Monica Demuru: se l’attrice funziona come un jukebox
di Roberta Sanna
Domani e domenica al Massimo di Cagliari: «Io al microfono con un leggio, le richieste del pubblico creano uno spettacolo dal montaggio imprevedibile»
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CAGLIARI. «In scena funziona proprio come un jukebox. Io sono al microfono con un leggio, gli spettatori a rettangolo attorno, ognuno con un elenco di titoli e didascalie da cui può scegliere. Con le richieste del pubblico si costruisce così uno spettacolo dal montaggio imprevedibile»: in una pausa delle prove l’attrice e musicista Monica Demuru racconta il senso dell’originale spettacolo che la vedrà protagonista domani (ore 19) e domenica (ore 17) al teatro Massimo, “Jukebox Cagliari”, terza tappa italiana di un progetto, coprodotto da Sardegna Teatro, nato nell’ambito della “Encyclopedie de la paròle”, collettivo internazionale di linguisti e antropologi che ha creato uno dei più grandi cataloghi esistenti di registrazioni di parlato comune in varie lingue.
«La versione italiana è costruita attraverso la raccolta dell’italiano parlato che si può ascoltare a Roma, a Prato e a Cagliari, città prescelte dal progetto ma anche legate al mio vissuto, registrati da gruppi attivati in precedenza – spiega l’attrice –. Il materiale raccolto, proveniente dalla strada, lavoro, scuola, internet, radio e tv, è stato riascoltato, catalogato in base alla forma (cioè nelle strutture ritmiche, musicali, compresi errori, incertezze, cadenze) e selezionato in una serie di documenti, che abbiamo poi studiato. Con l’intervento di Joris Lacoste ed Elise Simonet è stata poi creata per ciascuno una specifica messinscena, attraverso partiture severe, precisissime in termini melodici e ritmici, o in modo più tradizionalmente teatrale. L’intento da parte dell’interprete è di restituirli al pubblico più fedelmente possibile. E l’effetto nello spettatore è immediato, riconosce subito la “partitura”, in qualcuno che parla così o in se stesso, reagisce con interesse, si diverte e coglie aspetti anche molto comici».
È il risultato della rivelazione della struttura musicale, sottolinea Demuru, dell’aspetto formale del parlato. «L’attenzione a cosa si dice e soprattutto a come lo si dice, è tale da restituire un mosaico sonoro, preponderante, non tanto sull’interpretazione – non solo vocale, perché mi muovo, uso il corpo e la relazione – ma sull’impianto psicologico, che diventa secondario. La forma insomma ci racconta in maniera del tutto nuova qualcosa del parlato e dei parlanti che si rivela proprio attraverso l’analisi musicale».
C’è un piano sperimentale ma anche politico in questo progetto, fa notare l’attrice, che insieme a Francesco Alberici ha curato la parte drammaturgica. «La lingua appartiene a tutti e rappresenta nel fondamento gli individui e le specificità, il genius loci di ogni luogo. Attraverso questi studi si rivelano verità negate, persino dalla tradizione teatrale, in cui si tende a codificare e quindi escludere l’enorme varietà del parlato. Lacoste e Simonet mettono in luce una sfumatura politica non irrilevante e molto coinvolgente, diffondendo il progetto in tutti i Paesi nelle lingue del luogo, superando confini e difficoltà, dalla censura a San Pietroburgo alle questioni organizzative in Ghana o Guinea. È un progetto di grande apertura insomma, che dimostra come certe forme di sovranismo imposte dall’alto o dal basso non coincidano affatto con la propensione ormai globale e cosmopolita della maggior parte giovani».
«La versione italiana è costruita attraverso la raccolta dell’italiano parlato che si può ascoltare a Roma, a Prato e a Cagliari, città prescelte dal progetto ma anche legate al mio vissuto, registrati da gruppi attivati in precedenza – spiega l’attrice –. Il materiale raccolto, proveniente dalla strada, lavoro, scuola, internet, radio e tv, è stato riascoltato, catalogato in base alla forma (cioè nelle strutture ritmiche, musicali, compresi errori, incertezze, cadenze) e selezionato in una serie di documenti, che abbiamo poi studiato. Con l’intervento di Joris Lacoste ed Elise Simonet è stata poi creata per ciascuno una specifica messinscena, attraverso partiture severe, precisissime in termini melodici e ritmici, o in modo più tradizionalmente teatrale. L’intento da parte dell’interprete è di restituirli al pubblico più fedelmente possibile. E l’effetto nello spettatore è immediato, riconosce subito la “partitura”, in qualcuno che parla così o in se stesso, reagisce con interesse, si diverte e coglie aspetti anche molto comici».
È il risultato della rivelazione della struttura musicale, sottolinea Demuru, dell’aspetto formale del parlato. «L’attenzione a cosa si dice e soprattutto a come lo si dice, è tale da restituire un mosaico sonoro, preponderante, non tanto sull’interpretazione – non solo vocale, perché mi muovo, uso il corpo e la relazione – ma sull’impianto psicologico, che diventa secondario. La forma insomma ci racconta in maniera del tutto nuova qualcosa del parlato e dei parlanti che si rivela proprio attraverso l’analisi musicale».
C’è un piano sperimentale ma anche politico in questo progetto, fa notare l’attrice, che insieme a Francesco Alberici ha curato la parte drammaturgica. «La lingua appartiene a tutti e rappresenta nel fondamento gli individui e le specificità, il genius loci di ogni luogo. Attraverso questi studi si rivelano verità negate, persino dalla tradizione teatrale, in cui si tende a codificare e quindi escludere l’enorme varietà del parlato. Lacoste e Simonet mettono in luce una sfumatura politica non irrilevante e molto coinvolgente, diffondendo il progetto in tutti i Paesi nelle lingue del luogo, superando confini e difficoltà, dalla censura a San Pietroburgo alle questioni organizzative in Ghana o Guinea. È un progetto di grande apertura insomma, che dimostra come certe forme di sovranismo imposte dall’alto o dal basso non coincidano affatto con la propensione ormai globale e cosmopolita della maggior parte giovani».
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