teatro
In scena i veleni del poligono di Quirra
di Roberta Sanna
Applausi al Massimo di Cagliari per lo spettacolo “L’avvoltoio”
3 MINUTI DI LETTURA
CAGLIARI. Stesi su un rettangolo di nuda terra, pronunciano ognuno il loro nome e la data, gli attori Emilia Agnesa, Agnese Fois, Daniel Dwerryhouse, Valentino Mannias, Marta Proietti Orzella, Luca Spanu, Luigi Tontoranelli, nella scena d’apertura de “L’avvoltoio – sembrava la neve”, in programma al Massimo sino a ieri. Un segno forte, che colloca la rappresentazione nel presente del teatro, ed evoca le terre martoriate dalle sperimentazioni belliche del Salto di Quirra e le tombe delle vittime dell’omonima sindrome, dei linfomi non Hodgkind, di leucemie, di malformazioni genetiche. Spettacolo corale, partito dalla passione civile dell’autrice Anna Rita Signore e giunto in scena per la produzione Sardegna Teatro con la regia di Cesar Brie, ricostruisce le storie del poligono di Quirra e la coraggiosa inchiesta del procuratore Domenico Fiordalisi.
Giocando tra elementi individuali, delicati e commoventi, e i dati ufficiali emersi nelle indagini, lo spettacolo si fa racconto di una vicenda legata ad un territorio povero e ai margini, in cui lavorare al poligono, uno dei più grandi d’Europa, è spesso l’unica prospettiva oltre la pastorizia. Che potevano sapere gli abitanti di uranio impoverito, o del torio, e che persino respirare il tritolo è funesto? «Credevo che fare il soldato sarebbe stato buono per la mia vita», ripete quasi incredulo il soldato che incarna la vittima predestinata, addetto alla raccolta di bossoli e altre risultanze delle esplosioni. Nel suo corpo in necrosi c’è una quantità di metalli pesanti in forme che non esistono in natura, ma sembrano derivare dall’uso di armi, proiettili, missili.
Eppure il procuratore che entra in scena cercando di muoversi fra evidenze conclamate nei militari, civili e animali, tra perizie sospettabili e testimonianze reticenti, fa fatica a dimostrare la correlazione tra malattie e malformazioni e le sperimentazioni belliche.
Il gruppo di attori entra con passione e bravura nel gioco del teatro nel teatro – si immagina infatti una compagnia del posto che decide di denunciare i fatti – e riesce, muovendosi come in una coreografia in cui il corpo rivela e dà emozioni in aggiunta alle parole, a creare, nel ritmo incalzante dei movimenti scenici e delle ripetizioni rafforzative, un clima realistico e insieme poetico, un’atmosfera cupa, resa davvero polverosa dal rimestare della torba in scena, e insieme profondamente umana e vitale nei cori che illuminano il buio, nelle parole di madri, malati, testimoni, di gente comune. Che racconta, come in una favola, che dopo certe esplosioni i paesi e le terre si facevano «bianchi come neve, ma senza freddo», o che nei picnic, mentre i bambini giocavano coi bossoli, raccoglievano funghi o un certo materiale «ottimo per fare il fuoco».
Si esce toccati e scossi dopo aver meritatamente applaudito, augurandosi che un giorno non troppo lontano si possa aggiungere un nuovo capitolo, quello della sentenza del processo in corso.
Giocando tra elementi individuali, delicati e commoventi, e i dati ufficiali emersi nelle indagini, lo spettacolo si fa racconto di una vicenda legata ad un territorio povero e ai margini, in cui lavorare al poligono, uno dei più grandi d’Europa, è spesso l’unica prospettiva oltre la pastorizia. Che potevano sapere gli abitanti di uranio impoverito, o del torio, e che persino respirare il tritolo è funesto? «Credevo che fare il soldato sarebbe stato buono per la mia vita», ripete quasi incredulo il soldato che incarna la vittima predestinata, addetto alla raccolta di bossoli e altre risultanze delle esplosioni. Nel suo corpo in necrosi c’è una quantità di metalli pesanti in forme che non esistono in natura, ma sembrano derivare dall’uso di armi, proiettili, missili.
Eppure il procuratore che entra in scena cercando di muoversi fra evidenze conclamate nei militari, civili e animali, tra perizie sospettabili e testimonianze reticenti, fa fatica a dimostrare la correlazione tra malattie e malformazioni e le sperimentazioni belliche.
Il gruppo di attori entra con passione e bravura nel gioco del teatro nel teatro – si immagina infatti una compagnia del posto che decide di denunciare i fatti – e riesce, muovendosi come in una coreografia in cui il corpo rivela e dà emozioni in aggiunta alle parole, a creare, nel ritmo incalzante dei movimenti scenici e delle ripetizioni rafforzative, un clima realistico e insieme poetico, un’atmosfera cupa, resa davvero polverosa dal rimestare della torba in scena, e insieme profondamente umana e vitale nei cori che illuminano il buio, nelle parole di madri, malati, testimoni, di gente comune. Che racconta, come in una favola, che dopo certe esplosioni i paesi e le terre si facevano «bianchi come neve, ma senza freddo», o che nei picnic, mentre i bambini giocavano coi bossoli, raccoglievano funghi o un certo materiale «ottimo per fare il fuoco».
Si esce toccati e scossi dopo aver meritatamente applaudito, augurandosi che un giorno non troppo lontano si possa aggiungere un nuovo capitolo, quello della sentenza del processo in corso.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
