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«Musica, le mie tracce nella vita degli altri»

«Musica, le mie tracce nella vita degli altri»

Il rispetto per la sua musica e la sua funzione di racconto, la distorsione del significato di successo. Un monologo di note e parole all’ombra dei giardini di Gavoi con David “Boosta” Dileo che sale...

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Il rispetto per la sua musica e la sua funzione di racconto, la distorsione del significato di successo. Un monologo di note e parole all’ombra dei giardini di Gavoi con David “Boosta” Dileo che sale sul palco e si racconta con l’aiuto della tastiera quando si rende conto che il pubblico ha bisogno del conforto della musica. L’Isola delle Storie ieri si è affidata a uno dei più influenti musicisti italiani del terzo millennio, che ha raccontato la sua e visione di un mondo che, come tanti altri, corre a una velocità impressionante e brucia personaggi, sogni e canzoni.

Dalle sue parole si percepisce soprattutto il rispetto per la musica che vuole trasmettere alle nuove generazioni.

«La musica è così, deve nascere da un’esigenza, quella di raccontare qualcosa, come succede per un libro. Poi è secondario se questo racconto è per te o per gli altri, ma non può essere concepita come un lavoro. Bisogna sempre ricordarsi che attraverso la musica lasciamo una traccia nella vita degli altri. Non è una cosa per tutti e non lo intendo in senso elitario, ma deve esserci comunque l’esigenza di dire quella cosa in quel momento. Se non hai qualcosa da dire, allora non farlo».

Qual è il modo giusto per rispettare la musica?

«La musica la rispetti ascoltandola in maniera laica, con grande attenzione, senza preclusione di generi. La musica è insieme universale e personale, arriva dappertutto ma sai già che un genere o una canzone non potranno mai piacere a tutti, è una questione di affinità elettiva, un qualcosa che ti porti dentro. Quello che non piace è sentire musicisti che parlano dei loro lavori come di un prodotto, non si può associare la musica a questa parola. Poi è chiaro che tutti vogliamo vendere le nostre canzoni, ma questo modo di pensare alla musica mi fa venire i brividi».

Ha parlato anche di un modo sbagliato di intendere il successo, ha citato il percorso dei talent che tanti giovani intraprendono.

«Ho visto tantissimi ragazzi sfilare nei talent, arrivano con una visione distorta, arrivano per fare musica e diventare popolari. Per me avere successo è un’altra cosa, è poter vivere con la tua passione. Io da vent’anni mi alzo la mattina e faccio musica e con questa posso far vivere la mia famiglia, la popolarità al limite è un corollario».

Oltre a essere un musicista ha anche scritto libri, ha lavorato nell’editoria: qual è il rapporto tra musica e libri?

«Scrivere un libro è un altro degli strumenti che abbiamo a disposizione per dire qualcosa, per lasciare un segno nelle vite degli altri. Diventiamo le colonne sonore della vita delle persone, poi magari in certi momenti possiamo anche essere destabilizzanti».

Quando prepara la musica per le serate come deejay, come interpreta questo suo modo di vedere la musica?

«Principalmente col rispetto per le persone, in quel momento sei un cerimoniere del divertimento, una situazione che insegna qualcosa anche a me. È un po’ come essere un personal trainer di fitness, non puoi fare solo esercizi per gli addominali ma devi variare, qui senti il “flow” e riempi queste due ore con un percorso vario, come se stessi guidando un ottovolante, in certi momenti fai schizzare in alto la gente e in altri la richiami, è molto affascinante».



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