La Nuova Sardegna

Paolo Mieli: «Le mie trenta verità nascoste»

di Roberto Sanna
Paolo Mieli: «Le mie trenta verità nascoste»

L’ultimo libro dello storico e giornalista:  le “fake history” tra dubbi e nuove indagini

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SASSARI. Ci si può fidare della storia? Certamente, ma dubitando di qualsiasi narrazione. O meglio, approfondendo e andando alla ricerca di fatti e nuove verità, sapendo già in partenza che il nostro punto di arrivo, a sua volta, potrà essere messo in discussione, rielaborato e magari ribaltato da qualcun altro. “Le verità nascoste-Trenta casi di manipolazione della storia” è l’ultimo libro di Paolo Mieli, edito da Rizzoli, nel quale lo storico e giornalista esamina trenta casi di manipolazione dei fatti mettendo in discussione alcune delle narrazioni più diffuse, che cominciamo a imparare e dare per scontate sin dalle scuole elementare: da Tarquinio il Superbo, a Spartaco, al Medioevo a una vittoria di Gino Bartali al Tour de France nei giorni dell’attentato a Palmiro Togliatti. In un percorso che si sposta dalle fake news a una sorta di “fake history”, scopriamo, per esempio, la vera statura politica e umana dell’ ultimo re di Roma, o che la figura di Spartaco, ispiratrice di kolossal holliwoodiani, va ricondotta a quella di uno schiavo ribelle e rivoltoso ma non certo rivoluzionario perché non sapeva quello che faceva. E ancora, che l’ingresso a Fiume del poeta Gabriele D’Annunzio è stato usato come mito fondativo dei Fasci di combattimento, eppure molti di quegli uomini non aderirono mai al fascismo.

Alla fine, leggendo il suo libro, ci si pone il problema se davvero ci si debba ancora fidare della storia.

«Bisogna certamente fidarsi della storia e ancora di più seguendo il metodo che propongo: fare ulteriori verifiche e cercando di non fidarsi ciecamente di quelle che sono le narrazioni ufficiali. Bisogna sempre cercare e trovare nuovi punti di vista in grado di contraddire i precedenti. Tenendo conto che anche noi non arriveremo a qualcosa di definitivo e la nostra verità verrà prima o poi messa in discussione da altri che la studieranno con nuovi documenti e magari la modificheranno».

Da dove comincia un percorso come questo?

«Semplicemente dai fatti, che sono comunque incontestabili. Faccio un esempio: il 6 agosto 1945 su Hiroshima cadde una bomba che distrusse la città. Questo è un fatto sul quale non penso ci siano possibilità di dubbio. Dopodiché, ci sono stati attorno a questo fatto tutta una serie di spiegazioni e racconti di eventi che devono essere esaminati e sulle quali possiamo trovare sicuramente tante differenze».

Esaminando un fatto e tutto quello che c’è attorno, quando è che bisogna cominciare a dubitare: quali sono, insomma, i segnali che qualcosa non torna?

«Diciamo che quando chi racconta ne esce troppo bene e ci sono particolari che non tornano perché troppo convenienti, allora mi metto un dubbio, da giornalista e storico: non è che tutto questo è a suo vantaggio? Se i fatti vengono raccontati in modo da convalidare una tesi, non importa se di destra o di sinistra, non mi fido. E metto quel racconto in discussione: non è che i cattivi sono descritti tali solo perché sconfitti? E se i buoni fossero invece un po’ meno buoni?».

C’è però il rischio di sconfinare in senso opposto e cadere nel complottismo: qual è il limite da non superare?

«Quello di proporre a sostegno delle nuove tesi una documentazione accurata e valida. Se voglio dimostrare, che so, che Nerone non è stato quel folle imperatore che ci viene descritto, devo portare a sostegno una documentazione importante. Altrimenti si tratta di puro e semplice esercizio letterario. Vale anche per quello che succede nei giorni nostri: ho il forte sospetto che la crisi di governo provocata da Matteo Salvini nasconda qualcosa, ci sono aspetti che non mi tornano, ma prima di azzardare conclusioni devo trovare prove vere e inoppugnabili. E la fretta è nemica, in questi casi».

Il suo metodo potrebbe essere utilizzato anche dagli studenti delle scuole?

«È preferibile di no, penso che molti docenti dovrebbe avere una formazione più solida di quella che hanno. Il rischio è quello di scatenare i docenti in ipotesi bislacche che provocherebbero solo disorientamento negli alunni. Meglio che la storia si studi nella versione data da tutti i manuali e raccontata senza forzature e solo successivamente i ragazzi comincino a porsi dei dubbi».

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