La Nuova Sardegna

L’economia dei lavoretti che ci rende tutti più poveri

di Giuseppe Mussi
L’economia dei lavoretti che ci rende tutti più poveri

Un saggio inchiesta dell’inviato di Repubblica su come funziona la sharing economy Dietro i fumi ideologici la realtà di un sistema che genera ricchezza solo per pochi

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Riccardo Staglianò, inviato della Repubblica, autore di importanti inchieste e reportage sul Venerdì, dà seguito, a due anni di distanza, al volume “Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro” con un nuovo libro sui problemi dell’occupazione del nostro presente. Lo fa con “Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” (Einaudi, pp. 232, 18 euro), dove il giornalista riflette con ordine sulla natura dell’economia attuale e sulle conseguenti condizioni socio-economiche da essa derivate, alternando analisi di esempi concreti di nuovi lavori (Uber, Airbnb, Piattaforme, App & Startup) a una più lunga indagine sulle tre grandi crisi – 1979, 2000 e 2008 – che hanno determinato la situazione in cui viviamo.

L’autore è categorico: il suo libro è un’aperta denuncia di quella che ritiene anzitutto «una pericolosa impostura linguistica: si prova a far credere che sharing economy si traduca davvero con “economia della condivisione”, con tutto il bene che ne deriverebbe. Un nuovo capitalismo, quello delle piattaforme, tanto generoso e altruista quanto il vecchio, che abbiamo conosciuto fino a oggi, era spietato ed egoista». Apparentemente infatti, secondo la percezione comune, questa nuova maschera dell’economia sembra presentare solo vantaggi: «Economicamente efficiente. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta». A dispetto delle definizioni Staglianò sostiene che «più che condividere, la gig economy – cominciamo a chiamare le cose per qual che sono: economia dei lavoretti – concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole». Cambiando la prospettiva in effetti si scopre, dietro queste seducenti possibilità di guadagno (e sarebbe più corretto parlare di piccoli introiti per arrotondare), una sorta di «modalità neofeudale». Il giornalista non manca di svolgere la sua indagine fino in fondo, senza omettere nomi e cognomi. L’esempio di Uber è sventuratamente perfetto: «Il vassallo Travis Kalanick in un lustro passa da zero a sette miliardi di ricchezza personale mentre sempre più autisti di Uber, dopo l’ennesima decurtazione delle tariffe, dormono nei parcheggi zona aeroporto di San Francisco per essere i primi ad aggiudicarsi le corse buone. Come in ogni casinò che si rispetti, il banco vince sempre».

L’autore, in chiusura del volume, dopo la feroce analisi ai fenomeni di «economia dei lavoretti» e delle causali o consequenziali crisi economiche, offre alcuni spunti sulle possibili vie d’uscita da questa tendenza, sempre più diffusa, di intendere o percepire il «nuovo» lavoro: il problema da risolvere non è solo la terribile e sempre più improbabile opportunità di una qualsiasi redistribuzione della ricchezza; in ballo ci sono i diritti, la tutela e il futuro dei lavoratori 2.0. Significativo ad esempio lo strappo che la conservatrice e primo ministro britannico Theresa May ha espresso rispetto al culto thatcheriano del suo partito proprio sulla «gig economy»: dopo aver rilevato i vantaggi che essa crea per milioni di persone non ha mancato di segnalare che questa classe di lavoratori «sono ufficialmente classificati come autonomi e perciò hanno meno diritti pensionistici, un accesso ridotto alle indennità e non hanno diritto né alla malattia né ai festivi». May è una conservatrice, ma il Regno Unito è anche la patria del Welfare. E in Italia? La successione dei governi non ha permesso che si prendesse una decisione sulle condizioni di tutela dei lavoratori della gig economy, né soprattutto – altra questione fondamentale trattata da Staglianò – sulla tassazione delle multinazionali digitali. Non manca, infine, una disamina sui chimerici redditi base. Un libro da leggere con attenzione.

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