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Claude Debussy e il magico canto delle Sirene

Rintoccano ora i 100 anni della morte: c’è stato, nell’Ottocento, un compositore che più di Claude Debussy abbia saputo nutrirsi di poesia e pittura, restituendoci poi, sullo spartito, le equivalenze...

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Rintoccano ora i 100 anni della morte: c’è stato, nell’Ottocento, un compositore che più di Claude Debussy abbia saputo nutrirsi di poesia e pittura, restituendoci poi, sullo spartito, le equivalenze sonore di quelle ardite sinestesie tra le due arti? Mi viene subito da pensare alle “Feste galanti” (1869) di Paul Verlaine, suo grande amico: il quale, in quest’opera, si richiama evidentemente a Jean-Antoine Watteau. Ispirandosi a un componimento di Verlaine tratto da questa raccolta e intitolato “Clair de lune”, Debussy congeda nel 1905, con lo stesso titolo, il terzo movimento della “Suite bergamasque”, una delle più belle per solo pianoforte. Ma pensate ai “Nocturnes”, composti tra il 1897 e il 1899, in particolare al terzo, “Sirènes”, là dove un coro femminile, fortemente evocativo, attraverso vocalizzazioni senza testo, ci consegna alla seduzione d’un canto di sirene, la stessa seduzione del mare se si vuole, il canto che – i possiamo scommettere –, unico tra gli uomini, ascoltò proprio Ulisse. E ci viene in mente la Capri dove le Sirene andavano a morire: la Capri dell’imperatore Tiberio, sirenologo, quella del bellissimo “La terra delle sirene” (1911) di Norman Douglas. E l’altra, di miraggi e meriggi, d’un intenso scritto di Savinio del 1926.

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