Mirco Mencacci, l’arte di “disegnare” i rumori
di Fabio Canessa
Il celebre tecnico del suono ospite dell’Accademia di Belle Arti a Sassari
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Il suono come linguaggio espressivo, mezzo ancora poco esplorato ma in grado di raccontare molto più di quanto si pensi. Chiedere a Mirco Mencacci che attraverso l’udito ha sviluppato una propria poetica fatta di ricerca, registrazione e utilizzo di suoni. «Parto sempre da quelli naturali perché secondo me arrivano più in profondità, ma le possibilità sono sconfinate», sottolinea Mencacci che nei giorni scorsi è stato a Sassari ospite dell’Accademia di Belle Arti per una masterclass coordinata da Lorenzo Hendel. Sound designer, per limitarsi a una definizione del suo lavoro che tocca tanti aspetti. Filosofo del suono per spiegare meglio il suo percorso, che parte da una disgrazia. Nato nel 1961 a Pontedera, a quattro anni perde la vista a causa di un colpo di fucile da caccia partito accidentalmente mentre si trova con la sorella di poco più grande. «L’incidente mi ha portato a usare meglio l’udito, un senso che spesso viene sottovalutato».
Un senso poco conosciuto. Qual è il senso che usiamo di più? Facile pensare alla vista. «Ma invece – spiega Mencacci – è l’udito. Si sviluppa prima, già nel grembo materno, e lo usiamo tantissimo anche senza rendercene conto. Il suono ci arriva a 360 gradi, se lo vogliono o no, e più velocemente di un’informazione visiva».
Per Mirco Mencacci l’udito ha preso il posto della vista, tanto da finire con l'elaborare quella che viene definita ecolocalizzazione. «L’emissone di un suono colpisce quello che c’è intorno e tornando indietro ti dà la distanza, un’idea dei materiali. Quello che usano i pipistrelli per muoversi, come un radar. Loro lo fanno su frequenze molto raffinate, che non sentiamo, ultrasuoni. Noi siamo in ambito di frequenze molto più basse, però a me ha permesso di andare in bici nel mio paese senza avere mai un minimo incidente. Una cosa che ho sviluppato in modo naturale e che teorizzato dopo».
Il suono nel cinema. Mirco Mencacci arriva al cinema dopo un percorso iniziato con la musica. Nel suo studio di registrazione, a Lari in provincia di Pisa, sono passati grandi cantanti e musicisti. Da Ornella Vanoni a Tony Scott, da Nada a Paolo Fresu. «Da tanto che non incontro Paolo, ma ho dei bei ricordi con lui, legati in particolare a Siena Jazz. È davvero bravissimo» racconta Mencacci. Intorno a metà degli anni Novanta, le prime esperienze al montaggio sonoro di produzioni cinematografiche e televisive. «In pratica mi trovavo a lavorare a quello che si può definire un restauro del suono. Mi sono reso conto che in Italia c’è un problema culturale, una scarsa attenzione a un aspetto invece molto importante. Per esempio il fonico viene spesso chiamato pochi giorni prima delle riprese, non gli si fa leggere la sceneggiatura, deve semplicemente accodarsi al direttore della fotografia».
Antonioni e il silenzio. Da queste considerazioni parte il percorso di sperimentazione di Mencacci che prevede tra le altre cose la registrazione del suono con un sistema di più microfoni. Passaggio fondamentale il lavoro fatto per “Lo sguardo di Michelangelo” di Antonioni. «Un film, girato muto, dove lui incontrava la statua del Mosè di Michelangelo, restaurata. Mi sono chiesto come rappresentare quel momento di raccoglimento e ho pensato che forse il silenzio era la cosa più potente. Ma come si fa a raccontare il silenzio? Ho chiesto di rimanere solo in questa chiesa per ascoltarlo e mi sono accorto che non era un vero silenzio. C’erano i rumori da fuori e quelli piccoli dell’ambiente, come lo scricchiolio delle panche. Ho registrato per tante ore e in studio sono venute fuori oltre sessante tracce di suoni diversi».
I film con Ancarani. Tra le collaborazioni cinematografiche più importanti di Mencacci c’è quella con Yuri Ancarani, regista-artista tra i più interessanti della scena contemporanea. Di molti suoi lavori ha curato il sound design. Compreso il documentario “The Challenge”, premio speciale giuria del Festival del Cinema di Locarno 2016, girato in Qatar. «Eravamo a quaranta chilometri dal punto abitato più vicino, nel bel mezzo del deserto. La notte ero convinto di poter registrare il silenzio, quello vero, e invece niente. Si sentiva un rombo in sottofondo, quello dell’estrazione del petrolio dai pozzi. Insomma, non ho trovato il silenzio però è stata un’esperienza molto interessante per tanti aspetti. Sono entrato in contatto con una cultura molto diversa e il suono racconta tanto di una cultura. E poi il luogo offriva diverse possibilità, cose anche inedite per me, suoni particolari. Come i il vento contro le dune e sulle tende che ho registrato».
Un luogo magico. Il posto che però Mencacci ricorda con più piacere, come il più straordinario che ha visitato per catturare dei suoni, è l’isola di Stromboli. Per “Fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti. «Pensando a un luogo che non si fosse abituati ad ascoltare, perché stai descrivendo Marte e nessuno sa che suono c’è là sopra, mi è venuta l’idea di andare su un vulcano. Siamo saliti sullo Stromboli, con trenta chili di roba sulle spalle, e si è rivelato un luogo perfetto. La cenere che rende il terreno assorbente, i geyser che uscivano da sette bocche, il movimento continuo di gas e poi ogni tanto delle esplosioni, creavano una dimensione strana. Un luogo ovattato pieno di questa vita, energia, violenza. Ti senti niente davanti a una natura così potente». Tra i posti ancora da visitare alla caccia di nuovi suoni, anche l’idea di venire in Sardegna con un obiettivo particolare: «Sto cercando una pineta lontana dai rumori dell’uomo».
Un senso poco conosciuto. Qual è il senso che usiamo di più? Facile pensare alla vista. «Ma invece – spiega Mencacci – è l’udito. Si sviluppa prima, già nel grembo materno, e lo usiamo tantissimo anche senza rendercene conto. Il suono ci arriva a 360 gradi, se lo vogliono o no, e più velocemente di un’informazione visiva».
Per Mirco Mencacci l’udito ha preso il posto della vista, tanto da finire con l'elaborare quella che viene definita ecolocalizzazione. «L’emissone di un suono colpisce quello che c’è intorno e tornando indietro ti dà la distanza, un’idea dei materiali. Quello che usano i pipistrelli per muoversi, come un radar. Loro lo fanno su frequenze molto raffinate, che non sentiamo, ultrasuoni. Noi siamo in ambito di frequenze molto più basse, però a me ha permesso di andare in bici nel mio paese senza avere mai un minimo incidente. Una cosa che ho sviluppato in modo naturale e che teorizzato dopo».
Il suono nel cinema. Mirco Mencacci arriva al cinema dopo un percorso iniziato con la musica. Nel suo studio di registrazione, a Lari in provincia di Pisa, sono passati grandi cantanti e musicisti. Da Ornella Vanoni a Tony Scott, da Nada a Paolo Fresu. «Da tanto che non incontro Paolo, ma ho dei bei ricordi con lui, legati in particolare a Siena Jazz. È davvero bravissimo» racconta Mencacci. Intorno a metà degli anni Novanta, le prime esperienze al montaggio sonoro di produzioni cinematografiche e televisive. «In pratica mi trovavo a lavorare a quello che si può definire un restauro del suono. Mi sono reso conto che in Italia c’è un problema culturale, una scarsa attenzione a un aspetto invece molto importante. Per esempio il fonico viene spesso chiamato pochi giorni prima delle riprese, non gli si fa leggere la sceneggiatura, deve semplicemente accodarsi al direttore della fotografia».
Antonioni e il silenzio. Da queste considerazioni parte il percorso di sperimentazione di Mencacci che prevede tra le altre cose la registrazione del suono con un sistema di più microfoni. Passaggio fondamentale il lavoro fatto per “Lo sguardo di Michelangelo” di Antonioni. «Un film, girato muto, dove lui incontrava la statua del Mosè di Michelangelo, restaurata. Mi sono chiesto come rappresentare quel momento di raccoglimento e ho pensato che forse il silenzio era la cosa più potente. Ma come si fa a raccontare il silenzio? Ho chiesto di rimanere solo in questa chiesa per ascoltarlo e mi sono accorto che non era un vero silenzio. C’erano i rumori da fuori e quelli piccoli dell’ambiente, come lo scricchiolio delle panche. Ho registrato per tante ore e in studio sono venute fuori oltre sessante tracce di suoni diversi».
I film con Ancarani. Tra le collaborazioni cinematografiche più importanti di Mencacci c’è quella con Yuri Ancarani, regista-artista tra i più interessanti della scena contemporanea. Di molti suoi lavori ha curato il sound design. Compreso il documentario “The Challenge”, premio speciale giuria del Festival del Cinema di Locarno 2016, girato in Qatar. «Eravamo a quaranta chilometri dal punto abitato più vicino, nel bel mezzo del deserto. La notte ero convinto di poter registrare il silenzio, quello vero, e invece niente. Si sentiva un rombo in sottofondo, quello dell’estrazione del petrolio dai pozzi. Insomma, non ho trovato il silenzio però è stata un’esperienza molto interessante per tanti aspetti. Sono entrato in contatto con una cultura molto diversa e il suono racconta tanto di una cultura. E poi il luogo offriva diverse possibilità, cose anche inedite per me, suoni particolari. Come i il vento contro le dune e sulle tende che ho registrato».
Un luogo magico. Il posto che però Mencacci ricorda con più piacere, come il più straordinario che ha visitato per catturare dei suoni, è l’isola di Stromboli. Per “Fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti. «Pensando a un luogo che non si fosse abituati ad ascoltare, perché stai descrivendo Marte e nessuno sa che suono c’è là sopra, mi è venuta l’idea di andare su un vulcano. Siamo saliti sullo Stromboli, con trenta chili di roba sulle spalle, e si è rivelato un luogo perfetto. La cenere che rende il terreno assorbente, i geyser che uscivano da sette bocche, il movimento continuo di gas e poi ogni tanto delle esplosioni, creavano una dimensione strana. Un luogo ovattato pieno di questa vita, energia, violenza. Ti senti niente davanti a una natura così potente». Tra i posti ancora da visitare alla caccia di nuovi suoni, anche l’idea di venire in Sardegna con un obiettivo particolare: «Sto cercando una pineta lontana dai rumori dell’uomo».
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