La Nuova Sardegna

Due cuori e un vigneto Càlibri, progetto di coppia nato quasi per caso

di PAOLO ARDOVINO
Due cuori e un vigneto Càlibri, progetto di coppia nato quasi per caso

Due cuori e un vigneto. Nato allevatore, diventato «viticoltore per caso», Pietro Calvia ha scoperto la passione per il vino, per la cura delle viti, e ci ha messo poco a trasmetterla alla moglie,...

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Due cuori e un vigneto. Nato allevatore, diventato «viticoltore per caso», Pietro Calvia ha scoperto la passione per il vino, per la cura delle viti, e ci ha messo poco a trasmetterla alla moglie, Stefania Brianda. Dall’unione dei loro sforzi (e dei loro cognomi) è nata la cantina “Càlibri”. Il primo vino che ha visto la luce è stato il vermentino “Coro” ma lì, tra il verde e le colline della zona di Berchidda, fatto il primo passo, i due coniugi sono decisi a far crescere il loro neo nato progetto.

La storia. L’annata del loro vermentino è il 2018, ma l’idea di mettere in piedi seriamente un vigneto – ma poi, si scoprirà, sono più di uno – prende forma molto prima. «La mia è una storica famiglia di allevatori, partecipavamo a fiere, a livello nazionale abbiamo anche vinto un premio dedicato agli ovini, eravamo abbastanza quotati» racconta Pietro. Come in tutte le storie, si parte da un “c’era una volta”: «Un vicino di pascolo mi chiese di seguire il suo vigneto, dargli una mano. Dopo qualche anno venne a mancare e allora decisi di comprare il suo vigneto. Successivamente la passione è aumentata» e si arriva al 2011, anno in cui Pietro Calvia decide di impiantarne uno nei suoi terreni.

In coppia. Oltre alle sue viti, si occupa di quelle della moglie, della sorella, «la potatura mi affascina tantissimo» e comincia a farlo anche per conto di terzi e in altri paesi limitrofi. «Ho trasmesso la passione a Stefania e insieme abbiamo pensato subito a una piccola produzione tutta nostra, di nicchia. L’anno scorso abbiamo prodotto quattromila bottiglie, e così ripeteremo anche quest’anno». I due fanno gioco di squadra: Pietro lavora più sul campo, lei, con alle spalle studi in giurisprudenza, si occupa per lo più dell’ambito amministrativo.

La selezione. Di fatto, Coro e i vini che verranno sono frutto di un’accurata selezione «tra le eccellenze di tre vigneti diversi». L'input per cominciare a produrre è stato quando «qualche anno fa abbiamo avuto uve in eccedenza, dal 2016 abbiamo fatto piccole vinificazioni e cominciato gli studi sul logo e gli altri aspetti», fino ad arrivare a Coro. «Il nome richiama l’insieme e poi il cuore, che sintetizza il nostro amore. Il 2018, nonostante le difficoltà come le forti piogge, è stata una bella annata». Il risultato è un vermentino non troppo impegnativo da bere (12.5% la gradazione), «e abbastanza classico. Non volevo qualcosa di molto profumato, quanto un vermentino naturale. Per me il vino deve rispettare le caratteristiche dell’uva».

Nuove idee. Ma le ambizioni sono tante e in cantiere - o sarebbe meglio dire in cantina - ci sono altre produzioni: si lavora alla realizzazione di un rosso, ad esempio, ed è aperto il discorso anche per quanto riguarda l'olio. «Per dedicarmi al vino ho ridotto il numero di capi ovini, ma non voglio abbandonare l’allevamento – precisa lui –, sono le mie origini».

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