. In “Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga” descrive questi moderni anacoreti che scelgono la solitudine tra le dinamiche e chiassose città come Tokyo, dove nessuno si accorge della loro presenza.
 

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