L’omaggio della città a un grande sassarese: Salvatore Mannuzzu
di Paolo Curreli
L’incontro per ricordarlo alla Fondazione di Sardegna «Nei suoi libri la volontà testarda di cambiare il mondo»
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SASSARI. A poco più di un mese dalla morte (avvenuta a Sassari il 10 settembre) la Fondazione di Sardegna ha voluto dedicare ieri uno dei suoi appuntamenti culturali de “i Pomeriggi della Fondazione” a Salvatore Mannuzzu.
Un omaggio partecipato – molte persone in piedi nella sala di via Carlo Alberto gremita e tanti che non sono riusciti ad entrare e hanno ascoltato gli interventi dall’ingresso –. È stato il tributo al più importante scrittore e intellettuale che la città ha espresso negli ultimi decenni, con un patrimonio di idee e una produzione letteraria di «sicuro respiro internazionale».
La sede della Fondazione è stato il luogo più adatto per l’omaggio di ieri. «Salvatore Mannuzzu è stato consigliere e vicepresidente di questa istituzione – ha ricordato il presidente della Fondazione Antonello Cabras –. Il suo operato ha guidato i nostri primi passi con il contributo basilare e sostanziale nella scrittura dello statuto». Un apporto che ha portato la Fondazione di Sardegna ad essere un motore fondamentale della società in Sardegna, come ha rimarcato Antonello Arru, che ne fu presidente (quando ancora si chiamava Fondazione Banco di Sardegna). «Uno statuto che è la nostra costituzione – ha detto Arru –. Che ci ha permesso di conquistare un autonomia fondamentale dalle istituzioni del territorio e dalla politica. Statuto che ci invidiano e ci ha salvato, restando fedeli all’idea di Ciampi, dai disastri provocati da altre fondazioni bancarie». La multiforme figura di Salvatore Mannuzzu si è stagliata nitida dagli interventi: un uomo impegnato, magistrato, politico e parlamentare e, infine, scrittore con una profonda coscienza del ruolo della letteratura nella società.
«Salvatore Mannuzzu non viveva per la scrittura e non viveva di scrittura», ha detto nel suo densissimo intervento il critico letterario Goffredo Fofi, che ha avuto con l’autore sassarese una intensa frequentazione. «Mannuzzu era un grande esponente di una generazione impegnata – ha sottolineato Fofi –. Giovani che erano nati sotto il fascismo, avevano vissuto la guerra e si erano gettati con passione nella ricostruzione di un paese dilaniato. Mannuzzu aveva una professione: era un magistrato per cui il lavoro rappresentava, non un degno e stimato traguardo sociale, ma l’occasione per rendere e volere giustizia. È arrivato alla scrittura dopo multiformi esperienze di impegno portando nelle sue pagine la volontà testarda di cambiare il mondo, senza arrendersi mai a tutte le sue brutture e alla sua malvagità. Come Gesù nel deserto ebbe il coraggio di dire no al male». L’intensa spiritualità di Mannuzzu è stata rievocata da don Franco Manunta, sacerdote vicino allo scrittore negli ultimi giorni. «Per lui la resurrezione cominciava qui, non un premio per l’aldilà – ha detto Manunta –. La morte non è l’ultima parola e lui aveva capito che si può vincere solo con l’amore. Tutto quello che abbiamo amato e creato non sarà perso». Dopo la lettura di alcune pagine dello scrittore da parte di Sante Maurizi è intervenuto in chiusura il giornalista del Sole 24 Ore Stefano Salis. «Una scrittura di caratura internazionale. Lontana da una mediocrità imperante. Mannuzzu parlando del “Giorno del giudizio” aveva colto la condanna di Satta alla retorica dell’identità e il lutto delle radici» ha rimarcato Salis, cogliendo la lontananza da ogni forma di provincialismo e l’impegno che la scrittura raffinata di Mannuzzu pretende. Il giornalista Giacomo Mameli ha letto alcuni messaggi di personalità che non hanno avuto modo di partecipare all’incontro come Federica Graziani, Laura Fortini e il giornalista del Corriere della Sera Luigi Offeddu che ha scritto: «Mi disse “sono vicino alla morte, non voglio pesare su nessuno, resto qui seduto sulla cenere”. La stessa immagine di Giobbe a lui ben nota, ma senza lo smarrimento di Giobbe».
Un omaggio partecipato – molte persone in piedi nella sala di via Carlo Alberto gremita e tanti che non sono riusciti ad entrare e hanno ascoltato gli interventi dall’ingresso –. È stato il tributo al più importante scrittore e intellettuale che la città ha espresso negli ultimi decenni, con un patrimonio di idee e una produzione letteraria di «sicuro respiro internazionale».
La sede della Fondazione è stato il luogo più adatto per l’omaggio di ieri. «Salvatore Mannuzzu è stato consigliere e vicepresidente di questa istituzione – ha ricordato il presidente della Fondazione Antonello Cabras –. Il suo operato ha guidato i nostri primi passi con il contributo basilare e sostanziale nella scrittura dello statuto». Un apporto che ha portato la Fondazione di Sardegna ad essere un motore fondamentale della società in Sardegna, come ha rimarcato Antonello Arru, che ne fu presidente (quando ancora si chiamava Fondazione Banco di Sardegna). «Uno statuto che è la nostra costituzione – ha detto Arru –. Che ci ha permesso di conquistare un autonomia fondamentale dalle istituzioni del territorio e dalla politica. Statuto che ci invidiano e ci ha salvato, restando fedeli all’idea di Ciampi, dai disastri provocati da altre fondazioni bancarie». La multiforme figura di Salvatore Mannuzzu si è stagliata nitida dagli interventi: un uomo impegnato, magistrato, politico e parlamentare e, infine, scrittore con una profonda coscienza del ruolo della letteratura nella società.
«Salvatore Mannuzzu non viveva per la scrittura e non viveva di scrittura», ha detto nel suo densissimo intervento il critico letterario Goffredo Fofi, che ha avuto con l’autore sassarese una intensa frequentazione. «Mannuzzu era un grande esponente di una generazione impegnata – ha sottolineato Fofi –. Giovani che erano nati sotto il fascismo, avevano vissuto la guerra e si erano gettati con passione nella ricostruzione di un paese dilaniato. Mannuzzu aveva una professione: era un magistrato per cui il lavoro rappresentava, non un degno e stimato traguardo sociale, ma l’occasione per rendere e volere giustizia. È arrivato alla scrittura dopo multiformi esperienze di impegno portando nelle sue pagine la volontà testarda di cambiare il mondo, senza arrendersi mai a tutte le sue brutture e alla sua malvagità. Come Gesù nel deserto ebbe il coraggio di dire no al male». L’intensa spiritualità di Mannuzzu è stata rievocata da don Franco Manunta, sacerdote vicino allo scrittore negli ultimi giorni. «Per lui la resurrezione cominciava qui, non un premio per l’aldilà – ha detto Manunta –. La morte non è l’ultima parola e lui aveva capito che si può vincere solo con l’amore. Tutto quello che abbiamo amato e creato non sarà perso». Dopo la lettura di alcune pagine dello scrittore da parte di Sante Maurizi è intervenuto in chiusura il giornalista del Sole 24 Ore Stefano Salis. «Una scrittura di caratura internazionale. Lontana da una mediocrità imperante. Mannuzzu parlando del “Giorno del giudizio” aveva colto la condanna di Satta alla retorica dell’identità e il lutto delle radici» ha rimarcato Salis, cogliendo la lontananza da ogni forma di provincialismo e l’impegno che la scrittura raffinata di Mannuzzu pretende. Il giornalista Giacomo Mameli ha letto alcuni messaggi di personalità che non hanno avuto modo di partecipare all’incontro come Federica Graziani, Laura Fortini e il giornalista del Corriere della Sera Luigi Offeddu che ha scritto: «Mi disse “sono vicino alla morte, non voglio pesare su nessuno, resto qui seduto sulla cenere”. La stessa immagine di Giobbe a lui ben nota, ma senza lo smarrimento di Giobbe».
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