La Nuova Sardegna

Dolce e Gabbana esclusi dall’e-commerce

Per la maison pesanti conseguenze economiche in Cina dopo lo spot accusato di sessimo e di razzismo

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PECHINO. La Cina “chiude” il caso Dolce e Gabbana, poche ore dopo la messa al bando a tappeto dei prodotti della griffe italiana dalle piattaforme di e-commerce e da numerosi negozi, soprattutto nelle aree turistiche. Con poche e calibrate parole, il ministero degli Esteri ha gettato acqua sul fuoco e, di fatto, suggerito di andare oltre. «Non è una domanda diplomatica e non lascerò che diventi una domanda diplomatica», ha scandito il portavoce Geng Shuang, alla richiesta di un commento sulle polemiche furiose montate contro Dolce & Gabbana su Weibo, il Twitter cinese, per la campagna pubblicitaria social («razzista e sessista») e i commenti (della maison e di Stefano Gabbana, che hanno denunciato un hackeraggio) seguiti alle prime veementi critiche, ritenuti offensivi dagli internauti. Un crescendo sfociato nella cancellazione della mega sfilata/evento che si sarebbe dovuta tenere mercoledì a Shanghai.

Su Weibo un utente ha strappato 690.000 «like» scrivendo che D&G «amano i nostri soldi, ma non ci rispettano», mentre il netizen «yoyo» ha espresso un plauso per la reazione generale, simbolo di un «Paese che crede in se stesso, nella sua strada e nelle sue tradizioni».

Gli effetti della vicenda sono molto pesanti: Dolce e Gabbana è al bando sulle piattaforme di e-commerce già dalla tarda serata di mercoledì, secondo jinronghu.com. Il boicottaggio si è esteso sui tre colossi del settore cinesi Tmall, JD.com e Suning, su quelli cross-border NetEase Kaola e Ymatou, e su compagnie del luxury e-commerce come Secoo e Vip.com, e Yhd.com. Yoox Net-a-Porter, inoltre, ha sospeso le vendite sui suoi siti in Cina.

Uno sbarramento completo che mette a rischio, hanno fatto notare i netizen, i conti della casa di moda italiana. Secondo i dati finanziari rilasciati ai primi settembre, i ricavi sono scesi a 1,290 miliardi di euro nell'anno fiscale al 31 marzo contro gli 1,296 miliardi dei 12 mesi prima. Se l'Italia conta per il 24% delle vendite totali, altre parti d'Europa, delle Americhe, Giappone e Cina e altre regioni pesano, rispettivamente, per il 27, il 13, il 6 e il 30 per cento.

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