L’Orso d’oro a “Touch me not” Bispuri esclusa
di Fabio Canessa
Vince il film diretto dalla regista romena Adina Pintilie Per “Figlia mia”, girato a Cabras, nessuna statuetta
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SASSARI. L’Orso d’oro va in Romania. Nessun premio per “Figlia mia” di Laura Bispuri, l’unico italiano in concorso comunque apprezzato dalla stampa internazionale. La giuria composta da Tom Tykwer (come presidente), Cécile de France, Chema Prado, Adele Romanski, Ryiichi Sakamoto e Stephanie Zacharek ha scelto di premiare come miglior film della sessantottesima edizione della Berlinale “Touch me not” di Adina Pintilie, al suo esordio in un lungometraggio. Seconda volta per un film rumeno nella storia del festival del tedesco, ma a soli cinque anni (a testimoniare la vitalità della cinematografia di questo Paese) dalla precedente occasione quando conquistò il riconoscimento più ambito “Il caso Kerenes” di Calin Peter Netzer.
Sul secondo gradino del podio, se così per comodità può essere indicato il vincitore del Gran premio della giuria, “Twarz” della polacca Malgorzata Szumowska. Due registe ed entrambe proveniente dall’Europa orientale, questa la cosa che prima delle altre cattura l’attenzione. E sempre a una donna e verso Est va anche il riconoscimento per il miglior contributo artistico: a Elena Okopnaya, costume designer che ha lavorato per “Dovlatov” del russo Aleksey German Jr. (dato tra i favoriti per l’Orso d’oro alla vigilia della premiazione). Non può che tornare soddisfatto a casa anche il paraguaiano Marcelo Martinessi che con la sua opera prima, “Las herederas”, vince il Premio Alfred Bauer. Il suo film, inoltre, regala alla protagonista Ana Brun la gioia dell’Orso d’argento come miglior attrice di questa edizione del festival. Quello per l’interpretazione maschile più apprezzata va invece al giovane francese Anthony Bajon diretto da Cédric Kahn in “La prière”.
A completare il palmares della Berlinale 2018 il riconoscimento alla sceneggiatura andato ai messicani Manuel Alcalá e Alonso Ruizpalacios per “Museo” e quello come miglior regista finito tra le mani di Wes Anderson (anche se sul palco a ritirarlo è salito l’attore Bill Murray) per il nuovo lavoro d’animazione “Isle of dogs”.
Insomma poca America e pochi film in lingua inglese rispetto a quello che per esempio accade sempre più spesso alla Mostra di Venezia. Meno glamour e più spazio alle cinematografie emergenti sembra il messaggio del festival di Berlino. Con un’attenzione alle donne dietro la macchina da presa e alle opere prime o seconde (il caso di Laura Bispuri con “Figlia mia”), anche quando arrivano da realtà periferiche rispetto ai Paesi simbolo delle grandi produzioni. Quello che in fondo ci si aspetta da questi storici concorsi internazionali, intercettare le nuove tendenze e portare alla ribalta film che hanno qualcosa da dire al di là del riscontro commerciale.
Sul secondo gradino del podio, se così per comodità può essere indicato il vincitore del Gran premio della giuria, “Twarz” della polacca Malgorzata Szumowska. Due registe ed entrambe proveniente dall’Europa orientale, questa la cosa che prima delle altre cattura l’attenzione. E sempre a una donna e verso Est va anche il riconoscimento per il miglior contributo artistico: a Elena Okopnaya, costume designer che ha lavorato per “Dovlatov” del russo Aleksey German Jr. (dato tra i favoriti per l’Orso d’oro alla vigilia della premiazione). Non può che tornare soddisfatto a casa anche il paraguaiano Marcelo Martinessi che con la sua opera prima, “Las herederas”, vince il Premio Alfred Bauer. Il suo film, inoltre, regala alla protagonista Ana Brun la gioia dell’Orso d’argento come miglior attrice di questa edizione del festival. Quello per l’interpretazione maschile più apprezzata va invece al giovane francese Anthony Bajon diretto da Cédric Kahn in “La prière”.
A completare il palmares della Berlinale 2018 il riconoscimento alla sceneggiatura andato ai messicani Manuel Alcalá e Alonso Ruizpalacios per “Museo” e quello come miglior regista finito tra le mani di Wes Anderson (anche se sul palco a ritirarlo è salito l’attore Bill Murray) per il nuovo lavoro d’animazione “Isle of dogs”.
Insomma poca America e pochi film in lingua inglese rispetto a quello che per esempio accade sempre più spesso alla Mostra di Venezia. Meno glamour e più spazio alle cinematografie emergenti sembra il messaggio del festival di Berlino. Con un’attenzione alle donne dietro la macchina da presa e alle opere prime o seconde (il caso di Laura Bispuri con “Figlia mia”), anche quando arrivano da realtà periferiche rispetto ai Paesi simbolo delle grandi produzioni. Quello che in fondo ci si aspetta da questi storici concorsi internazionali, intercettare le nuove tendenze e portare alla ribalta film che hanno qualcosa da dire al di là del riscontro commerciale.
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