La “Sinfonia fantastica” di Berlioz e il mito romantico dell’oppio
“Sinfonia fantastica” di Hector Berlioz narra la vicenda d’un giovane che, non corrisposto nel suo amore, prende la decisione di suicidarsi con l’oppio: però, non trovando la morte, viene visitato da...
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“Sinfonia fantastica” di Hector Berlioz narra la vicenda d’un giovane che, non corrisposto nel suo amore, prende la decisione di suicidarsi con l’oppio: però, non trovando la morte, viene visitato da quelle allucinazioni che corrispondono, una per una, ai cinque movimenti dell’opera. Pare che Berlioz, per un amore non corrisposto, sia diventato un consumatore di quella droga e che “Sinfonia fantastica” debba essere intesa proprio come il compendio di tutte quelle inquietanti visioni.
Si tratta di fatti che accrescono la leggenda romantica di questo musicista, ma che non tengono in conto un elemento culturale. Nel 1822, infatti, erano state pubblicate le “Confessioni di un oppiomane” di Thomas De Quincey: data che – come scriverà Mario Praz nel saggio L’oppio e i poeti – proclama tale droga come la più rapida «scorciatoia per giungere alle vette di Parnaso».
Difficile, insomma, capire l’operazione di Berlioz senza presupporre ciò che quel libro significò per l’Europa d’allora. E che significherà ancora per lungo tempo: se si pensa, per fare un solo esempio, a quel memorabile vademecum – una specie di terminale e definitiva resa dei conti con le droghe – rappresentato da “I paradisi artificiali” (1860) di Charles Baudelaire, dedicato, appunto, alla demistificante disamina degli effetti delle sostanze stupefacenti, anche in relazione alle condizioni di possibilità dell’esperienza artistica.
Si tratta di fatti che accrescono la leggenda romantica di questo musicista, ma che non tengono in conto un elemento culturale. Nel 1822, infatti, erano state pubblicate le “Confessioni di un oppiomane” di Thomas De Quincey: data che – come scriverà Mario Praz nel saggio L’oppio e i poeti – proclama tale droga come la più rapida «scorciatoia per giungere alle vette di Parnaso».
Difficile, insomma, capire l’operazione di Berlioz senza presupporre ciò che quel libro significò per l’Europa d’allora. E che significherà ancora per lungo tempo: se si pensa, per fare un solo esempio, a quel memorabile vademecum – una specie di terminale e definitiva resa dei conti con le droghe – rappresentato da “I paradisi artificiali” (1860) di Charles Baudelaire, dedicato, appunto, alla demistificante disamina degli effetti delle sostanze stupefacenti, anche in relazione alle condizioni di possibilità dell’esperienza artistica.
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