Nel capolavoro di McMurtry la fine dell’epopea western
di Giuseppe Mussi
Dopo trentadue anni il libro “Lonesome Dove” torna in libreria con una nuova traduzione Nato come progetto cinematografico il volume è valso allo scrittore il Premio Pulitzer
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Torna in libreria, a distanza di ben trentadue anni dalla sua prima, fortunatissima pubblicazione – con una nuova traduzione – il capolavoro di Larry McMurtry, “Lonesome Dove” (Einaudi, pp. 937, 25 euro), valso all’autore il Premio Pulitzer e subito diventato un vero e proprio classico western. Un libro nato dal copione per un progetto cinematografico poi naufragato: Peter Bogdanovich voleva girare un film western in omaggio al suo grande maestro John Ford, coinvolgendo nei ruoli principali nientemeno che John Wayne, James Stewart e Henry Fonda. Ma fu proprio il regista di “Ombre rosse” a sconsigliarne a Wayne la partecipazione, muovendo una serie di defezioni che ne impedirono la realizzazione. McMurtry avrebbe aspettato più di dieci anni per far diventare quel copione abbandonato un corposo romanzo, accolto poi con tale entusiasmo da diventare, quattro anni dopo, una serie tv di straordinario successo, grazie anche alle interpretazioni di Tommy Lee Jones e Robert Duvall. Questo spinse l’autore a tornare a scrivere per dare a “Lonesome Dove” un sequel e persino due prequel.
Ma cosa rende speciale il libro di McMurtry, a fronte di una tradizione – quella americana – già ricchissima di storie e adattamenti western? Soprattutto quando, nello stesso anno, usciva uno dei grandi capolavori del tardo Novecento, quello straordinario “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy che ne condivideva proprio l'ambientazione? La fortuna di “Lonesome Dove” sta proprio nel non percorrere la stessa strada visionaria e metafisica di McCarthy (dove non avrebbe mai potuto competere), ma costruire una storia di vivida concretezza, fortemente realistica e genuinamente drammatica. I protagonisti del libro di McMurtry sono due celebri ex-ranger texani, ormai convertiti al commercio di bestiame: Augustus McCrae e Woodrow Call. Non fanno altro che lavorare e ammazzare il tempo come possono: non c’è più guerra civile, non ci sono più indiani pericolosi o banditi messicani; le preoccupazioni più grandi sono il comportamento dei maiali o il passaggio di qualche serpente. Il grande mito del West è ormai alle spalle. Eppure la quiete dei due protagonisti viene improvvisamente spezzata da un loro vecchio ex-collega, Jake Spoon, che li invita in modo convincente a spostarsi nelle lussureggianti praterie del Montana, dopo aver radunato una mandria di bovini, per costituire il primo ranch oltre lo Yellowstone. Questa sarà la loro avventura epica attraverso le Grandi Pianure, che coinvolgerà moltissimi personaggi diversi tra loro: vecchi e giovani cowboy, cacciatori, indiani, giocatori d’azzardo e un folto gruppo di prostitute, ognuno con le proprie storie, il proprio passato e le proprie speranze.
L’intelligenza dell’autore, il suo successo è proprio qui: non fermarsi alla fonte dell’epopea western per servirsene e celebrarla, quanto cogliere la forza del genere al suo apice per raccontare, coraggiosamente, la fine di un’epoca. In fondo è ciò che rende unica un’altra opera – questa volta cinematografica – come “Gli spietati” (1992) di Clint Eastwood: la frontiera è un ricordo, la nostalgia si confonde con il sempre più prepotente senso della fine, l’ardore giovanile è ancora più remoto e ormai sono i limiti e le difficoltà a misurare quali siano le proprie possibilità in un mondo che cambia sempre più rapidamente.
Quello che unisce McMurtry e Easwood (probabilmente il regista e lo sceneggiatore David Webb Peoples devono più di qualcosa alla scrittore) è questa straordinaria lucidità, il coraggio, ancora una volta, di guardare e rappresentare il declino e la fine di una delle epopee più celebrate in America. D’altra parte non è forse vero che il sole tramonta a Ovest?
Ma cosa rende speciale il libro di McMurtry, a fronte di una tradizione – quella americana – già ricchissima di storie e adattamenti western? Soprattutto quando, nello stesso anno, usciva uno dei grandi capolavori del tardo Novecento, quello straordinario “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy che ne condivideva proprio l'ambientazione? La fortuna di “Lonesome Dove” sta proprio nel non percorrere la stessa strada visionaria e metafisica di McCarthy (dove non avrebbe mai potuto competere), ma costruire una storia di vivida concretezza, fortemente realistica e genuinamente drammatica. I protagonisti del libro di McMurtry sono due celebri ex-ranger texani, ormai convertiti al commercio di bestiame: Augustus McCrae e Woodrow Call. Non fanno altro che lavorare e ammazzare il tempo come possono: non c’è più guerra civile, non ci sono più indiani pericolosi o banditi messicani; le preoccupazioni più grandi sono il comportamento dei maiali o il passaggio di qualche serpente. Il grande mito del West è ormai alle spalle. Eppure la quiete dei due protagonisti viene improvvisamente spezzata da un loro vecchio ex-collega, Jake Spoon, che li invita in modo convincente a spostarsi nelle lussureggianti praterie del Montana, dopo aver radunato una mandria di bovini, per costituire il primo ranch oltre lo Yellowstone. Questa sarà la loro avventura epica attraverso le Grandi Pianure, che coinvolgerà moltissimi personaggi diversi tra loro: vecchi e giovani cowboy, cacciatori, indiani, giocatori d’azzardo e un folto gruppo di prostitute, ognuno con le proprie storie, il proprio passato e le proprie speranze.
L’intelligenza dell’autore, il suo successo è proprio qui: non fermarsi alla fonte dell’epopea western per servirsene e celebrarla, quanto cogliere la forza del genere al suo apice per raccontare, coraggiosamente, la fine di un’epoca. In fondo è ciò che rende unica un’altra opera – questa volta cinematografica – come “Gli spietati” (1992) di Clint Eastwood: la frontiera è un ricordo, la nostalgia si confonde con il sempre più prepotente senso della fine, l’ardore giovanile è ancora più remoto e ormai sono i limiti e le difficoltà a misurare quali siano le proprie possibilità in un mondo che cambia sempre più rapidamente.
Quello che unisce McMurtry e Easwood (probabilmente il regista e lo sceneggiatore David Webb Peoples devono più di qualcosa alla scrittore) è questa straordinaria lucidità, il coraggio, ancora una volta, di guardare e rappresentare il declino e la fine di una delle epopee più celebrate in America. D’altra parte non è forse vero che il sole tramonta a Ovest?
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