La Nuova Sardegna

Giacobbe: «Il mondo di oggi è ritornato agli anni Venti»

di Paolo Merlini
Giacobbe: «Il mondo di oggi è ritornato agli anni Venti»

Dalla Nuoro del quartiere di San Pietro alla dimensione europea di Copenaghen «Mi preoccupa il rinascente autoritarismo e l’intolleranza sempre più diffusa» 

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La “maestrina” della Barbagia compie novant’anni. Li festeggia proprio oggi, in quella che è la sua seconda patria, la Danimarca, a Copenaghen, dove Maria Giacobbe si è sposata nel 1958 e dove sono nati i suoi due figli. I giornali danesi celebreranno l’evento dedicando articoli e testimonianze a una figura influente della vita culturale del paese. Il quotidiano Politiken, uno dei più diffusi, pubblicherà un’intervista a tutta pagina nella sezione culturale. Quest’anno Maria Giacobbe non ha trascorso come di consueto l’estate in Sardegna, nell’amata Cala Liberotto, e per non farle mancare troppo la sua isola i figli hanno deciso di ordinare il pranzo di oggi da un chef sardo molto affermato a Copenaghen, Achille Melis, che coniuga gli insegnamenti di Gualtiero Marchesi e Paul Bocuse con i piatti e gli ingredienti della sua terra d’origine.

La Sardegna del resto è sempre rimasta nel cuore di questa prolifica scrittrice, nata a Nuoro nel 1928 a San Pietro, il quartiere dei pastori e dei prinzipales. Qui ha ambientato molti dei suoi romanzi, a cominciare da quel “Diario di una maestrina”, pubblicato da Laterza nel 1957, che valse il prestigioso premio Viareggio a questa giovane insegnante, collaboratrice del “Mondo” di Pannunzio, cresciuta a libri e antifascismo. Una visione del mondo, quest’ultima, incarnata principalmente dal padre Dino Giacobbe, volontario nella Grande Guerra e poi nella Guerra di Spagna, quindi esule prima in Francia e poi ancora negli Stati Uniti per un decennio, durante gli anni bui del fascismo. Una personalità emblematica che, nonostante la lontananza forzata, influenzò la giovane Maria, la bambina che già alle scuole elementari rifiutava di esibirsi nel saluto romano davanti al ritratto di Mussolini esposto nel corridoio. La scrittrice sarda più famosa nel mondo assieme a Grazia Deledda è cresciuta così, attenta testimone delle vicende che portavano periodicamente in carcere i suoi genitori per le loro idee, e così i loro amici: la maestra Mariangela Maccioni, l’antropologo Raffaelino Marchi, lo zio comunista Antonio Dore, solo per citare alcuni protagonisti di quel cenacolo culturale che si radunava nel cuore antico di Nuoro, nel quale si discuteva di politica, ma anche di arte e letteratura, si ascoltava musica classica. «C'erano tantissimi libri – ricorderà poi Maria di quel periodo – mio padre era abbonato a diverse riviste. La presenza a casa di tanti libri resta uno dei grandi misteri della mia vita. La mia era considerata una famiglia benestante per il fatto che non mancava mai da mangiare. Ma andavo a scuola con le calze e spesso anche le scarpe bucate, gli abiti sotto il grembiule erano degli straccetti. Mio padre, a causa del fascismo, era senza lavoro. Non avevamo soldi per pagare luce e acqua, gli esattori erano una presenza costante. In casa non entravamo soldi. Ma i libri, e allora costavano, non mancavano mai».

Raggiunta al telefono nella casa di Copenaghen, non nasconde la sua preoccupazione per le notizie che le arrivano dall’Italia: «Ci sono similitudini con gli anni Venti, lo dico con dolore. L’Italia sta percorrendo una china pericolosa. Pur sapendo che la storia non si ripete, credo ci troviamo in un momento delicato e pericoloso, anche se nutro per natura la speranza che l’umanità possa sempre trovare la via della risalita dalle valli più oscure. Non mi riferisco solo all’Italia, ma alla situazione internazionale, alla politica di Trump per esempio».

La parola chiave è emigrazione. «Noi italiani siamo un popolo di emigrati, il mio cognome non è sardo per esempio. Mio padre è stato un esule politico, io stessa vivo da tempo all’estero. Sono fermamente convinta che le grandi civiltà del mondo siano nate dagli incontri tra i popoli e dalle emigrazioni. E vivo con sofferenza e apprensione quanto accade in Europa, il riaffermarsi dei nazionalismi, l’ostilità verso chi arriva da fuori. È sempre accaduto, ma trovo triste e desolante il fatto che una nave carica di profughi non trovi un porto dove attraccare».



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