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Maurizio Nichetti: «La vita, un sogno tutto da ridere»

Alessandro Pirina
Maurizio Nichetti: «La vita, un sogno tutto da ridere»

L'attore e regista racconta il suo cinema visionario

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Maestro è la parola che meglio racchiude la sua arte. Perché lui ha segnato il teatro, il cinema e la televisione come pochi altri. Quarant’anni di spettacolo che ora Maurizio Nichetti ha deciso di raccontare in un libro-intervista, “Parola al mimo”, primo volume della collana Voci di Dentro, edito da Asylum Press Editor e Impossible Book, da oggi in tutte le librerie. Un viaggio di racconti, riflessioni, studi e immagini su uno degli attori e registi più surreali del cinema italiano - e non solo -, innovatore e precursore dei tempi, capace di sperimentare e segnare in modo indelebile il cinema di animazione internazionale. Un artista che ha spaziato dal palcoscenico al grande schermo, dalla televisione ai cartoon. Il corso di mimo al Piccolo di Milano e la fondazione del gruppo teatrale Quelli di Grock in cui nasce il sodalizio artistico con Angela Finocchiaro.

I primi esperimenti di animazione nello studio di Bruno Bozzetto e la collaborazione proficua con Guido Manuli, fino al debutto sul grande schermo con “Ratataplan”, grande successo di pubblico e di critica che gli aprirà le porte del cinema che conta. E ancora: le stravaganze nella tv degli anni Ottanta di “Quo vadiz?” su Rete 4, affiancato da Sydne Rome e Don Lurio, e di “Pista!” su Raiuno, fino ai film con Mario Monicelli, Giacomo Battiato e Sofia Coppola. Tra i tanti attori diretti da Nichetti anche Mariangela Melato, Nino Frassica, Elena Sofia Ricci, Paolo Villaggio, Monica Bellucci, Iaia Forte, Maria de Medeiros, Massimo Ghini, oltre alla quasi onnipresente Angela Finocchiaro. “Parole al mimo”, curato da Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu, è una lunga chiacchierata in cui il regista e attore milanese, classe 1948, ripercorre non solo il suo cinema - arrivando nelle cinquina del Golden Globe per “Luna e l’altra” - e lo sviluppo delle tecnologie che hanno segnato gli ultimi quarant’anni, ma prova anche a contestualizzare il cinema all’interno della evoluzione sociale del Paese. All’interno del volume, che sarà presentato oggi a Milano al Festival Stranimondi, sono presenti tre saggi tecnici, una lunga intervista al regista, fotografie e disegni inediti, alcuni firmati tra gli altri da Giorgio Cavazzano, Leo Ortolani e Furio Scarpelli.

Nichetti, partiamo proprio da “Parola al mimo”: come nasce l’idea di questo libro dedicato a lei e alla sua carriera?

«È sempre un po' imbarazzante leggere commenti e riflessioni sul proprio lavoro, ma l'entusiasmo di chi me lo ha proposto mi ha conquistato».

I suoi inizi sono diversi da quelli soliti degli attori e registi: laurea in architettura, sceneggiatore di cartoni animati, fondatore di una scuola di mimo. È stato difficile affermarsi? Quali erano i suoi sogni?

«Ero troppo impegnato a lavorare, a curiosare in vari campi per rendermi conto che stavo realizzando un mio sogno inconfessabile. Non avevo mai pensato di diventare un regista».

L’affermazione arriva con “Ratataplan”, un film quasi senza dialoghi, molto innovativo per l’epoca, che ebbe un grande successo in tutto il mondo. Possiamo dire che lei è la dimostrazione che il buon cinema si può fare con poche risorse e grandi idee. Oggi sarebbe ancora possibile questa sorta di sperimentazione?

«Difficile, perché oggi, in Italia, le produzioni sono approvate e finanziate da network televisivi che vogliono essere sicuri di avere una o più prime serate assicurate. Conquistarli con una scommessa, un azzardo, un prototipo, una novità è molto difficile. Preferiscono riprodurre format e idee già testate all'estero».

A seguire arrivano “Ho fatto splash”, “Domani si balla!”, “Ladri di saponette”, “Volere volare”, “Stefano Quantestorie”, ”Luna e l’altra”. Tutti film accolti positivamente da critica e pubblico, ma anche tutti film atipici in cui il cinema si affida alle nuove tecnologie e si mescola con altre forme di comunicazione. Solo commedia o qualcosa di più?

«La voglia di divertirsi, di sfidarsi, prima di tutto. All'inizio di un'idea non sapevo mai come e quando sarei riuscito a realizzarla, qualche volta non ce l'ho fatta, ma quando ne usciva un film era una soddisfazione unica».

In tanti suoi film c’è Angela Finocchiaro: può essere definita la sua musa?

«Più che una musa, mi piace pensarla come un'amica. Abbiamo attraversato tante avventure insieme, ci siamo persi per anni e quando ci ritroviamo c'è sempre il piacere di lavorare insieme. Mi auguro di reincontrarla presto su un altro set».

Al cinema ha lavorato anche solo come attore: Mario Monicelli l’ha voluta per “Bertoldo Bertoldino e Cacasenno” con Alberto Sordi e Ugo Tognazzi, Giacomo Battiato per “I paladini: storia d’armi e d’amori” con Ronn Moss, futuro Ridge di Beautiful. Che ricordi ha di quelle esperienze?

«Molto belle, per me fare solo l'attore in un film aveva il sapore della vacanza. Non avevo la responsabilità del regista o dello sceneggiatore. Mi sono sempre messo a disposizione del progetto cercando di fare al meglio il mio lavoro di interprete. Ho accettato solo film con registi che stimavo».

Negli anni Ottanta fu grande protagonista del piccolo schermo alla Fininvest con il varietà “Quo vadiz?”, ideato insieme a Gabriele Salvatores, e sulla Rai con il programma pomeridiano “Pista!”. Si dice però che lei la televisione la facesse malvolentieri: corrisponde a verità?

«Assolutamente no. Dopo “Domani si balla!” - era del 1982 - avevo capito che la televisione sarebbe stata centrale nel decennio successivo... e io volevo esserci. Prima con una rivista demenziale che ha fatto scuola per tanta tv che è venuta dopo, poi con una diretta televisiva che è stato il primo quiz/gioco per famiglie in tv. In tutti e due i casi credo di aver capito bene cosa si vuole da chi va sul piccolo schermo. È stata un'altra curiosità che mi sono tolto».

In qualsiasi ambito in cui si è cimentato lei è stato un innovatore: c’è qualche campo inesplorato su cui le piacerebbe lavorare?

«Mai dire mai, ma ne ho provati davvero tanti e solo le nuove tecnologie mi fanno sperare in nuove esperienze future...».

Lei è stato in giuria ai festival di Berlino e Cannes. Vent’anni dopo quelle esperienze provi a rimettersi nei panni di un giurato: le piace il cinema di oggi? Sperimenta abbastanza o forse troppo?

«Un giurato deve sempre fare onestamente il suo lavoro. Esprimere giudizi personali, filtrati da esperienza tecnica e umana. Diciamo che oggi parlare di cinema in senso generalista è vago. Solo in questi giorni sono coinvolto in due giurie diverse. Soggetti per cortometraggi e film dedicati all'architettura. Le nuove tecnologie digitali hanno frammentato i generi, le durate di un lavoro audiovisivo, quindi esprimere un giudizio solo sul cinema in sala, mi sembra molto riduttivo».

Era più facile fare ridere quarant’anni fa o oggi?

«Oggi si hanno molti più concorrenti, nel senso che la risata viene suscitata e moltiplicata da social che apprezzano di più il dileggio, piuttosto che la sottigliezza di un'ironia più delicata».

Che rapporto ha con i social? Secondo lei sono colpevoli dell’imbarbarimento della società?

«Sono un nuovo mezzo di comunicazione, con potenzialità enormi e altrettanti pericoli. Non è giusto demonizzarli, ma è indispensabile saperli comprendere, capire, selezionare, per non farsi trascinare in inutili discussioni da ogni palese fake news».

Maurizio Nichetti e la Sardegna: c’è qualcosa in particolare che la lega alla nostra isola?

«Se dico il mare sono banale? Forse sì, ma pensare alla Sardegna non si può prescindendo da tante estati, tanti festival, tante manifestazioni che mi hanno sempre portato in riva al mare, un mare stupendo, davanti a città molto belle, tra gente che si è sempre dimostrata ospitale e orgogliosa della sua terra».

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