La Nuova Sardegna

L’archivio musicale sardo in una piattaforma digitale

Grazia Brundu
I Tenores di Bitti
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I Tenores di Bitti

Tutto il lavoro di Pietro Sassu trasferito sul web dal figlio Simone e Michele Mossa. Settecento schede con tutti i documenti raccolti tra gli anni Sessanta e Ottanta

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SASSARI. Si prova un’emozione strana ad ascoltare le voci di uomini e donne sconosciuti, fissate su bobina da Pietro Sassu negli anni tra i Sessanta e gli Ottanta del secolo scorso. Per registrare quei canti, quelle musiche, quelle memorie collettive tramandate col passaparola, di generazione in generazione, l’etnomusicologo nato a Sassari nel 1939 e scomparso nel 2001 impiegò un tempo lungo. Curiosità, pazienza, chilometri macinati in giro per la Sardegna a raccogliere suoni non scritti, che senza di lui sarebbero evaporati con la memoria degli anziani.

Adesso quella ricchezza immateriale è alla portata di tutti. Ricercatori, studenti, semplici appassionati. Basta entrare, dalla piattaforma Hymnos, nel fondo intitolato allo studioso (hymnos-fondosassu.com) e cliccare sulle schede. Sono circa settecento, il risultato del lavoro di catalogazione dell’etnomusicologo Michele Mossa e del presidente degli Archivi Sassu, Simone Sassu, come il babbo Pietro musicista e ricercatore. Ad ogni clic corrisponde una musica, un canto, un ritmo di ballo di una zona della Sardegna. Gobbule, filugnane, anninìas, gosos, attitos, leggende a tematica religiosa, paesaggi sonori dell’Ardia ad altro ancora. «A ciascun documento sonoro – spiega Simone Sassu – è associata una scheda completa di tutte le informazioni disponibili: luogo e data di registrazione, genere, modalità esecutiva, argomento/occasione/funzione, lingua, nomi degli esecutori». Un report che in alcuni casi si spinge ad annotare tratti del carattere degli “informatori” intervistati. Una mole enorme di materiale, in parte, dice il presidente degli Archivi Sassu «pubblicata da mio padre, nei volumi “Musica Sarda” del 1973 e “Canti liturgici di tradizione orale” del 1985, o divulgata a scopo didattico o nel corso di convegni e conferenze»

Pietro Sassu era nato in una famiglia di musicisti («tra le registrazioni in archivio ce ne sono anche alcune di mio nonno Giuseppe che recita alcune gobbule e di mia nonna Lucia che canta delle anninnìas», spiega il figlio Simone), si era diplomato come cornista all’Accademia di Santa Cecilia a Roma e aveva avuto tra i suoi maestri Diego Carpitella, uno dei fondatori dell’etnomusicologia in Italia. Proprio l’influenza di Carpitella ebbe un ruolo determinante nel suo approccio antropologico alla disciplina. Certo, spiega Simone Sassu, «il focus per lui era centrato sulla musica, ma era, in generale, uno studioso della tradizione orale in tutte le sue manifestazioni, e questo lo portava ad esaminare a fondo molti altri aspetti, come la struttura sociale, le forme economiche, gli istituti consuetudinari della comunità in cui si svolgeva l'indagine».

Alla base di tutto c’era «il tentativo di instaurare un dialogo profondo sul piano umano, improntato a grande discrezione e rispetto – prosegue Sassu. - Mi raccontò una volta di avere avuto la possibilità, ad Orgosolo, di registrare un attittidu “in funzione” (fatto abbastanza straordinario), intonato da una donna per un suo parente defunto, nel corso della cerimonia, in presenza del morto. Avrebbe potuto azionare il registratore, in quel momento. Ma non lo fece».

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