Il futuro in un passato distopico
Regno Unito, inizio degli anni Ottanta. «Tutto quanto cresceva: speranza e disperazione, povertà, noia, buone occasioni. C’era di più di ogni cosa. Erano tempi di abbondanza». Nel bene e nel male. E...
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Regno Unito, inizio degli anni Ottanta. «Tutto quanto cresceva: speranza e disperazione, povertà, noia, buone occasioni. C’era di più di ogni cosa. Erano tempi di abbondanza». Nel bene e nel male. E inoltre: i Beatles riprendono a suonare assieme dopo oltre un decennio, facendo storcere il naso a molti per la scelta di avvalersi di un’orchestra sinfonica di decine di elementi; Margaret Thatcher esce in Downing Street e, commentando la disastrosa sconfitta inglese nella guerra contro l’Argentina per le Isole Falkland, costata per giunta la vita a tremila sudditi di Sua Maestà, pronuncia, in un discorso che passerà alla storia, la famosa frase «Mi faccio carico del fardello»; quasi in contemporanea all’autoaccusa della Lady di ferro, viene immesso sul mercato internazionale «il primo autentico umano artificiale dotato di aspetto fisico e intelligenza realistici, movimenti ed espressioni facciali verosimili». Venticinque esemplari, dodici maschili e tredici femminili, chiamati rispettivamente Adam ed Eve («Scontato, d’accordo, ma commercialmente valido»).
Profittando dei soldi ereditati alla morte della madre, Charlie Friend, poco più che trentenne londinese che vivacchia senza particolari ambizioni se non quella di far innamorare di sé la vicina Miranda, acquista uno dei costosi Adam, mosso com’è da una feroce curiosità. Non sa bene neanche lui che aspettarsi, e men che meno che fare di quella replica di uomo venduta «come articolo da compagnia, sparring partner intellettuale, amico e factotum in grado di lavare i piatti, fare i letti e “pensare”».
Intanto, dopo averlo scartato e attaccato alla corrente per la ricarica, Charlie deve affrontare un imprevisto: credeva che Adam fosse già programmato in merito a identità e carattere, e invece toccherà a lui dargli forma mentale, morale ed emotiva spuntando le opzioni di un questionario al pc. Da qui, dall’imprevisto, un’intuizione: chiedere a Miranda di programmare il robot con lui, diventare la coppia di “genitori” di quell’oggetto che al momento è accasciato sul tavolo della sua cucina, inerme e pressoché vuoto, e così avvicinarla e conquistarla.
Ma, come scoprirà il protagonista nelle settimane successive, il manuale di istruzioni di Adam fornisce «giusto un’illusione di controllo e di impatto, la stessa illusione che hanno i genitori riguardo alla personalità dei figli»: la vera determinante sarà il machine learning, l’apprendimento automatico che permette a una macchina di migliorare le prestazioni attraverso l’esperienza – cioè, in sostanza, di imparare in autonomia.
Giorno dopo giorno Adam svilupperà da sé la sua fisionomia, arrivando a rivendicare un’unicità da essere senziente, indipendente e sicuro di provare sentimenti come gli uomini. I disagi, e i danni, per Charlie e Miranda non tarderanno a manifestarsi. Dopo l’opaco “La ballata di Adam Henry” e il pessimo “Nel guscio”, Ian McEwan torna con una prova di segno completamente opposto: “Macchine come me” (Einaudi, 296 pagine, 19,50 euro) è un’opera di qualità elevatissima, affascinante e ricca, quasi tracimante, di temi e spunti di riflessione.
Tra gli innumerevoli se ne sceglie uno, almeno all’apparenza meno evidente di altri: la capacità di adattamento nel corso del tempo dell’uomo alle circostanze, nonché alle situazioni, per quanto negative, da lui stesso create. Inevitabili gli interrogativi: la tensione alla conoscenza non deve conoscere limiti, neanche quando rischia di distruggere il nostro futuro? Sapremo convivere con le macchine quando tanti Adam ed Eve cammineranno per strada accanto a noi? E, da ultimo: sappiamo davvero a cosa stiamo andando incontro?
Profittando dei soldi ereditati alla morte della madre, Charlie Friend, poco più che trentenne londinese che vivacchia senza particolari ambizioni se non quella di far innamorare di sé la vicina Miranda, acquista uno dei costosi Adam, mosso com’è da una feroce curiosità. Non sa bene neanche lui che aspettarsi, e men che meno che fare di quella replica di uomo venduta «come articolo da compagnia, sparring partner intellettuale, amico e factotum in grado di lavare i piatti, fare i letti e “pensare”».
Intanto, dopo averlo scartato e attaccato alla corrente per la ricarica, Charlie deve affrontare un imprevisto: credeva che Adam fosse già programmato in merito a identità e carattere, e invece toccherà a lui dargli forma mentale, morale ed emotiva spuntando le opzioni di un questionario al pc. Da qui, dall’imprevisto, un’intuizione: chiedere a Miranda di programmare il robot con lui, diventare la coppia di “genitori” di quell’oggetto che al momento è accasciato sul tavolo della sua cucina, inerme e pressoché vuoto, e così avvicinarla e conquistarla.
Ma, come scoprirà il protagonista nelle settimane successive, il manuale di istruzioni di Adam fornisce «giusto un’illusione di controllo e di impatto, la stessa illusione che hanno i genitori riguardo alla personalità dei figli»: la vera determinante sarà il machine learning, l’apprendimento automatico che permette a una macchina di migliorare le prestazioni attraverso l’esperienza – cioè, in sostanza, di imparare in autonomia.
Giorno dopo giorno Adam svilupperà da sé la sua fisionomia, arrivando a rivendicare un’unicità da essere senziente, indipendente e sicuro di provare sentimenti come gli uomini. I disagi, e i danni, per Charlie e Miranda non tarderanno a manifestarsi. Dopo l’opaco “La ballata di Adam Henry” e il pessimo “Nel guscio”, Ian McEwan torna con una prova di segno completamente opposto: “Macchine come me” (Einaudi, 296 pagine, 19,50 euro) è un’opera di qualità elevatissima, affascinante e ricca, quasi tracimante, di temi e spunti di riflessione.
Tra gli innumerevoli se ne sceglie uno, almeno all’apparenza meno evidente di altri: la capacità di adattamento nel corso del tempo dell’uomo alle circostanze, nonché alle situazioni, per quanto negative, da lui stesso create. Inevitabili gli interrogativi: la tensione alla conoscenza non deve conoscere limiti, neanche quando rischia di distruggere il nostro futuro? Sapremo convivere con le macchine quando tanti Adam ed Eve cammineranno per strada accanto a noi? E, da ultimo: sappiamo davvero a cosa stiamo andando incontro?
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