Mogol racconta Battisti Amicizia in musica e poesia
di Grazia Brundu
Al Comunale di Sassari il paroliere ha rivissuto la storia del loro incontro Le canzoni famose del duo storico interpretate dalla band “Pensieri e parole”
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SASSARI. Mogol ritorna stasera da dove era partito a gennaio con “Il mio mestiere è vivere la vita”, chiacchierata-concerto sul suo sodalizio artistico con l’indimenticabile Lucio Battisti, scomparso il 9 settembre di due decenni fa ad appena cinquantacinque anni.
A gennaio a Cagliari Mogol aveva fatto sold out: oggi ci riprova con un nuovo incontro, dalle 21 al Teatro Massimo. Intanto ieri è stato al Ten di Nuoro e sabato al Comunale di Sassari. Accompagnato dai musicisti di “Pensieri e parole”, che in Sardegna sono la tribute band ufficiale di Battisti e ne ripropongono in chiave rock i grandi successi: da “I giardini di marzo” a “Il tempo di morire”, da “Emozioni” a “Una donna per amico”, passando per “Il mio canto libero”, “Un’avventura” e molte altre ancora. A dire la verità, la data sassarese è stata ben lontana dal pienone cagliaritano: il Comunale era pieno solo per un terzo della platea, vuota la galleria. Avrebbe funzionato meglio un posto più piccolo. Per creare da subito un’atmosfera più intima e calorosa, raggiunta solo a metà serata, quando il pubblico finalmente si è scongelato lasciandosi andare a qualche coro liberatorio. Mogol, all’anagrafe Giulio Rapetti, ottantadue anni ad agosto, non si è comunque scomposto. Tranquillo e sorridente ha chiacchierato con il giornalista Giacomo Serreli, alzandosi ogni tanto dalla sua poltroncina per parlare direttamente al pubblico.
In un’ora e mezza ha ripercorso la sua carriera di paroliere iniziata negli anni Sessanta, non solo per Battisti ma anche per Mina, Celentano, Patty Pravo, Gianni Morandi, Riccardo Cocciante. Perfino, più tardi, per Andrea Parodi, per il quale, ha ricordato, «feci un adattamento in sardo, naturalmente aiutato da Andrea, di “The sound of silence” di Simon e Garfunkel, che intitolammo “Deo ti gheria Maria”».
Della sua amicizia con Lucio Battisti, durata fino al 1980 (quando la collaborazione finì per contrasti sui diritti d’autore) e raccontata nell’autobiografia del 2016 “Il mio mestiere è vivere la vita”, ha ricordato l’inizio – «Arrivò alla Ricordi presentato da una mia amica e mi fece ascoltare un paio di canzoni, che non mi piacquero particolarmente. Glielo dissi e lui rispose: “Hai ragione”. Mi conquistò con la sua umiltà» – e i grandi successi che fecero dei due la coppia d’oro del pop italiano.
Fu Mogol, tra l’altro, a convincere Battisti – contro il parere dei tanti, poco lungimiranti, che non avrebbero scommesso niente sulla sua voce – a cantare direttamente le sue canzoni. I primi singoli, infatti “Dolce di giorno” e “Per una lira” erano usciti in sordina nel ’66 come lato B dei 45 giri, rispettivamente, dei Dik Dik e dei Ribelli. Un azzardo vincente, come dimostrano le tante hit sfornate negli anni seguenti. I testi nascevano sempre «da qualcosa che avevo vissuto personalmente», ha ricordato Mogol. Ne “I giardini di marzo”, per esempio, «c’è tutta la mia vita». Mentre la musica di Battisti sgorgava da una sintesi originale «di ritmica anglosassone e melodie italiane e napoletane». L’aria naïf di Lucio poteva trarre in inganno: in realtà, lui «ascoltava la musica dei grandi per otto ore al giorno e la sezionava in profondità». I risultati? Perfino Pete Townshed degli Who, la prima volta che ascoltò “Emozioni”, gridò ai suoi collaboratori: «Venite a ascoltare questo capolavoro!».
A gennaio a Cagliari Mogol aveva fatto sold out: oggi ci riprova con un nuovo incontro, dalle 21 al Teatro Massimo. Intanto ieri è stato al Ten di Nuoro e sabato al Comunale di Sassari. Accompagnato dai musicisti di “Pensieri e parole”, che in Sardegna sono la tribute band ufficiale di Battisti e ne ripropongono in chiave rock i grandi successi: da “I giardini di marzo” a “Il tempo di morire”, da “Emozioni” a “Una donna per amico”, passando per “Il mio canto libero”, “Un’avventura” e molte altre ancora. A dire la verità, la data sassarese è stata ben lontana dal pienone cagliaritano: il Comunale era pieno solo per un terzo della platea, vuota la galleria. Avrebbe funzionato meglio un posto più piccolo. Per creare da subito un’atmosfera più intima e calorosa, raggiunta solo a metà serata, quando il pubblico finalmente si è scongelato lasciandosi andare a qualche coro liberatorio. Mogol, all’anagrafe Giulio Rapetti, ottantadue anni ad agosto, non si è comunque scomposto. Tranquillo e sorridente ha chiacchierato con il giornalista Giacomo Serreli, alzandosi ogni tanto dalla sua poltroncina per parlare direttamente al pubblico.
In un’ora e mezza ha ripercorso la sua carriera di paroliere iniziata negli anni Sessanta, non solo per Battisti ma anche per Mina, Celentano, Patty Pravo, Gianni Morandi, Riccardo Cocciante. Perfino, più tardi, per Andrea Parodi, per il quale, ha ricordato, «feci un adattamento in sardo, naturalmente aiutato da Andrea, di “The sound of silence” di Simon e Garfunkel, che intitolammo “Deo ti gheria Maria”».
Della sua amicizia con Lucio Battisti, durata fino al 1980 (quando la collaborazione finì per contrasti sui diritti d’autore) e raccontata nell’autobiografia del 2016 “Il mio mestiere è vivere la vita”, ha ricordato l’inizio – «Arrivò alla Ricordi presentato da una mia amica e mi fece ascoltare un paio di canzoni, che non mi piacquero particolarmente. Glielo dissi e lui rispose: “Hai ragione”. Mi conquistò con la sua umiltà» – e i grandi successi che fecero dei due la coppia d’oro del pop italiano.
Fu Mogol, tra l’altro, a convincere Battisti – contro il parere dei tanti, poco lungimiranti, che non avrebbero scommesso niente sulla sua voce – a cantare direttamente le sue canzoni. I primi singoli, infatti “Dolce di giorno” e “Per una lira” erano usciti in sordina nel ’66 come lato B dei 45 giri, rispettivamente, dei Dik Dik e dei Ribelli. Un azzardo vincente, come dimostrano le tante hit sfornate negli anni seguenti. I testi nascevano sempre «da qualcosa che avevo vissuto personalmente», ha ricordato Mogol. Ne “I giardini di marzo”, per esempio, «c’è tutta la mia vita». Mentre la musica di Battisti sgorgava da una sintesi originale «di ritmica anglosassone e melodie italiane e napoletane». L’aria naïf di Lucio poteva trarre in inganno: in realtà, lui «ascoltava la musica dei grandi per otto ore al giorno e la sezionava in profondità». I risultati? Perfino Pete Townshed degli Who, la prima volta che ascoltò “Emozioni”, gridò ai suoi collaboratori: «Venite a ascoltare questo capolavoro!».
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