La felicità ai tempi del terrorismo
di Remo Bodei
Mantenere la serenità in un mondo instabile e insicuro: Remo Bodei domani a Sassari
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La felicità è la realizzazione improvvisa di un desiderio, consapevole o inconscio, che si compie all’improvviso, apparentemente senza un perché. Essa è un dono e non è quindi programmabile. La felicità non si può, infatti, ottenere a comando. Non si può dire «sii felice!», così come non si può dire «sii spontaneo!». Come afferma Cechov, «la felicità è una ricompensa che giunge a chi non l’ha cercata». Inseguita troppo, con parossismo e con insistenza, finisce per sfuggire.
Da Kant a Freud. Quando poi qualcuno ottiene il risultato cui a lungo ha aspirato, spesso conclude con un «Tutto qui?». Pare che Kant pare abbia rivolto queste parole allo storico russo Karamzin: «Date a un uomo tutto ciò che desidera e ciò nondimeno, proprio in questo istante, egli sentirà che tutto non è tutto». Qualcosa di simile ha sostenuto Freud relativamente a coloro che, paradossalmente, stanno male proprio dopo aver raggiunto ciò a cui aspiravano intensamente (ad esempio una vincita alla lotteria, pur non credendo mai di poterla di fatto conseguire). Essa non somiglia alla calma piatta e il cielo azzurro, alla semplice, ma gradevole serenità dell’animo. È piuttosto paragonabile ai vertici o ai picchi di un diagramma vitale. Noi viviamo in una realtà fatta di momenti, per così dire, spiccioli, mentre la felicità è una specie di moneta d’oro che si trova intera e non si sminuzza in piccole parti. Senza cercarla ossessivamente, l’importante è non lasciarsi coinvolgere troppo da questi impegni spiccioli, perché, ammonisce già Seneca, «tra un rinvio e l’altro, la vita se ne va».
I limiti del pensiero. Vi sono tuttavia dei modi per assecondare l’arrivo della felicità – in quanto, per parafrasare gli Scolastici expansio animi ad magna, sentimento di espansione verso cose grandi – e per renderla più stabile nella forma attenuata della serenità o della tranquillità dell’animo (del resto tutta la filosofia antica non ha pensato che a questo, dato che la ricerca della conoscenza non mira ad altro che alla felicità, al godimento più intenso offerto dalla ragione, posseduta solo dalla specie umana). Amare il sapere, mantenere la tranquillità dell’animo, cercare i piaceri in giusta misura, temperare gli affetti, compiere esercizi fisici o spirituali: a questo tendono le terapie dell’anima elaborate da Socrate fino a Seneca.
Ricerca dell’ignoto. Da Cartesio in poi la filosofia ha però abbandonato – credendolo forse impossibile o delegandolo al Paradiso cristiano – il compito di offrire la felicità e si è dedicata alla conquista della conoscenza in quanto tale o in quanto strumento di potere. Secondo la definizione di Hobbes, la felicità è ad fines semper ulteriores minime impedita progressio, un progredire che incontra un minimo di impedimenti al conseguimento di obiettivi sempre più avanzati. Riformulando la frase hobbesiana si potrebbe anche dire che la felicità del pensiero è anche quella che conduce ad oltrepassare confini sempre più remoti del sapere, ad andare alla ricerca dell’ignoto, dell’avventura, etimologicamente verso le cose future (ad ventura), a dire, con Cromwell che «nessuno sale tanto in alto come quando non sa dove va».
Patriottismo del mondo. Se continua a essere vero che per molti la completa felicità si trova soltanto in Paradiso, in età moderna gli uomini hanno cercato di rivalutare questa vita e di trasformare il mondo da “valle di lacrime” o squallido albergo in casa avita che si deve trasmettere più bella ed ospitale ai pronipoti. Hanno così suscitato un patriottismo del mondo, puntando sulla storia e sulla politica (spesso intesa come rivoluzione o trasformazione progressiva della società) quali strumenti di felicità collettive in questa terra.
Politica latitante. Ora pare che questo obiettivo non sia più conseguibile, che la ricerca della felicità individuale si sia ulteriormente staccata da quella della felicità collettiva. Anche perché il potere politico è latitante, spesso la gente persegue una vita migliore in forme banali, coltivando “sogni nel cassetto” ed elaborando utopie private.
La Bibbia e Khomeini. Sebbene per Aristotele tutti cerchino la felicità e chi dice il contrario per lui mente, una lunga tradizione letteraria, religiosa e filosofica considera vane e irrealizzabili le attese di felicità. Le voci più autorevoli vengono dalla tragedia greca, dalla Bibbia, dalla filosofia e dalla poesia. Ascoltiamone alcune come antidoto al preteso e garantito “diritto inalienabile” alla felicità (che, significativamente, non si trova soltanto nella costituzione degli Stati Uniti, ma anche in quella iraniana, khomeinista, del 1979). Per inciso, non è tuttavia compito della politica assicurare la felicità agli individui, ma lo è togliere quegli ostacoli che impediscono loro di realizzare i loro fines ulteriores.
Meccanica razionale. Oggi, tuttavia, è giunto a conclusione un ciclo bicentenario di pensiero e di prassi che aveva attribuito alla politica una funzione salvifica, promettendo a popoli o classi una felicità futura grazie al suo innesto nel corso della storia. Inserendosi nella corrente degli eventi, cavalcandone la cresta dell’onda, sintonizzandosi su processi già in atto, seguendone la “meccanica razionale”, la politica pensava di fruire dell’energia ascensionale del movimento storico per giungere felicemente alla meta.
Desertificazione del futuro. Ora pare che questo obiettivo non sia più conseguibile, che la ricerca della felicità individuale si sia ulteriormente staccata da quella della felicità collettiva. L’avvenire, che si presenta sostanzialmente incerto, o addirittura pauroso (esaurirsi delle risorse, riscaldamento globale, fame per centinaia di milioni di persone, terrorismo) sembra sfuggire al controllo degli uomini e riporsi di nuovo, per molti, nelle mani di Dio. La contrazione delle attese e delle speranze di largo respiro spinge le persone a concentrarsi sul presente. Questo significa, però, una desertificazione del futuro o una sua privatizzazione. Ciascuno si ritaglia una propria fetta di cielo. Si accorciano, così, i piani di vita dei singoli e si attenua la forza propulsiva delle istituzioni. Eppure è proprio il presentimento di una vita migliore in comune che spinge gli individui, schiacciati sul quotidiano, a perseguire una fragile felicità, che – per quanto effimera – può riempire ugualmente alcuni momenti culminanti dell’esistenza.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Da Kant a Freud. Quando poi qualcuno ottiene il risultato cui a lungo ha aspirato, spesso conclude con un «Tutto qui?». Pare che Kant pare abbia rivolto queste parole allo storico russo Karamzin: «Date a un uomo tutto ciò che desidera e ciò nondimeno, proprio in questo istante, egli sentirà che tutto non è tutto». Qualcosa di simile ha sostenuto Freud relativamente a coloro che, paradossalmente, stanno male proprio dopo aver raggiunto ciò a cui aspiravano intensamente (ad esempio una vincita alla lotteria, pur non credendo mai di poterla di fatto conseguire). Essa non somiglia alla calma piatta e il cielo azzurro, alla semplice, ma gradevole serenità dell’animo. È piuttosto paragonabile ai vertici o ai picchi di un diagramma vitale. Noi viviamo in una realtà fatta di momenti, per così dire, spiccioli, mentre la felicità è una specie di moneta d’oro che si trova intera e non si sminuzza in piccole parti. Senza cercarla ossessivamente, l’importante è non lasciarsi coinvolgere troppo da questi impegni spiccioli, perché, ammonisce già Seneca, «tra un rinvio e l’altro, la vita se ne va».
I limiti del pensiero. Vi sono tuttavia dei modi per assecondare l’arrivo della felicità – in quanto, per parafrasare gli Scolastici expansio animi ad magna, sentimento di espansione verso cose grandi – e per renderla più stabile nella forma attenuata della serenità o della tranquillità dell’animo (del resto tutta la filosofia antica non ha pensato che a questo, dato che la ricerca della conoscenza non mira ad altro che alla felicità, al godimento più intenso offerto dalla ragione, posseduta solo dalla specie umana). Amare il sapere, mantenere la tranquillità dell’animo, cercare i piaceri in giusta misura, temperare gli affetti, compiere esercizi fisici o spirituali: a questo tendono le terapie dell’anima elaborate da Socrate fino a Seneca.
Ricerca dell’ignoto. Da Cartesio in poi la filosofia ha però abbandonato – credendolo forse impossibile o delegandolo al Paradiso cristiano – il compito di offrire la felicità e si è dedicata alla conquista della conoscenza in quanto tale o in quanto strumento di potere. Secondo la definizione di Hobbes, la felicità è ad fines semper ulteriores minime impedita progressio, un progredire che incontra un minimo di impedimenti al conseguimento di obiettivi sempre più avanzati. Riformulando la frase hobbesiana si potrebbe anche dire che la felicità del pensiero è anche quella che conduce ad oltrepassare confini sempre più remoti del sapere, ad andare alla ricerca dell’ignoto, dell’avventura, etimologicamente verso le cose future (ad ventura), a dire, con Cromwell che «nessuno sale tanto in alto come quando non sa dove va».
Patriottismo del mondo. Se continua a essere vero che per molti la completa felicità si trova soltanto in Paradiso, in età moderna gli uomini hanno cercato di rivalutare questa vita e di trasformare il mondo da “valle di lacrime” o squallido albergo in casa avita che si deve trasmettere più bella ed ospitale ai pronipoti. Hanno così suscitato un patriottismo del mondo, puntando sulla storia e sulla politica (spesso intesa come rivoluzione o trasformazione progressiva della società) quali strumenti di felicità collettive in questa terra.
Politica latitante. Ora pare che questo obiettivo non sia più conseguibile, che la ricerca della felicità individuale si sia ulteriormente staccata da quella della felicità collettiva. Anche perché il potere politico è latitante, spesso la gente persegue una vita migliore in forme banali, coltivando “sogni nel cassetto” ed elaborando utopie private.
La Bibbia e Khomeini. Sebbene per Aristotele tutti cerchino la felicità e chi dice il contrario per lui mente, una lunga tradizione letteraria, religiosa e filosofica considera vane e irrealizzabili le attese di felicità. Le voci più autorevoli vengono dalla tragedia greca, dalla Bibbia, dalla filosofia e dalla poesia. Ascoltiamone alcune come antidoto al preteso e garantito “diritto inalienabile” alla felicità (che, significativamente, non si trova soltanto nella costituzione degli Stati Uniti, ma anche in quella iraniana, khomeinista, del 1979). Per inciso, non è tuttavia compito della politica assicurare la felicità agli individui, ma lo è togliere quegli ostacoli che impediscono loro di realizzare i loro fines ulteriores.
Meccanica razionale. Oggi, tuttavia, è giunto a conclusione un ciclo bicentenario di pensiero e di prassi che aveva attribuito alla politica una funzione salvifica, promettendo a popoli o classi una felicità futura grazie al suo innesto nel corso della storia. Inserendosi nella corrente degli eventi, cavalcandone la cresta dell’onda, sintonizzandosi su processi già in atto, seguendone la “meccanica razionale”, la politica pensava di fruire dell’energia ascensionale del movimento storico per giungere felicemente alla meta.
Desertificazione del futuro. Ora pare che questo obiettivo non sia più conseguibile, che la ricerca della felicità individuale si sia ulteriormente staccata da quella della felicità collettiva. L’avvenire, che si presenta sostanzialmente incerto, o addirittura pauroso (esaurirsi delle risorse, riscaldamento globale, fame per centinaia di milioni di persone, terrorismo) sembra sfuggire al controllo degli uomini e riporsi di nuovo, per molti, nelle mani di Dio. La contrazione delle attese e delle speranze di largo respiro spinge le persone a concentrarsi sul presente. Questo significa, però, una desertificazione del futuro o una sua privatizzazione. Ciascuno si ritaglia una propria fetta di cielo. Si accorciano, così, i piani di vita dei singoli e si attenua la forza propulsiva delle istituzioni. Eppure è proprio il presentimento di una vita migliore in comune che spinge gli individui, schiacciati sul quotidiano, a perseguire una fragile felicità, che – per quanto effimera – può riempire ugualmente alcuni momenti culminanti dell’esistenza.
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