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Inaugurato il maxi-dipinto di Antonio Marras a Milano

Angiola Bellu
Inaugurato il maxi-dipinto di Antonio Marras a Milano

Un’opera di 600 metri quadrati sulla facciata del Teatro Lirico in via Larga. Lo stilista: «Un lavoro dedicato a Gaber, dialogo tra i cantieri in corso e la città»

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MILANO. Da ieri Milano, nella sua centralissima via Larga, ha una nuova installazione artistica a scala urbana: “Com’è bella la città” è una monumentale opera di Antonio Marras che riveste, per quasi 600 metri quadri, i ponteggi della facciata del Teatro Lirico chiuso da quasi vent’anni e al centro di un progetto di riqualificazione che tarda a vedere la luce. Grazie alla Fondazione Dioguardi, la cui missione è quella di promuovere attività culturali attraverso le imprese e con le imprese, e al sostegno del Comune di Milano e di A2a – società di produzione e distribuzione di energia elettrica – la città godrà di questo “momento” artistico fino al 30 giugno del 2018. L’opera è aerea ed insieme imponente: la mano dello stilista algherese si vede nel soggetto sognante, nei colori, nei disegni e negli strati di tessuti e di stoffe che rendono vivi i tre personaggi teatrali burleschi che paiono affacciarsi alla città da una ribalta teatrale. L’omaggio è a Giorgio Gaber a cui verrà intitolato il teatro. Ancora una volta Marras si misura con un progetto artistico che include e trascende le sue creazioni di moda. Gli abbiamo chiesto come si sia posto nei confronti di questa nuova sfida. «Con l’incoscienza che mi contraddistingue – ci ha risposto –. E’ un progetto che mi è stato proposto un anno fa e ho pensato che fosse folle e sicuramente irrealizzabile. La Fondazione Dioguardi propone da decenni una diversa concezione di cantiere: il “Cantierevento”, appunto, in cui si inserisce la sua opera».

Come funziona?

«Francesco Maggiore, Presidente della Fondazione Dioguardi è anche il curatore di questa iniziativa che si chiama “Cantiere evento” che da oltre 20 anni, in Francia, fa dialogare gli edifici in ristrutturazione con la città. Quindi quella famosa frase “stiamo lavorando per voi”, è la chiave del dialogo tra lavori in corso e la città. Di solito questi lavori penalizzano, ingombrano, interrompono, delimitano e limitano, impedendo accessi e la fluidità, invece come non mai questa iniziativa coinvolge e non impedisce».

Questa è un’iniziativa che segue la sua sfilata del 2017 in questo teatro-cantiere. Come ha gestito questa tela di 600 metri quadri?

«Una tela bianca è come un foglio vuoto; è stato facile riempirla e pasticciarla con le mie cose. Ho pensato a queste tre figure come se si affacciassero su un palco. Il teatro verrà intitolato a Giorgio Gaber, nel quindicesimo anno della sua scomparsa. Poi ho pensato che Milano è una città che i Milanesi stanno ri-amando, che dialoga con quello che viene da fuori, che ha accolto noi meridionali negli anni ’50 e ancora oggi è una città aperta. Nel titolo della sua opera c’è l’omonima canzone di Giorgio Gaber, che nella sua ballata inneggiava sarcasticamente allo sviluppo frenetico delle città del nord che si riempivano di persone alla ricerca di una vita migliore; ma c’è forse anche un forte rimando allo città odierna che si specchia in un’opera che le appartiene».

Ce ne può parlare?

«La fondazione Gaber ha accettato che intitolassi così la mia opera. Gaber fotografava un momento storico importante, con la sua sottile malinconia. Oggi immagino e sento Milano come una città viva, piena di luce, veramente accogliente».

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