La passione per la democrazia
di COSTANTINO COSSU
Ieri a Sassari a Palazzo di Città l’incontro per ricordare l’intellettuale scomparso
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Che cosa abbiamo imparato da Manlio Brigaglia? Che cosa rimane vivo del lavoro di un intellettuale che è stato educatore, accademico, uomo dei media e organizzatore di cultura? Ha girato intorno a queste domande l’incontro che ieri mattina, a Palazzo di Città, ha ricordato un uomo che ha lasciato una traccia profonda nella scuola, nell’università, nell’informazione, nel dibattito politico e nella costruzione di un sentimento forte di appartenenza a una comunità, locale e nazionale.
Una guida importante al dibattito (promosso dalla Nuova Sardegna, dall’Università e dal Comune) è venuta, in apertura, dalla proiezione, sullo schermo del Civico, del documentario Rai “Manlio Brigaglia: 80 anni di storia”, curato da Tonino Oppes. Una lunga intervista che ha spaziato dalle memorie personali alla ricostruzione di alcuni dei passaggi cruciali della storia recente della Sardegna. Vivo, nelle risposte di Brigaglia, il ricordo del ruolo giocato da intellettuali come Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira nella difficile transizione dell’isola da un assetto economico e sociale legato al vecchio mondo agro-pastorale alla modernità. Altrettanto importante il giudizio sulla industrializzazione dell’isola, sulla quale Brigaglia ha fatto una distinzione decisiva: l’errore fu fatto non tanto nella scelta di puntare sull’industria per garantire un futuro di crescita civile e di sviluppo economico, quanto invece nel non vigilare con la necessaria attenzione sugli effetti negativi che la presenza di grandi gruppi petrolchimici avrebbe potuto avere su diversi aspetti, dalla tutela dell’ambiente ai condizionamenti sulla politica e sull’informazione. E poi la domanda finale di Oppes: «Chi è stato Manlio Brigaglia?». Alla quale, con la consueta sobrietà, l’autore di “Sardegna perché banditi” ha risposto: «Una persona per bene. Uno che quando c’era qualcosa di giusto da fare non si è mai tirato indietro. Uno che non è mai fuggito».
A questo richiamo alla responsabilità civile della cultura si è agganciato il dibattito. Nei saluti introduttivi il sindaco Nicola Sanna, assente per impegni istituzionali, ha ricordato, con un messaggio letto dal vicesindaco Fabio Pinna, il rigore con cui Brigaglia distingueva sempre tra politica e propaganda; l’ex rettore dell’Università Alessandro Maida ha detto della generosità e della correttezza di Brigaglia in un mondo, come quello accademico, certamente non facile; il direttore della Nuova Sardegna Antonio Di Rosa ha parlato della semplicità, della concretezza e della disponibilità all’ascolto che caratterizzavano il rapporto di Brigaglia con tutti.
Assente Arturo Parisi per impegni a Roma, con l’intervento di Pietro Soddu, ex presidente della Pegione, si è rivissuto il clima di appassionato fervore intellettuale che ha segnato, negli anni della ricostruzione postbellica, il confronto politico in Sardegna. «Non era facile, allora, guidare un’isola che aveva appena ottenuto il suo Statuto di autonomia speciale. Ma forse era meno complicato di oggi. Perché la società sarda era più compatta e perché, nonostante le contrapposizioni ideologiche, c’era una classe politica e intellettuale che si muoveva all’interno di un quadro comune di valori, quello della Costituzione. Democrazia, antifascismo, rispetto della persona, difesa dei diritti del lavoro, rinascita della Sardegna attraverso la piena attuazione dell’autonomia erano un patrimonio di idee condiviso. E ciò aiutava molto». Brigaglia, in questo clima di libertà ritrovata e di dialogo, è stato una presenza importante sin dai tempi del “Democratico”, il quindicinale redatto da un gruppo di giovani militanti della Democrazia Cristiana, i “Giovani Turchi”, di cui Pietro Soddu è stato direttore.
Come fosse possibile un dialogo che teneva insieme Dc, forze laiche e partiti della sinistra lo ha spiegato Luigi Berlinguer. L’ex ministro della Pubblica istruzione ha ricordato come nel cenacolo aperto da Antonio Pigliaru nella sua casa di via Mannu a Sassari lui, comunista, poteva confrontarsi con intellettuali di ogni orientamento – tra i quali Brigaglia – grazie al metodo della ricerca sempre aperta, che è poi quello proprio di ogni autentica attività intellettuale.
Come tutto il lavoro di Brigaglia si alimentasse di un cristianesimo vissuto con convinzione e senza ipocrisie, lo ha ricordato don Luciano Salaris, parroco della chiesa di San Paolo a Sassari e amico-confessore dell’intellettuale scomparso. «Amare Dio e amare il prossimo sono due poli che non si tengono l’uno senza l’altro – ha detto don Luciano –. Manlio, che è stato agnostico sino ai 23 anni e si è poi convertito alla fede in Dio leggendo la “Divina Commedia” di Dante, a questa verità è rimasto sempre fedele. Da cristiano era dalla parte degli ultimi». Una scelta, ha voluto sottolineare don Luciano, lontana anni luce «da ciò che vorrebbe fare ora nel nostro Paese Matteo Salvini». A queste parole, in sala è scattato un applauso caldo, forte e lungo.
Assente per gravi motivi familiari, l’ex direttore della Nuova Stefano Del Re ha inviato una lettera, letta da Francesco Pinna, il caporedattore della Nuova che coordinava il dibattito, in cui ha tratteggiato la figura di un intellettuale a tutto campo, «un poligrafo come quelli del Rinascimento, un Umberto Eco sardo». A Simonetta Fiori, invece, il compito di toccare gli aspetti più intimi e familiari della vita di Brigaglia. La redattrice di Repubblica ha ricordato le sere d’estate a Santa Teresa in cui Brigaglia e suo padre, il giornalista e scrittore Peppino Fiori, discutevano di tutto. E poi il rapporto di Brigaglia con la moglie Marisa, un amore durato, intatto e pieno, sino alla fine: «Lui la chiamava “La Guerriera” e aveva per lei attenzioni paragonabili a quelle di un cavaliere medievale per la donna amata».
Infine, l’intervento del presidente della Regione. Brigaglia, ha detto Francesco Pigliaru, ha accompagnato come pochi altri il cammino della Sardegna e dell’Italia dalle chiusure del fascismo alla democrazia. «Oggi – ha aggiunto Pigliaru – in un momento in cui dalla società aperta, teorizzata da Karl Popper e sostenuta dai valori di una cultura democratica diffusa, qualcuno vuole farci tornare indietro per spingerci verso nuove chiusure, la lezione di Brigaglia è, per tutti noi, un modello e uno stimolo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Una guida importante al dibattito (promosso dalla Nuova Sardegna, dall’Università e dal Comune) è venuta, in apertura, dalla proiezione, sullo schermo del Civico, del documentario Rai “Manlio Brigaglia: 80 anni di storia”, curato da Tonino Oppes. Una lunga intervista che ha spaziato dalle memorie personali alla ricostruzione di alcuni dei passaggi cruciali della storia recente della Sardegna. Vivo, nelle risposte di Brigaglia, il ricordo del ruolo giocato da intellettuali come Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira nella difficile transizione dell’isola da un assetto economico e sociale legato al vecchio mondo agro-pastorale alla modernità. Altrettanto importante il giudizio sulla industrializzazione dell’isola, sulla quale Brigaglia ha fatto una distinzione decisiva: l’errore fu fatto non tanto nella scelta di puntare sull’industria per garantire un futuro di crescita civile e di sviluppo economico, quanto invece nel non vigilare con la necessaria attenzione sugli effetti negativi che la presenza di grandi gruppi petrolchimici avrebbe potuto avere su diversi aspetti, dalla tutela dell’ambiente ai condizionamenti sulla politica e sull’informazione. E poi la domanda finale di Oppes: «Chi è stato Manlio Brigaglia?». Alla quale, con la consueta sobrietà, l’autore di “Sardegna perché banditi” ha risposto: «Una persona per bene. Uno che quando c’era qualcosa di giusto da fare non si è mai tirato indietro. Uno che non è mai fuggito».
A questo richiamo alla responsabilità civile della cultura si è agganciato il dibattito. Nei saluti introduttivi il sindaco Nicola Sanna, assente per impegni istituzionali, ha ricordato, con un messaggio letto dal vicesindaco Fabio Pinna, il rigore con cui Brigaglia distingueva sempre tra politica e propaganda; l’ex rettore dell’Università Alessandro Maida ha detto della generosità e della correttezza di Brigaglia in un mondo, come quello accademico, certamente non facile; il direttore della Nuova Sardegna Antonio Di Rosa ha parlato della semplicità, della concretezza e della disponibilità all’ascolto che caratterizzavano il rapporto di Brigaglia con tutti.
Assente Arturo Parisi per impegni a Roma, con l’intervento di Pietro Soddu, ex presidente della Pegione, si è rivissuto il clima di appassionato fervore intellettuale che ha segnato, negli anni della ricostruzione postbellica, il confronto politico in Sardegna. «Non era facile, allora, guidare un’isola che aveva appena ottenuto il suo Statuto di autonomia speciale. Ma forse era meno complicato di oggi. Perché la società sarda era più compatta e perché, nonostante le contrapposizioni ideologiche, c’era una classe politica e intellettuale che si muoveva all’interno di un quadro comune di valori, quello della Costituzione. Democrazia, antifascismo, rispetto della persona, difesa dei diritti del lavoro, rinascita della Sardegna attraverso la piena attuazione dell’autonomia erano un patrimonio di idee condiviso. E ciò aiutava molto». Brigaglia, in questo clima di libertà ritrovata e di dialogo, è stato una presenza importante sin dai tempi del “Democratico”, il quindicinale redatto da un gruppo di giovani militanti della Democrazia Cristiana, i “Giovani Turchi”, di cui Pietro Soddu è stato direttore.
Come fosse possibile un dialogo che teneva insieme Dc, forze laiche e partiti della sinistra lo ha spiegato Luigi Berlinguer. L’ex ministro della Pubblica istruzione ha ricordato come nel cenacolo aperto da Antonio Pigliaru nella sua casa di via Mannu a Sassari lui, comunista, poteva confrontarsi con intellettuali di ogni orientamento – tra i quali Brigaglia – grazie al metodo della ricerca sempre aperta, che è poi quello proprio di ogni autentica attività intellettuale.
Come tutto il lavoro di Brigaglia si alimentasse di un cristianesimo vissuto con convinzione e senza ipocrisie, lo ha ricordato don Luciano Salaris, parroco della chiesa di San Paolo a Sassari e amico-confessore dell’intellettuale scomparso. «Amare Dio e amare il prossimo sono due poli che non si tengono l’uno senza l’altro – ha detto don Luciano –. Manlio, che è stato agnostico sino ai 23 anni e si è poi convertito alla fede in Dio leggendo la “Divina Commedia” di Dante, a questa verità è rimasto sempre fedele. Da cristiano era dalla parte degli ultimi». Una scelta, ha voluto sottolineare don Luciano, lontana anni luce «da ciò che vorrebbe fare ora nel nostro Paese Matteo Salvini». A queste parole, in sala è scattato un applauso caldo, forte e lungo.
Assente per gravi motivi familiari, l’ex direttore della Nuova Stefano Del Re ha inviato una lettera, letta da Francesco Pinna, il caporedattore della Nuova che coordinava il dibattito, in cui ha tratteggiato la figura di un intellettuale a tutto campo, «un poligrafo come quelli del Rinascimento, un Umberto Eco sardo». A Simonetta Fiori, invece, il compito di toccare gli aspetti più intimi e familiari della vita di Brigaglia. La redattrice di Repubblica ha ricordato le sere d’estate a Santa Teresa in cui Brigaglia e suo padre, il giornalista e scrittore Peppino Fiori, discutevano di tutto. E poi il rapporto di Brigaglia con la moglie Marisa, un amore durato, intatto e pieno, sino alla fine: «Lui la chiamava “La Guerriera” e aveva per lei attenzioni paragonabili a quelle di un cavaliere medievale per la donna amata».
Infine, l’intervento del presidente della Regione. Brigaglia, ha detto Francesco Pigliaru, ha accompagnato come pochi altri il cammino della Sardegna e dell’Italia dalle chiusure del fascismo alla democrazia. «Oggi – ha aggiunto Pigliaru – in un momento in cui dalla società aperta, teorizzata da Karl Popper e sostenuta dai valori di una cultura democratica diffusa, qualcuno vuole farci tornare indietro per spingerci verso nuove chiusure, la lezione di Brigaglia è, per tutti noi, un modello e uno stimolo».
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