CONCERTI ROCK
Doppio appuntamento coi Destrage
di Alessandro Marongiu
A Sassari e Cagliari gli alfieri del modern metal made in Italy
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SASSARI. «“A Means To No End” si conferma come l’ennesimo capolavoro di una band ormai eletta per acclamazione, data l’innata dote di far sembrare semplici le cose difficili e la bravura anche in sede live, come ideale portabandiera del modern metal made in Italy, e non solo»: la band di cui parla Riccardo Plata in una sua recensione uscita su Metalitalia.com si chiama Destrage, e in merito alla sua qualità dal vivo il pubblico isolano potrà farsi un’idea diretta tra domani e dopo, quando Paolo Colavolpe (voce), Gabriel Pignata (basso), Matteo Di Gioia e Ralph Salati (chitarre) e Federico Paulovich (batteria) suoneranno rispettivamente al The Hor di Sassari (apertura affidata a Voodoo Monster) e al Fabrik di Cagliari (apertura, qui, affidata ai The Blacktones).
Del resto, non si arriva a pubblicare con un’etichetta storica come la statunitense Metal Blade né ad aprire i concerti di grossi calibri come Protest The Hero e Meshuggah se, nel fin troppo affollato panorama metal, non si è capaci di distinguersi – e i Destrage, nei quattro dischi finora pubblicati, di personalità hanno dimostrato di averne perfino da vendere. La proposta dei milanesi trabocca estro e tecnica strumentale al punto da risultare spesso spiazzante (come nel passaggio “messicano” di “Are You Kidding Me? No.”), ma sa sempre risultare melodica e, a suo modo, accessibile. L’ultimo “A Means To No End” vede comunque il gruppo meno ansioso di stupire balzando da un genere all’altro e cambiando continuamente ritmo («Niente fuochi d’artificio. I giorni del circo sono finiti»), e più attento alla solidità delle composizioni.
Del resto, non si arriva a pubblicare con un’etichetta storica come la statunitense Metal Blade né ad aprire i concerti di grossi calibri come Protest The Hero e Meshuggah se, nel fin troppo affollato panorama metal, non si è capaci di distinguersi – e i Destrage, nei quattro dischi finora pubblicati, di personalità hanno dimostrato di averne perfino da vendere. La proposta dei milanesi trabocca estro e tecnica strumentale al punto da risultare spesso spiazzante (come nel passaggio “messicano” di “Are You Kidding Me? No.”), ma sa sempre risultare melodica e, a suo modo, accessibile. L’ultimo “A Means To No End” vede comunque il gruppo meno ansioso di stupire balzando da un genere all’altro e cambiando continuamente ritmo («Niente fuochi d’artificio. I giorni del circo sono finiti»), e più attento alla solidità delle composizioni.
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