La Nuova Sardegna

Valanga di applausi per il “Cuore” di Marras

di Roberta Sanna
Valanga di applausi per il “Cuore” di Marras

Esordio teatrale convincente per il debutto nella regia dello stilista di Alghero: uno spettacolo intenso, bello e crudele

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CAGLIARI. Dieci cuori sotto dieci teche ritmano, pulsazione su pulsazione, una narrazione teatrale che prosegue per tappe, in un montaggio – apparentemente slegato – di emozioni e attrazioni che attraverso citazioni ed allusioni, dialoghi e monologhi, immagini dal forte impatto simbolico, chiama in scena le stagioni della vita, a cominciare da un’infanzia che è difficile scrollarsi di dosso. Sotto l’incalzante ritmo cardiaco, Antonio Marras, partendo dall’esile traccia di un breve brano di Buzzati dirige e compone in “Mio cuore io sto soffrendo. Cosa posso fare per te?” – in anteprima al Teatro Massimo sino a domenica, e martedì 27 nell’ambito di Festivalguer al Teatro Civico di Alghero – una tormentata, a volte crudele, a volte più clemente, dolente partita a due con l’altro, una lotta contro l’incomunicabilità e il dolore, il distacco, la perdita.

Cosa c’è meglio di un richiamo al sonoro del Bambi disneyano, con la scena della morte della madre, per imparare fin da subito quello che perfino un film USA per bambini non esita a mostrarti fin dalle prime scene? C’è da fare i conti con l’abbandono, con la separazione, insomma, e se capirlo subito sia meglio o peggio non si lo sceglie, così stanno le cose. E i dieci cuori custoditi come reliquie su banchetti quasi scolastici saranno per tutto lo spettacolo i muti testimoni del brulicare dei venti bravissimi performer – magistralmente guidati dal corografo Marco Angelilli – che sono il vero filo rosso di questa prima regia dell’artista e stilista, servi di scena nel muovere gli oggetti, i leggi e i microfoni e introdurre i personaggi, danzatori che riempiono il palco di traiettorie, evocatori docili e impassibili di un rituale di ricucitura di delusioni e traumi infantili: «Il tuo regalo è l’ultimo da scartare ed il meno desiderato, la tortura delle tabelline diventa l’umiliazione delle orecchie d’asino, maschera amplificata da uno specchio che la rifletterà per sempre, da vendicarsi almeno in scena con altrettanto sadismo sulla maestra». O di nuovo in una scena di abluzione, lavacro poetico/scolastico che non può però mettere in salvo. L’alternativa è l’ossimoro, accettazione degli opposti in compresenza.

Il palcoscenico senza quinte né fondali è per Marras la camera oscura amniotica dove fotografare o filmare l’inconscio trasformando in icone gli incubi. Oppure la piazza dove in piena luce trasformare la perdita, l’amputazione fisica, in un vitale pas-de-deux fatto di avvinghiamenti e sostegno, di due interpreti con la bocca forzata da un apparecchio in urlo di Munch, sul ritmo del Cantu a Dillu intonato da Elena Ledda in scena in sedia a rotelle, che si trasforma in litania da prefica e infine in ninnanna. I testi di Buzzati e gli inserti dello stesso Marras compongono una sorta di dialogo monologante che attraversa e segna lo spettacolo, in cui si dimostra la responsabilità dell’incomprensione reciproca, l’inevitabile ritorno alla solitudine. E tutti i “vorrei” esprimono di fatto l’ennesimo fallimento dei desideri che sono già ricordi, come dice la bellissima e struggente figura femminile citando Calvino e la sua Isidora.

L’ultimo doppio monologo è scandito dai round di uno scontro sul ring, dove l’enorme punching ball che divide i due interpreti è il cuore che riceve i colpi di un match verbale disperato. Infine, il giro di basso elettrico che per tutto lo spettacolo ha conteso il ritmo cardiaco prende il sopravvento rivelandosi l’intro di “Cuore” di Rita Pavone da cui l’autore ha tratto il titolo. Le coppie dei performer riappropriatesi dei cuori sotto le teche si scatenano, cantando, in una danza passionale e quasi esasperata, questo inno popolare e giocoso all’imperiosità dei sentimenti.



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