La Nuova Sardegna

Bitti ritrova il poeta che ispirò i tenores “Remunnu ’e locu”

di Luciano Piras
Bitti ritrova il poeta che ispirò i tenores “Remunnu ’e locu”

Raccolti in un volume tutti i versi di Amico Cimino Una vita di tribolazioni, fino agli amori con Grazia Deledda

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Amico Cimino: un nome e un cognome che non hanno nulla a che fare con Bitti, all’apparenza. Eppure è proprio lui, Amico Cimino, il poeta ispiratore di molti canti che il tenore Remunnu ’e Locu ha portato in giro per il mondo. Già a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando Piero Sanna Pizero (oche), Tanielle Cossellu (mesu oche), Battore Pante (bassu) e Tancredi (contra) andavano per strade e guruttos di paese cantando «sa lilla, sa viola, su tziranu, chin fozas de amenta e mairana... ». Chi mai l’avrebbe detto che quei versi d’amore erano di Amico Cimino? Un nome e un cognome insoliti nel regno di Remunnu ’e Locu, poeta estemporaneo, lui, Raimondo Delogu, tziu Remunnu, che nel 1974 ha dato il patronimico allo storico gruppo di canto a tenore. Cimino, invece, è sempre rimasto ai margini, personaggio di indole inquieta come soltanto i poeti sanno essere, alle prese con molti guai con la Giustizia. Nato a Bitti il 15 settembre 1867 da madre di Porto Torres e padre di Sassari, «a casa parlava in italiano, in famiglia. Ma quando parlava in sardo era bittese schietto» ebbe modo di raccontare il figlio Gavino.

È una testimonianza emblematica che viene fuori dal libro “Amico Cimino. Il poeta che ispirò i tenores di Bitti Remunnu ’e Locu”, edizioni Letteratura alla macchia, a cura di Tanielle Cossellu e Natalino Piras. Un volume di 400 pagine che raccoglie l’opera omnia del poeta tra i poeti: Cimino fu amico di Sebastiano Satta, di Pasquale Dessanai, di mastru Predischedda, i cosiddetti “poeti de Su Connottu”, e altri ancora. Amato e vituperato, “pessimo soggetto”, visse una vita tribolata fino all’età di 67 anni, morì nel 1934 a Olbia, a casa del figlio Gavino (l’altro figlio, Artaldo, era emigrato in Australia), dopo aver passato alcuni anni a Nuoro per lavoro.

«L’importanza di Cimino come poeta e come persona – scrivono Cossellu e Piras – viene alla luce proprio da questo nostro lavoro che inizia con la digitalizzazione dei suoi manoscritti e diventa incessante ricerca, di messa a fuoco di cose già note, di scoperta di notizie oscure». Scritti inediti fotocopiati dagli originali, qualche pubblicazione (“Neulas” del 1890; “Bitti eroica” del 1920) e soprattutto una mole di testimonianze orali conservate da diverse famiglie. Vengono così a galla dechinas e ottavas, rimas e modellos, quasi tutte canzoni amorose. Fatte salve alcune satire e diverse lamentazioni funebri, attios, che Amico Cimino compose per conto di giovani donne rimaste vedovi a causa della guerra. È Lucia Preiata (nel suo “Attitatores e attitos. Pianto rituale in Sardegna”) a ricostruire questo particolare aspetto del poeta eclettico di Bitti. Che nei primi anni Novanta dell’Ottocento «si invaghì di Grazia Deledda, da lei assecondato in un primo momento ma in seguito respinto in modo sdegnoso. Sembra che lui l’abbia importunata esibendo una sua foto trafugata, vantandosi con un biglietto anonimo dove affermava che Grazia era innamorata di lui. La sua corte era tanto insistente da seccare Grazia, che sembra – racconta ancora Preiata – abbia fatto intervenire i suoi fratelli per calmarlo e si fosse ripromessa di vendicarsi». E la vendetta, in effetti, arrivò. Il futuro Premio Nobel definì Cimino, chiamandolo Fortunio nelle pagine autobiografiche di “Cosima”, come «figlio illegittimo della serva del cancelliere (...) e, si diceva, del cancelliere stesso, che non lo riconosceva ma se lo tirava appresso, lo manteneva, gli faceva fare il copista e gli permetteva di scrivere versi». «Era un ben piccolo e triste e meschino poeta, in tutto. Era zoppo... ».



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