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Elsa Morante e la sua Storia Un libro per niente anacronistico

Elsa Morante e la sua Storia Un libro per niente anacronistico

Così Anna Maria Ortese in una lettera a Elsa Morante del 16 maggio 1975: «La stima che ho di Lei, persona umana, è molto alta. Come scrittore, solo poche Sue pagine di sicura bellezza mi erano note....

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Così Anna Maria Ortese in una lettera a Elsa Morante del 16 maggio 1975: «La stima che ho di Lei, persona umana, è molto alta. Come scrittore, solo poche Sue pagine di sicura bellezza mi erano note. Alla fine ho letto “La Storia”, e sono andata avanti tutta la notte, e poi il giorno dopo, e poi un altro giorno. Ero sbalordita. Si aprivano dovunque i cieli della più grande tradizione italiana. Con un dolore più vicino».

Giustissima osservazione: campeggiano in ogni dove, in quel romanzo-romanzo, gli smisurati cieli della grande tradizione italiana, anche pittorica. Domanda: avevano ragione, allora, gli stroncatori -e ce ne furono: tra i quali persino il vecchio amico Pier Paolo Pasolini- a sottolineare che si trattava di un’operazione anacronistica, a riattualizzare un genere letterario ormai morto? Elsa Morante, in realtà, continuava quell’originalissimo percorso iniziato con "Menzogna e sortilegio" (1948), definito da Lukács «il più grande romanzo italiano moderno», volto a una specie di rito spiritistico: per resuscitare, appunto, non il romanzo, ma il suo fantasma. L’elaborazione d’un lutto e, insieme, un gesto esorcistico. Ecco: non abbiamo mai a che fare con opere, ma coi loro ectoplasmi. Morante insomma, sin dai suoi esordi, pare esclusivamente interessata all’invisibile: a contemplare cioè il mondo dei vivi dal punto di vista dei morti. Ma questo sarebbe un altro discorso.

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