Libertà e rigore La grande lezione di Nereide Rudas
Daniela Paba
A Cagliari l’omaggio all’antropologa a un anno dalla morte Il ruolo delle donne in una terra segnata da forti contraddizioni
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CAGLIARI. Non fiori recisi chiedeva, sulla sua tomba, nei versi di “Casa finale”. Ma solo parole. E con parole di riconoscenza, omaggio, nostalgia l’hanno ricordata, durante la giornata di studi a lei dedicata: “Nereide Rudas che parlò con voce di donna”, nell’aula magna del Rettorato, a un anno esatto dalla morte.
Giornata intensa, tesa a ridare contorno all’assenza ingombrante di una donna che sempre ha coniugato la professione di psichiatra e accademica al ruolo d’intellettuale attiva. E se la mattina restituisce la donna luminosa, ricca di intuizioni, madre simbolica, scomoda e imprescindibile, per studi di genere, studi sociali, diritto forense; la sera ha riportato, nel ricordo degli amici suoi più intimi, delle “Mille anime di Nereide”, quella più intima e crepuscolare, incline alla malinconia, capace di scrivere poesie, milonghe per il bandito Salvatore Stocchino, di tradurre Borges.
Nereide Rudas non si considerava femminista, ha puntualizzato Annalisa Cao Diaz: «Era semmai una donna emancipata e autorevole, che guardava avanti». Ma, come ha ricordato Susi Ronchi introducendo il convegno, Rudas ha studiato la violenza di genere in “Donne morte senza riposo”, uno dei suoi ultimi saggi, scritto insieme a Sabrina Perra e Giuseppe Puggioni. E lì, consapevole dell’importanza simbolica del linguaggio, ha proposto di sostituire la parola “feminicidio”, mutuata velocemente dall’inglese, con “muliericidio”, perché se il primo termine porta con sé, nell’accezione italiana, il disvalore della “femmina” sessualizzata, il secondo restituisce dignità al ruolo della donna in un contesto familiare e di coppia nel quale si scatena la violenza più antica. «Se la Rudas non è riuscita a imporre il vocabolo – ha aggiunto Ronchi – ha comunque indicato la strada per comprendere il vissuto di «donne rese visibili solo per la loro tragica vicenda, bruciate dalla morte prima di avere davvero vissuto. Perciò non trovano riposo. Ma questo non dovrebbe essere concesso neanche a noi…Per risarcirle, almeno simbolicamente, bisogna fare loro una promessa… di operare insieme perché quello che hanno sofferto non riaccada».
Nereide Rudas studiosa di antropologia è attenta al tema dell’origine, indaga il sentimento di appartenenza – più volte è stata citata dai relatori la raccolta di saggi “L’isola dei coralli” – e il sentimento contraddittorio dell'isola-madre di un popolo omologato, che però nutre profondi sentimenti identitari. L’esempio della Rudas psichiatra forense resta fondamentale nell’immaginario delle avvocate e magistrate, così come l’invito a «uscire dagli stereotipi e farci testimoni del nostro agire perché la realtà diventi più plurale», ha detto Maria Giovanna Piano. «Abbiamo mitizzato il matriarcato – ha ricordato Rita Dedola – ma il bandito buono ha una madre che instilla in lui il desiderio di vendetta». E mentre ancora negli anni Ottanta le donne erano considerate non adatte ad affrontare materie penali perché «troppo impressionabili e incapaci di obiettività», come ha ricordato Cristina Ornano, sono passati «trent'anni in cui abbiamo dovuto lavorare il doppio dei nostri colleghi meno preparati», ma resta ancora da costruire un modello culturale in cui le donne siano protagoniste, se è vero che il gap tra le parcelle degli avvocati uomini e donne è del 47%, su 18.000 docenti universitari le donne sono solo 2800, su 87 rettori, solo due. Crollano, davanti al metodo della verità processuale, delle sentenze scritte con voce di donna, i miti del banditismo buono, dei sardi che rispettano le donne e amano la loro terra. Crollano come miti di una società androcentrica, perché ci dicono che sequestri e abigeato non sono dettati da bisogno, se i banditi sono sempre proprietari benestanti, gli ostaggi sono sottoposti a violenza bruta e il profilo dei valori resta quello della sopraffazione del più debole. «Quanto ai maltrattamenti inflitti alla nostra terra – ha aggiunto Ornano – basta pensare ai veleni che inquinano l’isola e al mito del mattone che ha sempre osteggiato i tentativi di tutela nei paesi e sulle coste.
Tra una milonga di Jorge Cardoso e un montaggio di foto ricordo, il pomeriggio trascorre sull’onda dei ricordi di tanti amici e collaboratori. Che hanno dato un taglio affettivo agli interventi, perché Nereide Rudas era donna affettiva, una maestra di libertà per tutti i suoi allievi, capace di parlare all’anima di chi l’ascoltava.
Giornata intensa, tesa a ridare contorno all’assenza ingombrante di una donna che sempre ha coniugato la professione di psichiatra e accademica al ruolo d’intellettuale attiva. E se la mattina restituisce la donna luminosa, ricca di intuizioni, madre simbolica, scomoda e imprescindibile, per studi di genere, studi sociali, diritto forense; la sera ha riportato, nel ricordo degli amici suoi più intimi, delle “Mille anime di Nereide”, quella più intima e crepuscolare, incline alla malinconia, capace di scrivere poesie, milonghe per il bandito Salvatore Stocchino, di tradurre Borges.
Nereide Rudas non si considerava femminista, ha puntualizzato Annalisa Cao Diaz: «Era semmai una donna emancipata e autorevole, che guardava avanti». Ma, come ha ricordato Susi Ronchi introducendo il convegno, Rudas ha studiato la violenza di genere in “Donne morte senza riposo”, uno dei suoi ultimi saggi, scritto insieme a Sabrina Perra e Giuseppe Puggioni. E lì, consapevole dell’importanza simbolica del linguaggio, ha proposto di sostituire la parola “feminicidio”, mutuata velocemente dall’inglese, con “muliericidio”, perché se il primo termine porta con sé, nell’accezione italiana, il disvalore della “femmina” sessualizzata, il secondo restituisce dignità al ruolo della donna in un contesto familiare e di coppia nel quale si scatena la violenza più antica. «Se la Rudas non è riuscita a imporre il vocabolo – ha aggiunto Ronchi – ha comunque indicato la strada per comprendere il vissuto di «donne rese visibili solo per la loro tragica vicenda, bruciate dalla morte prima di avere davvero vissuto. Perciò non trovano riposo. Ma questo non dovrebbe essere concesso neanche a noi…Per risarcirle, almeno simbolicamente, bisogna fare loro una promessa… di operare insieme perché quello che hanno sofferto non riaccada».
Nereide Rudas studiosa di antropologia è attenta al tema dell’origine, indaga il sentimento di appartenenza – più volte è stata citata dai relatori la raccolta di saggi “L’isola dei coralli” – e il sentimento contraddittorio dell'isola-madre di un popolo omologato, che però nutre profondi sentimenti identitari. L’esempio della Rudas psichiatra forense resta fondamentale nell’immaginario delle avvocate e magistrate, così come l’invito a «uscire dagli stereotipi e farci testimoni del nostro agire perché la realtà diventi più plurale», ha detto Maria Giovanna Piano. «Abbiamo mitizzato il matriarcato – ha ricordato Rita Dedola – ma il bandito buono ha una madre che instilla in lui il desiderio di vendetta». E mentre ancora negli anni Ottanta le donne erano considerate non adatte ad affrontare materie penali perché «troppo impressionabili e incapaci di obiettività», come ha ricordato Cristina Ornano, sono passati «trent'anni in cui abbiamo dovuto lavorare il doppio dei nostri colleghi meno preparati», ma resta ancora da costruire un modello culturale in cui le donne siano protagoniste, se è vero che il gap tra le parcelle degli avvocati uomini e donne è del 47%, su 18.000 docenti universitari le donne sono solo 2800, su 87 rettori, solo due. Crollano, davanti al metodo della verità processuale, delle sentenze scritte con voce di donna, i miti del banditismo buono, dei sardi che rispettano le donne e amano la loro terra. Crollano come miti di una società androcentrica, perché ci dicono che sequestri e abigeato non sono dettati da bisogno, se i banditi sono sempre proprietari benestanti, gli ostaggi sono sottoposti a violenza bruta e il profilo dei valori resta quello della sopraffazione del più debole. «Quanto ai maltrattamenti inflitti alla nostra terra – ha aggiunto Ornano – basta pensare ai veleni che inquinano l’isola e al mito del mattone che ha sempre osteggiato i tentativi di tutela nei paesi e sulle coste.
Tra una milonga di Jorge Cardoso e un montaggio di foto ricordo, il pomeriggio trascorre sull’onda dei ricordi di tanti amici e collaboratori. Che hanno dato un taglio affettivo agli interventi, perché Nereide Rudas era donna affettiva, una maestra di libertà per tutti i suoi allievi, capace di parlare all’anima di chi l’ascoltava.
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